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Le nostalgie sovietiche di Putin sono reali

di Michele Marsonet.

Molti non lo ritenevano possibile, ma è sempre più evidente che Vladimir Putin ha in mente la ricostruzione di una sorta di “spazio sovietico” sul modello della defunta Urss. Ovviamente il territorio non può essere lo stesso, poiché nel frattempo molte delle ex Repubbliche sovietiche hanno preso definitivamente il largo aderendo alla Ue e alla Nato, oppure stringendo forti legami d’alleanza con altri Stati. Lo ha fatto, per esempio, l’Azerbaijan turcofono, adesso molto vicino alla Turchia di Erdogan. Tuttavia il “progetto sovietico” putiniano va preso sul serio, rammentando anche che qui è in gioco una doppia nostalgia. Al rimpianto per i tempi dell’Unione Sovietica si affianca, infatti, quello per il vecchio impero zarista, appoggiato senza esitazioni dalle alte gerarchie della Chiesa ortodossa di Mosca. Ovviamente è lecito chiedersi come tutto questo sia possibile, dal momento che simili nostalgie appaiono del tutto antistoriche. Si può rispondere che, in realtà, in vasti settori della popolazione russa la frustrazione per il declassamento del Paese da potenza mondiale di primo piano a semplice potenza regionale non è mai venuta meno. Molti cittadini ritengono tuttora che la Russia abbia un “destino imperiale”, per cui è lecito combattere coloro che vi si oppongono, come per l’appunto gli ucraini. I segnali che confermano tale tendenza sono numerosi. Abbiamo visto i tank russi invadere l’Ucraina inalberando le vecchie bandiere rosse sovietiche con tanto di stella, falce e martello. Bandiere imposte anche nelle aree del Paese invaso occupate dalle truppe di Mosca. Molte anche le statue di Lenin abbattute dagli ucraini e rimesse sul piedistallo dagli occupanti, spesso con cerimonie cui gli abitanti sono costretti ad assistere con la forza. Putin sta inoltre ricreando il movimento dei “Giovani pionieri”, proprio in occasione del centesimo anniversario della loro fondazione. Si tratta, com’è noto, di ragazzi e ragazze in camicia bianca, fazzoletto rosso al collo e bustina rossa in testa con la stella sovietica. Un fenomeno che in Italia conosciamo bene. I “Giovani pionieri” erano infatti l’organizzazione giovanile ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Fu poi copiata da tutti i “partiti fratelli” sparsi nel mondo, incluso il nostro PCI. Ci sono ancora fotografie di alcuni leader dell’attuale PD in divisa da “giovane pioniere”. Alcuni preferiscono non parlarne.

Altri, come Massimo D’Alema, non rinnegano affatto quel periodo, rammentando l’entusiasmo che muoveva i giovani comunisti di allora. Tra l’altro, è questo uno dei motivi che suscita perplessità quando esponenti del PD con un forte passato comunista criticano severamente Putin e le sue azioni. Come se non bastasse, lo zar moscovita ha reintrodotto l’inno sovietico, a volte chiamato “inno di Stalin”, dopo che per qualche anno esso fu sostituito dal “Canto patriottico” di Michail Glinka, voluto da Boris Eltsin. Putin ha imposto il vecchio inno evitando però i riferimenti a Stalin. Nella nuova versione sono spariti il socialismo e il Partito ed è rimasta la Russia. Ecco i nuovi versi: “Il nostro Paese sacro, la nostra terra amata. Una potente volontà, una grande fama sono il tuo patrimonio per tutti i tempi”. Non è inoltre sfuggito agli osservatori il fatto che, molto spesso, Putin usa nelle cerimonie pubbliche il termine “tovarisch”, equivalente al “compagno” utilizzato per lungo tempo dai Partiti comunisti e socialisti di tutto il mondo. Non si tratta di una semplice questione lessicale. Il rinnovato uso di tale parola indica la chiara volontà di ritornare a un passato di potenza quando la Russia, sia pure nelle vesti di Unione Sovietica, incuteva ammirazione nei fedeli e timore negli avversari. La conclusione è semplice. A quei tempi, i “fratelli ucraini” non avrebbero mai osato avvicinarsi all’Occidente tradendo le radici comuni che li legano a russi e bielorussi. Per Putin Mosca, Kiev e Minsk sono una cosa sola. Dove il capo del Cremlino voglia arrivare con le sue nostalgie sovietiche non è ancora chiaro. Risulta evidente, infatti, che non può più ricorrere al mito della “patria del socialismo”, in quanto tale destinata a promuovere la liberazione dei popoli di tutto il mondo. Si basava, tale mito, sulle elaborazioni teoriche di Marx, Engels e Lenin, che nessuno oggi prende sul serio. Putin, tuttavia, non può neppure ricorrere troppo ai concetti nazionalisti di “Eurasia” e “Russkiy Mir”, giacché essi non attirano consensi al di fuori dei confini della Federazione Russa. Si accontenterà – ammesso che ci riesca – di uno spazio sovietico assai ridotto rispetto all’originale? E’ una domanda cui, attualmente, è impossibile rispondere.