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Possibile crisi cinese e commercio mondiale

di Michele Marsonet.

Prima o poi, a forza di menzogne del regime, ci si doveva pur arrivare. Segnali molto significativi, anche se in assenza di notizie credibili sugli sviluppi della pandemia nella Repubblica popolare cinese, indicano un possibile futuro blocco dei porti del Dragone.
A tale proposito la grande banca HSBC (Hong Kong & Shanghai Banking Corporation) ha avvertito che tale mossa, indipendentemente dalle sue dimensioni, è in grado di creare uno shock nella catena mondiale degli approvvigionamenti.
I sentori li abbiamo già avuti, e tutto dipende dall’aver ammesso, nel 2001, la Cina comunista nel WTO senza pretendere in cambio alcuna garanzia reale. L’allora presidente americano Bill Clinton pensò che fosse un passo storico, e che di conseguenza Pechino sarebbe presto diventata un’economia di mercato nel senso occidentale del termine.
Non andò affatto così. La Repubblica popolare divenne in men che non si dica “la fabbrica del mondo”. Le aziende occidentali, attirate dal basso costo del lavoro e dall’assenza di sindacati, iniziarono a delocalizzare attività anche strategiche.
Al contempo, ai prodotti cinesi furono aperti canali privilegiati, sempre con la scusa dei costi bassi. La qualità non era eccellente ma, in fondo, le cose funzionavano e tutti – pareva – ne traevano vantaggi.
In realtà i vantaggi erano più che altro da parte della Cina, un Paese che ha sempre avuto, nel corso della sua lunghissima storia, una spiccata vocazione commerciale. Nulla sembrava fermare la corsa di Pechino verso il benessere interno e l’espansione della sua influenza economica e commerciale nel mondo intero.
Però si sa che nella storia le crescite eterne non esistono, e ora anche il Pil cinese deve segnare il passo. Colpa, ovviamente, della pandemia di Covid 19 che iniziò (e ancora non si sa come) proprio a Wuhan.
I media del regime, e i suoi più alti esponenti, hanno fatto sforzi immani per convincere il mondo che la pandemia, in loco, era ormai domata grazie al lavoro indefesso del Partito comunista e del suo leader Xi Jinping. Ma non è mai stato così.

All’Oms Pechino continua a fornire dati su morti e contagiati assai bassi, dati che l’Organizzazione mondiale della sanità accetta ma con minore entusiasmo rispetto al passato.
In realtà il Partito/Stato deve fronteggiare in continuazione nuovi focolai, e lo fa con i suoi metodi coercitivi classici. Intere popolazioni entrano in lockdown e, viste le dimensioni delle città, si parla di milioni di persone rinchiuse in casa, con esercito e polizia che controllano sul serio (e se è il caso imprigionano). Un fenomeno come quello dei no vax, da loro, non sarebbe neppure immaginale.
Tra le ultime metropoli coinvolte c’è l’antica capitale imperiale di Xian con i suoi dintorni (13 milioni di abitanti). Pure lì, lockdown o no, è arrivata la variante Omicron. Si noti, tra l’altro, che i vaccini di produzione cinese si sono rivelati poco efficaci (per usare un eufemismo), lasciando così i cittadini privi di difese almeno parziali.
Insomma l’economia del Dragone sta rallentando e le aziende cominciano ad avere il fiato corto. E il fiatone l’hanno pure i porti dai quali il made in China viene esportato ovunque. E’ in difficoltà, per esempio, il grande hub portuale di Ningbo, ma a quanto pare Shanghai e Hong Kong non se la passano affatto meglio.
Per quanto riguarda l’Italia e l’Occidente in genere, ciò significa una prevedibile carenza di prodotti. Alcuni strategici come i microchip, necessari per le auto elettriche e per la transizione green in genere. Anche se i “signori della terra” che si sono prosternati davanti a Greta Thunberg non paiono aver compreso il problema.
Si tratta ora di capire se ci sarà davvero un blocco delle aziende e delle esportazioni cinesi e, nel caso, quali ne saranno le dimensioni. Al di là dell’entusiasmo di Bill Clinton, comunque, è difficile capire come abbia fatto l’Occidente a cacciarsi in questa trappola. E anche perché se ne sia accorto solo Donald Trump molti anni dopo.