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Futuro incerto per i repubblicani Usa

di Michele Marsonet.

L’ex vice-presidente Usa, Mike Pence, ha alla fine trovato il coraggio di dire pubblicamente che la richiesta di rovesciare l’esito delle elezioni, rivoltagli da Donald Trump, era illegittima. Parrebbe un’ammissione naturale, ma si tratta in realtà di una mossa importante.
Il 62enne Pence, sino non molto conosciuto sul piano nazionale prima della nomina, fu scelto dal tycoon newyorkese per parecchi motivi. Innanzitutto perché non ha una personalità forte. Dal punto di vista trumpiano questo è un vantaggio. Tutti coloro che hanno almeno cercato di assumere posizioni autonome furono silurati dall’ex presidente in un battibaleno.
E vale anche per i fedelissimi o presunti tali. Si pensi per esempio al suo guru Steve Bannon. A un certo punto sembrava che dovesse avere un ruolo decisivo alla Casa Bianca, salvo essere messo alla porta senza tanti complimenti.
In secondo luogo Pence possiede una forte fede cristiana. Dopo una tipica educazione cattolica, in età matura ha aderito a una delle tante chiese evangeliche protestanti che negli Stati Uniti hanno un crescente successo. Garantiva quindi a Trump il sostegno del voto definibile, in termini ampi, “cristiano”. Fatto importante, giacché l’ex presidente non è noto per il suo fervore religioso.
In terzo luogo l’ex vice-presidente è un solido conservatore, anche se non ha mai assunto posizioni radicali simili a quelle del tycoon. Dunque personalità non troppo forte, fede religiosa e conservatorismo ne facevano, agli occhi di Trump, un vice ideale. E infatti tra i due non ci furono mai dissensi.
Salvo che nell’ultimo periodo della presidenza, e in particolare in occasione dell’assalto di gennaio al Campidoglio da parte dei militanti trumpiani. Anche su indicazione dello stesso Trump, gli esagitati che devastarono la sede del Congresso consideravano Pence “un traditore” e andarono puntualmente a cercarlo.
Il vice-presidente, allora ancora in carica, si salvò soltanto grazie al coraggio dei pochi poliziotti presenti, che riuscirono a sgomberare lui e altre personalità di rilievo come Nancy Pelosi prima che gli estremisti – con in testa l’ormai celebre “sciamano” vestito da vichingo – li raggiungessero.

Vari canali televisivi, anche italiani, ci hanno mostrato cosa accadde per davvero. Poliziotti sommersi dalla folla urlante e picchiati, richieste di aiuto da parte della polizia del Campidoglio rimaste per lunghe ore inascoltate, e finalmente l’atteso intervento della Guardia Nazionale. Invocato a più riprese da Biden e richiesto, a quanto pare, dallo stesso Pence poiché Trump si rifiutava di farlo.
Ovviamente si è trattato di un grave “vulnus” al simbolo stesso delle istituzioni americane. Ancora più grave poiché stiamo parlando degli Stati Uniti, e non del Guatemala o di El Salvador. Un “vulnus” che rischia di pesare parecchio sul prossimo futuro della politica Usa. Che si trattasse o meno di un mancato “golpe”, è ovvio che l’episodio non verrà dimenticato facilmente.
L’importante, però, è capire quale sarà il destino del “Grand Old Party” (GOP), vale a dire il Partito repubblicano Usa. Si tratta del partito che tradizionalmente incarna i valori della destra moderata e conservatrice americana, contrapponendosi ai democratici che invece rappresentano la tradizione “liberal” (progressista).
E’ chiaro che la presidenza Trump ha sconvolto il Partito repubblicano che, attualmente, è qualcosa di diverso rispetto al passato. Si deve però notare che, tranne alcune eccezioni di vertice quali Liz Cheney e l’ex presidente Bush, gran parte della base continua a seguire Trump. Il che induce il tycoon a progettare il suo ritorno in vista delle elezioni del 2024. Avrà allora 78 anni, ma conta poco rammentando che l’attuale presidente Joe Biden ne ha 79.
A un certo punto pareva che Trump volesse fondare un suo partito, ma non è consigliabile perché, negli Usa, i partiti “terzi” non hanno mai avuto successo. Dal suo punto di vista, quindi, è meglio rafforzare la sua presa sul vecchio Partito repubblicano cambiandolo a sua immagine e somiglianza. E non sembra, almeno per ora, che vi siano nel partito personalità di rilievo con chance di successo nel caso dovessero scontrarsi con lui.
Una situazione senza dubbio difficile. Resa ancora più complicata dal fatto che anche il Partito democratico è in preda a convulsioni e a lotte di corrente. Nonostante la sua grande esperienza, Joe Biden non è riuscito ad ottenere il controllo completo dei democratici. Manca ancora parecchio alle prossime presidenziali, ma forse le vicine elezioni di “mid-term” ci diranno qualcosa di più circa il futuro delle due tradizionali formazioni politiche americane.