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Mummie

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sull’assalto al museo egizio del Cairo e sulla memoria. 

C’era un curioso passatempo a cui mi dedicavo da piccola quando, alle pendici della Grande Montagna, nevicava. Mi piaceva schiacciare il naso contro il vetro della finestra e guardare gli spessi fiocchi di neve che cadevano a milioni imbiancando tetti e giardini, strade, alberi, macchine. Mi colpiva quel loro sembrare tutti uguali, pur avendo la segreta certezza che così non fosse. Allora mi ingegnavo ad individuarne uno tra i tanti e a seguirne il particolare destino. Osservavo quel singolo battuffolo leggero nella sua caduta verticale e silenziosa, cullata dal vento freddo, fino a quando si posava, confondendosi, perdendosi, sullo strato nevoso già formato.

Per certi versi, ho seguito la vicenda dell’assalto al Museo nazionale egiziano del Cairo proprio alla stessa maniera. Già, perché nevica sul Nord Africa. Nevicano guai, mentre seguire le vicende tormentate di questo o quell’altro thread infuocato (più che gelato) può diventare compito improbo. Forse per accidente dunque, forse per una imperscrutabile regia interna, il mio occhio ha scelto nel mucchio una volta ancora, ed è caduto sul destino ultimo delle due mummie di faraoni danneggiate dai razziatori entrati nel Museo.

Mi rendo conto che con i cento (e forse più) morti che questa rivolta storica in quel del moderno Egitto ha procurato, per non parlare dello status quo socio-economico di quel Paese, preoccuparsi del destino di due antiche mummie potrebbe risultare quantomeno irragionevole. Tuttavia, io penso che la misura delle cose possa prendersi anche, e soprattutto, quando si guarda al particolare. Ci piacerebbe pensare, per esempio, che – vandali e vandalismi di tutti i giorni considerati – una differenza tra le sommosse che stanno mettendo a soqquadro le città nordafricane e le tante manifestazioni, anche agguerrite, che possono riempire le nostre strade (così come quelle di un qualunque Paese occidentale satollo), stia nel fatto che coloro che le animano sappiano dove fermarsi. Non è questa una equazione logica e matematica (men che meno un apprezzamento di merito, laddove merito da considerare non ce n’é), ma una possibilità molto plausibile.

Tristemente plausibile. Astraendo alla massima potenza, una simile probabilità ci porterebbe a concludere che il destino delle nazioni, così come quello degli uomini, è determinato dalla loro maturità che, a sua volta, è figlia dell’esperienza. Nello specifico si potrebbe forse dire che il destino democratico delle nazioni è determinato dal percorso storico compiuto. In altre parole, la democrazia non può essere imposta, ma deve essere vissuta. Sperimentata sulla pelle. Deve essere conosciuta e compresa per essere pienamente goduta. Apprezzata. E non basta neppure l’onda lunga di Internet ad istigare le nuove generazioni a volerla there-and-then quella democrazia. Di fatto, affannarsi ad agguantarla senza comprenderla equivale a comportarsi come lo zotico che invitato alla corte del re si preoccupa dell’abito buono da indossare piuttosto che di imparare le buone maniere.

Mentre  le buone maniere (in senso stretto e in senso lato), dentro un contesto civile, sono importanti. Per dirne una, insegnano che non vi è progresso sostenibile o possibile senza il rispetto della nostra Storia. E che data Storia non appartiene al patrimonio del singolo, o di questa o quella nazione, ma appartiene all’umanità. E in quanto tale va protetta e preservata. Non vi è dittatura, o condizione miserabile di un popolo o di un individuo, che autorizzi la distruzione della sua memoria. Perché la memoria – che, purtroppo, nei nostri Paesi distratti è oggidì diventata sinonimo del ricordare la pausa caffè – è davvero tutto ciò che racconta di noi. E della fatica dei nostri padri.

Dato che di tentativi di cancellarla (la memoria, ma non solo quella) ne abbiamo avuto abbastanza proprio tra queste floride sponde del Mediterraneo, meglio sarebbe che il germe del male non si diffondesse sull’altro lato. Comprendere questo sarebbe davvero un primo passo importante nella caccia – ed eventuale presa – del miraggio della miglior libertà. Quella dell’Essere senz’altro, ma pure quella del corpo… finanche quando mummificato.

Rina Brundu

29/01/2011

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1 Comment on Mummie

  1. Bel ricordo. Francamente però quelle due “mummie” pesano un poco di più del palazzo. Di svariate migliaia di anni. Fermo restando che ogni pena presente dovrebbe contare più del lustro passato. Insommma, è un discorso difficile da capire. Per i tanti. Buon fine settimana. rb

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