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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Il grande sonno

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

 

La “volontà di potenza” renzista più che una degna pulsione infinita verso il rinnovamento, pare una sub-categoria delle filosofie motivazionali new-age in virtù delle quali se “thoughts become things” (i pensieri diventano cose) perché le parole non possono diventare fatti? Detto altrimenti, sembrerebbe che sia perfetta convinzione della corte renzista e di Matteo Renzi in particolare, che basti affermare l’essenza della realtà (pardon, di una data realtà, quella di cui sono convinti e di cui intendono convincere il popolo italiano) per definire quest’ultima. Da qui a venirne fuori con le anelanti e usate dichiarazioni che hanno costellato questi ultimi 30 mesi di laissez-faire politico, economico, amministrativo, il passo è breve: “Il Jobs Act è stato un successo”, “L’Expo è stato un successo”, “La Riforma costituzionale cambierà l’Italia”, “L’Italia è ripartita”… e in ultimo proprio l’odierno “Abbiamo dimostrato di non essere il problema”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Rina Brundu

Dal “Ghe pensi mi” al “Mo, che s’ha da fà?”.

Avete presente quelle società d’affari dove il capo fa di tutto e di più? Si rompe la macchinetta del caffè e lui/lei si offre di ripararla. Manca la carta igienica in bagno e lui/lei passa a ritirarla mentre di ritorno dal CDA mensile. C’è da cambiare la tappezzeria e lui/lei individua tre o quattro motivi-disegni tra i quali il dipartimento-deputato potrà “liberamente” scegliere quello più adatto per sostituire la vecchia decorazione. Difficilmente un tocco “stonato” fugge l’attenzione di lui/lei che, venuta la sera, si guarda intorno soddisfatto/a: tutto a posto! Ah, fortuna che “ghe pensi mi!”.

Animato dalle migliori intenzioni, non si rende conto il capo che i sottoposti non sono altrettanto felici. Senza considerare che odiano quei muri tappezzati da motivi lineari, esteticamente noiosi, colorati da percorsi prevedibili nella loro impeccabilità. E ci sarebbero dei giorni in cui preferirebbero andare in giro con il deretano sporco, vedere il caffè spillare sui muri dalla macchinetta impazzita pur di rientrare dentro una normalità che li veda partecipi. Ma naturalmente non dicono nulla: tacciono e soffrono. Nel tempo, alcuni dipendenti vanno via, pochi mostrano segni di insofferenza, i più cadono vittime di uno straordinario stato comatoso: il grande sonno.

Dentro le dinamiche particolari di una società d’affari, un simile inconsueto status-quo non è necessariamente catastrofico. Vi sono delle company che vivono il loro presente in simbiosi con la personalità del capo. Il capo è la company. La company è il capo. Paradossalmente sarà proprio quando questa figura verrà a mancare che inizieranno i problemi. Problemi procurati soprattutto dalla mancanza di un leader capace di esercitare la stessa autorità del collega che lo ha preceduto. Con tutte le conseguenze, anche gravi, che possono derivarne.

Ma cosa accadrebbe se un simile modello fosse esportato in Politica? Cosa accadrebbe se, in virtù di un capo che si esalta nel fare, comandare, pregare, ordire, supplicare, stipulare, redigere, stendere, firmare, concludere, una stessa nazione finisse con l’identificarsi con la sua persona? Il capo è la nazione. La nazione è il capo. Soprattutto: cosa accadrebbe se disgraziatamente il capo non fosse più disponibile? E se questo accadesse  proprio mentre “dipendenti e sottoposti” stanno soffrendo la fase più acuta della depressione da “grande sonno”? Senza dimenticare che opzioni societarie quali “o così, o quella è la porta” non sono possibilità valide dentro le dinamiche democratiche di un grande Paese moderno. Mentre il mostrare segni di insofferenza-politica, da parte di questo o quel “dipendente”  più accorto, non dovrebbe essere visto come segnale di un ammutinamento-in-nuce, quanto piuttosto come sintomo di una vitalità-di-gruppo forse non ancora del tutto spenta.

L’infelice scenario non è comunque il più nefasto. Peggio sarebbe se, ad un ipotetico Governo del “Ghe pensi mi” dovesse corrispondere una Opposizione del “Mo, che s’ha da fà?”. Di fatto, il destino stesso della nazione interessata resterebbe in balìa del Grande Sonno e di una dialettica da vernacolo. Tutto questo mentre, indifferente a tanto fervore “intellettuale”, la crisi continuerebbe a “strisciare”, il deficit a fiorire, la disoccupazione a crescere e l’infelicità complessiva del popolo-governato potrebbe risultare (nella realtà dei fatti) anche inversamente proporzionale alla soddisfazione di chi governa.

Del resto si sa, soltanto chi ha davvero fame non ha sicuramente sonno.

Rina Brundu

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  1. Lo schiaffo « Rosebud – Giornalismo online

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