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 Joe Biden stretto tra Cina e Russia

di Michele Marsonet.

Per ora abbiamo avuto solo piccoli cenni sull’argomento, ma è significativo che Biden abbia lasciato intendere che gli Stati Uniti, nel prossimo futuro, potrebbero anche alleggerire la politica dei dazi anti-cinesi inaugurata da Donald Trump. In realtà l’anziano presidente si trova in una situazione assai difficile, e non prevedibile quando fu eletto – pur tra mille contestazioni – alla Casa Bianca. E’ stata in realtà l’aggressione russa all’Ucraina a scompaginargli i piani. Tutti rammentano che egli giustificò il caotico ritiro dall’Afghanistan sostenendo che era la Repubblica Popolare Cinese a costituire la maggiore minaccia per l’Occidente. Non risulta, almeno per ora, che abbia cambiato idea. Ma ci ha pensato Vladimir Putin a mutare lo scenario globale, invadendo un Paese indipendente e sovrano che cercava di avvicinarsi al campo occidentale e di scrollarsi di dosso, una volta per tutte, l’influenza della Russia post-sovietica. Biden non poteva, ovviamente, voltarsi dall’altra parte, e lo dimostrano i 53 miliardi di dollari spesi per rafforzare le difese ucraine. L’economia Usa, tuttavia, non è in condizioni brillanti (anche se migliori rispetto a quelle europee). Ne consegue la difficoltà di affrontare contemporaneamente le due maggiori potenze autocratiche del pianeta, entrambe interessate a minare l’ordine mondiale targato Usa e a far diminuire il già traballante prestigio degli Stati Uniti nel mondo. Né il presidente può fare molto affidamento su un’Unione Europea molto divisa e, in ogni caso, non in grado di recitare un ruolo significativo sul piano militare. Il viaggio a Kiev di Draghi, Macron e Scholz ha entusiasmato i mass media italiani, senza tuttavia conseguire risultati di rilievo (anche perché Macron e Draghi hanno le loro gatte da pelare in casa propria). Ma quanto è credibile un allentamento della politica dei dazi trumpiana? Non vi sono, allo stato attuale, segni che indichino un mutamento di rotta di Pechino qualora venisse davvero attuata. Xi Jinping si attende che in autunno il congresso del Partito comunista gli regali l’agognato terzo mandato ma, prima di quell’evento, è difficile prevedere grandi mutamenti. A Xi conviene adesso coltivare l’ambiguità praticata sinora.

 Alleanza di ferro nominale con Putin, ma senza concessioni sul piano degli aiuti economici e militari. Potrebbe – il leader cinese – essere davvero interessato solo se a colossi come Huawei venisse di nuovo consentito il pieno accesso al mercato Usa. In quel caso, però, Biden avrebbe dei contraccolpi interni. Senza scordare che il nodo cruciale è pur sempre Taiwan. La Repubblica Popolare non sembra affatto disposta a fare dei passi indietro sull’argomento, dopo la martellante propaganda degli ultimi anni. Ma neppure Biden può fare passi indietro, poiché perdere Taiwan significherebbe la fine della sua carriera e, soprattutto, un danno irrimediabile per l’intero schieramento occidentale. Il presidente americano è quindi condannato a ribadire che la Repubblica Popolare è il vero pericolo, e che Taiwan in caso di aggressione verrà difesa con le armi in modo diretto. Inutile pertanto attendersi il rinnovo della politica di distensione tra Cina e Usa inaugurata da Nixon e Kissinger nel lontano 1972. Il mondo nel frattempo è cambiato e la potenza militare americana, pur restando enorme, non può più garantire gli equilibri come accadeva un tempo. Biden, pur avendo alle spalle un Paese diviso, dovrà escogitare qualcosa per evitare che le due grandi dittature dei nostri giorni prevalgano.