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La Cina approfitta dei problemi Usa per rilanciare la sua sfida

di Michele Marsonet.

Com’era lecito attendersi, la Cina ha subito approfittato del disastroso ritiro Usa dall’Afghanistan per rilanciare, da un lato, la sua sfida globale all’Occidente e, dall’altro, per sottolineare l’inaffidabilità americana nei confronti degli alleati.
Era ovvio che ciò accadesse. Tuttavia questa volta Pechino non ha davvero perso tempo. Riproponendo, ancora una volta, la sua struttura politica ed economica quale modello da imitare in tutto il mondo.
Xi Jinping e il suo gruppo dirigente hanno scelto, per sostanziare la loro narrazione, uno dei casi più emblematici del contrasto sino-americano. Si tratta di Taiwan, l’isola tecnologicamente avanzata e molto vicina alle coste cinesi, che ha ribadito più volte – anche nelle ultime elezioni – di voler conservare la propria indipendenza.
La Repubblica Popolare, invece, la considera parte integrante del proprio territorio nazionale. La pressione militare cinese sull’isola è diventata negli ultimi anni sempre più insistente, tanto che i jet di Pechino ormai violano lo spazio aereo di Taiwan su base quotidiana.
A ciò vanne aggiunte le minacce cinesi nei confronti dei Paesi che cercano di stabilire con Taiwan relazioni diplomatiche normali. Di recente, solo la piccola Estonia ha osato sfidare i diktat di Pechino, annunciando la volontà di stabilire rapporti normali con l’isola.
In coincidenza con i tragici fatti afghani, la Cina ha dispiegato tutta la sua potenza mediatica per far capire che intende davvero appropriarsi di Taiwan a qualsiasi costo. E, se necessario, anche con una vera e propria invasione militare.
Per esempio il “Global Times”, quotidiano ufficiale in lingua inglese del Partito comunista, ha pubblicato un editoriale in cui fa notare che in Afghanistan, analogamente a quanto accadde in Vietnam nel secolo scorso, gli Usa hanno reiterato l’abitudine di abbandonare gli alleati al loro destino per perseguire soltanto i propri interessi.

Il messaggio è ovviamente indirizzato in primo luogo alla presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, da sempre schierata su fiere posizioni indipendentiste, e alla larghissima maggioranza di taiwanesi che l’hanno votate nelle due ultime tornate elettorali.
La leadership di Pechino ha pure mobilitato i pochi giornalisti taiwanesi favorevoli all’unione con la Repubblica Popolare per far capire alla presidente – e a tutti gli abitanti – che la Cina fa sul serio, essendo l’assimilazione dell’isola un obiettivo costante di Pechino sin dai tempi di Mao Zedong.
Nell’articolo citato è pure uscita una vignetta in cui l’aquila americana spinge Tsai Ing-wen a cadere in un tombino aperto. Tutto ciò per far capire che, ormai, lo “scudo” difensivo Usa non ha più alcun valore visto il caotico ritiro statunitense da Kabul.
Tuttavia la situazione per Pechino è probabilmente memo favorevole di quanto appaia a prima vista. Molti commentatori ritengono che sarà la Cina a riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti in Afghanistan, ma esistono al riguardo grandi problemi.
I cinesi hanno sempre represso con grande violenza l’islamismo, soprattutto nello Xinjiang popolato dagli uiguri musulmani. Ma i talebani a Kabul hanno proclamato proprio l’emirato islamico. Tra l’altro Xinjiang e Afghanistan sono pure confinanti, e ciò non può che preoccupare la leadership cinese.
Per capire sino a che punto le minacce cinesi diventeranno reali, occorre attendere i futuri sviluppi politici negli Stati Uniti. Ancora grande potenza, ma con un presidente debole e piuttosto anziano, e con un’opinione pubblica ancor più divisa dopo la fine della presidenza Trump.
Non è detto, insomma, che i sogni di egemonia globale coltivati da Xi Jinping siano destinati a realizzarsi in breve tempo. E l’America, di fronte alle sfide esterne, potrebbe decidere di abbandonare le pulsioni isolazioniste che ora l’attraversano.

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