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Viva Busi

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sui concorsi letterari in genere e sulle rare “anime grandi” italiane

di Rina Brundu. Leggo che Aldo Busi avrebbe chiesto la cancellazione del suo ultimo libro Aaa! (Bombiani) dalla lista finalisti di un Premio Letterario. Non conosco il dettaglio, non mi interessa neppure citare il concorso interessato, così come non mi interessano le motivazioni vere o presunte per la decisione. Sempre ammesso che così sia andata e che quanto letto corrisponda al vero. Di fatto, mi piacerebbe credere che la notizia riprendesse una verità. Lo dico perché ritengo che, nel caso, un grande scrittore non avrebbe potuto che comportarsi come ha fatto Busi.

Mi spiego meglio; credo anche di parlare con cognizione di causa dato che da anni mi occupo di due concorsi letterari, uno dedicato al giallo classico e l’altro al romanzo. In entrambe le situazioni, si tratta di concorsi riservati a lavori inediti. Del resto, non potrebbe essere altrimenti! A mio modo di vedere, infatti, tali riconoscimenti hanno ragione di essere solo quando dedicati agli esordienti. Questo perché – quando oneste, quando danno visibilità dell’identità dei giurati, quando danno ragione dei metodi di valutazione scelti – queste iniziative dovrebbero mirare semplicemente a fare conoscere lavori giovani altrimenti destinati a non-essere mai. Se sono rose letterarie, invece, fioriranno senz’altro nel giusto tempo. E senza l’ausilio di una Giuria.

L’unica eccezione che mi sento di considerare, è forse proprio quella legata al concorso per il giallo ad enigma. Questo genere di lavoro richiede, infatti, una perizia che esula dalle cose della scrittura. O meglio, il risultato è anche tecnicamente misurabile, riconoscibile da qualunque lettore-appassionato-accorto, il quale può immediatamente verificare – usando le armi della logica e del raziocinio (un metodo scientifico, insomma) se l’autore è un vero giallista, oppure no. Per dare idea della difficoltà però, basti dire che dopo quattro edizioni di questo concorso, decine e decine di testi esaminati, noi non abbiamo ancora trovato un solo autore che sia stato capace di creare il lavoro richiesto. Francamente, pure guardando alla produzione italiana pubblicata, ma adottando gli stessi metodi di valutazione, ci sentiamo di dire che quel risultato non è stato ottenuto neppure al di fuori delle dinamiche di tale particolare competizione. Questo per dire che, in una simile situazione, esordiente o autore già noto non fa differenza. Anzi, il secondo rischia senz’altro di più perché difficilmente in grado di “ripetersi” se non realmente sostenuto dalla suddetta capacità geniale.

Ho fatto queste precisazioni perché è mia opinione, da sempre, che per scrivere un buon “noir” basti un ottimo scrittore, per scrivere un vero giallo-ad-enigma occorra una mente geniale, mentre per scrivere un testo che resterà negli annali della letteratura serva solo e soltanto una grande anima. Di fatto, si può misurare la capacità scritturale di un autore, si può “misurare” una sua eventuale qualità geniale, ma è assolutamente impossibile “misurare” lo splendore della sua anima. Ragion per cui, assodato che lo spirito di cui stiamo discutendo è un vero spirito-che-scrive (e questo è senz’altro il caso di Busi), mettere in “competizione” le peculiarità della sua anima (peculiarità che, in quanto tali, appartengono solo e soltanto a quella specifica entità), mi pare assolutamente senza senso. Da qui il mio rifiuto di questo genere di concorsi per scrittori sulla cui reale Essenza artistica possiamo già esprimere giudizi e dare opinioni. Altra cosa è invece il discorso riguardante, per esempio, il Premio Nobel che consacra una carriera. Una vita. Diversa dalle altre, ma a suo modo esemplare.

Ho letto anche che, in virtù di quest’ultima decisione che Busi avrebbe preso, ma anche di altre “uscite” simili, egli verrebbe considerato personaggio “stravagante”. Scrittore-contro. Fosse per me, io direi che proprio in vista di quest’ultima decisione, ma anche di altre “uscite” come questa, Busi dovrebbe essere considerato scrittore. Tout court (non è titolo che si può dare a molti, intendiamoci bene!). Tra i tanti momenti che potrei citare per dare man forte alla mia tesi, scelgo una sua sorta di esperimento “prossemico” che ci regalò durante una trasmissione televisiva. Ricordo Busi al centro del palcoscenico. Dietro di lui l’orchestra, davanti il pubblico. Ad un certo punto, lo scrittore si fece portare una copia di tutti i libri che aveva pubblicato, e li fece sistemare – quale barriera improvvisata – a delimitare lo spazio che lo divideva dagli spettatori. Lui non si alzò, rimase sempre seduto, ma subito dopo indicò quei libri, prima con un gesto e poi a voce. Se non ricordo male li additò quale motivazione “importante” di differenza tra lui e “loro”.

A mio modo di vedere, non ci sarebbe stato neppure bisogno di dire nulla. In realtà, il suo esperimento era già perfettamente riuscito. E la significazione dello stesso compiuta. Mi colpì molto questo suo “atto di coraggio” letterario. Mi colpì soprattutto perché ho sempre ritenuto che noi Italiani non abbiamo mai avuto quel genere di “anime grandi” di cui dicevo. Ovvero le uniche, le sole, in grado di creare delle opere capaci di guadagnarsi un posto fisso, eterno, negli annali della letteratura con la L maiuscola.

Naturalmente, non posso ancora sapere se questo accadrà con i romanzi di Busi. Forse coltivo qualche dubbio. Ho però quasi certezza che noi ci troviamo davvero in presenza di un raro spirito-che-scrive nato e letterariamente cresciuto nel Bel Paese. E per questo occorrerebbe dirgli semplicemente grazie.