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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Il principe

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

 

La “volontà di potenza” renzista più che una degna pulsione infinita verso il rinnovamento, pare una sub-categoria delle filosofie motivazionali new-age in virtù delle quali se “thoughts become things” (i pensieri diventano cose) perché le parole non possono diventare fatti? Detto altrimenti, sembrerebbe che sia perfetta convinzione della corte renzista e di Matteo Renzi in particolare, che basti affermare l’essenza della realtà (pardon, di una data realtà, quella di cui sono convinti e di cui intendono convincere il popolo italiano) per definire quest’ultima. Da qui a venirne fuori con le anelanti e usate dichiarazioni che hanno costellato questi ultimi 30 mesi di laissez-faire politico, economico, amministrativo, il passo è breve: “Il Jobs Act è stato un successo”, “L’Expo è stato un successo”, “La Riforma costituzionale cambierà l’Italia”, “L’Italia è ripartita”… e in ultimo proprio l’odierno “Abbiamo dimostrato di non essere il problema”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Rina Brundu

Teoria-politica-per-dummies applicata al recente “strappo” politico interno al PDL

Teoria-politica-per-dummies applicata al recente “strappo” interno al PDL

“Tutte le grandi coalizioni politiche democratiche sono destinate a disgregarsi; il PDL è una grande coalizione politica democratica; dunque è destinata a disgregarsi”. Parafrasando Aristotele, sarebbe forse questo un sillogismo che si potrebbe usare per raccontare lo “strappo politico” che si è consumato in seno alla maggioranza di governo.

Una lacerazione, un difficile momento-di-contrapposizione che però non può avere sorpreso coloro che si fossero presi la briga di andare a studiare le diverse spinte “visionarie” che fino ad oggi hanno convissuto sotto lo stesso”tetto”. Non vi sono dubbi, infatti, che la “visione” politica che guida Silvio Berlusconi, sia una visione pragmatica e assolutamente imprestata ad un background formativo di forte matrice imprenditoriale.

In virtù di questo, un governo-che-governa (e dunque una grande coalizione politica democratica che governa) non potrà che essere figlio di una carica sinergica mirata all’ottenimento del risultato. Ed il risultato sarà sempre il principio-primo da salvaguardare e da tenere sott’occhio, indipendentemente dall’ostacolo che decide di presentarsi sulla strada. Pena il fallimento.

A fare da spina dorsale a questa visione ideale sembrerebbe provvedere quindi una sorta di logica “deduttiva” che, partendo da alcuni precisi postulati (o, come testé detto, principi-primi),  procede verso determinazioni particolari (action points) – da studiarsi e risolversi velocemente. Questi compiti a casa possono riguardare, di volta in volta, l’azione politica, la sfera economica, la quotidiana amministrazione, così come la vita civile tout court. Detto altrimenti, la nazione governata ma, nello specifico, la grande coalizione democratica sulla quale Berlusconi esercita sicuramente una leadership indiscussa, sarà sempre riflesso di una immagine creata-a-monte e già perfettamente composta quando ancora il “risultato-da-ottenersi” – il risultato che quella stessa immagine anticipava -, non-esisteva.

La conseguente oggettivazione dello schema immaginato dal leader, ovvero il suo estrinsecarsi e diventare realtà – e quindi luogo fisico di interazione delle singole visioni di “base” che lo compongono –  equivarrà dunque a (sarà sinonimo di) quello “spazio” che, dentro dinamiche più obsolete e più tradizionali, veniva chiamato… il-fare-politica. Spazio libero e liberato senz’altro – spazio che è finanche centro di ristoro e di tolleranza dei dubbi amletici ed etici che possono divorare i singoli. Ma – dato il suo essere figlio di un modello pre-costituito – spazio limitato e limitante. Oltre, vi è solamente il vuoto che necessariamente separa l’universo-di-appartenenza da ogni altro diverso-universo. Ne deriva che, varcare quel confine proibito significa fare un viaggio senza ritorno. Per chiunque. Per chi sta ai piedi, così come per chi sta in cima a questa possibile fantastica montagna.

Di converso, la visione finiana sul come gestire una grande coalizione politica democratica, sembrerebbe governata da una logica induttiva che, muovendo dal particolare, mira a costruire una sorta di vademecum politico, politically-correct et universale. Di fatto, una proposizione notevole perché porterebbe con sé una investigazione nuova e più attenta alle necessità di tutti gli “action points” di cui sopra (alcuni magari pensati direttamente dalle “pendici” della montagna, piuttosto che fatti rotolare dalla sua sommità). Soprattutto, mirerebbe alla costruzione di un universo idealmente più democratico e sicuramente più “aperto” nel suo manifestarsi come spazio libero-non-precostituito, dentro cui far convergere visioni individuali eterogenee e indipendenti.

Come detto, notevole! Ne converrebbe, credo, pure un Machiavelli intento ad osservare il dettaglio della realtà dei fatti da par suo. Eppur-tuttavia, qualcosa, in questo scenario un pochino caciarone, in questo stranissimo scacchiere politico post rivoluzione digitale, dovrebbe risultargli stonato. Il problema è che forse lui avrebbe rigettato a priori la possibilità di un “principato” (perché di repubblica non si tratta!) dove, sotto lo stesso tetto, si fossero proposte di convivere pacificamente visioni politiche che, come dimostrato, possono apparire antitetiche. Così come avrebbe respinto d’istinto l’idea di un principato tanto atipico da rassegnarsi a dipendere dall’umore di un partito esterno per estrinsecare, in maniera attiva, la sua linea politica.  Dulcis in fundo, ritengo che si sarebbe categoricamente rifiutato di considerare finanche l’esistenza di un principato in apparenza retto da due… principi. Impossibile!

Tanto impossibile che, naturalmente, Machiavelli avrebbe avuto ragione nel suo respingerne persino l’idea. Un simile principato infatti non è mai esistito: neppure nella recentissima scena politica italiana. Al più, è esistito un principe (la machiavellica volpe?) che, tanto tempo fa, ha abilmente pensato la sua futura partita, strategicamente piazzato le pedine vincenti e, quando è arrivato il momento giusto – lui, non l’altro (che forse ha invece sbagliato proprio nella gestione dei “tempi”) – ha brillantemente chiuso la partita, salvando capra (i.e. l’ambito reame) e cavoli (la possibilità di una sua disgregazione come da incipit).

Per la serie “Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito” e dunque, per dirla sempre con Orazio, “Cogli l’attimo, fiducios(o) il meno possibile nel domani”.

Rina Brundu

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