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Gli Usa verso un nuovo isolazionismo?

di Michele Marsonet.

Tutti ormai ammettono che, in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno subito un’umiliazione tra le più cocenti della loro storia. Per tanti versi paragonabile a quella vietnamita la quale, nell’immaginario americano, è ancora presente e non si è mai rimarginata. Ci si chiede, quindi, quale sarà l’atteggiamento che in futuro gli Usa adotteranno verso il resto del mondo.
Né si può scordare che tale umiliazione coinvolge in pieno Joe Biden a così breve tempo dal suo insediamento. Molti già lo chiamano “anatra zoppa”, termine che si usa per i presidenti statunitensi in scadenza di mandato. Biden però, è da poco arrivato alla Casa Bianca, e definirlo in questo modo non può certo giovare al suo prestigio.
Il discorso che ha tenuto dopo i fatti di Kabul non ne ha certo migliorato l’immagine. Anche perché, non molto tempo fa, aveva escluso che i talebani giungessero al potere in breve tempo, rassicurando gli alleati afghani e internazionali circa la continuità dell’impegno americano nell’area.
Invece il ritiro, che molto assomiglia a una fuga, è avvenuto in modo estremamente caotico, ignorando da un lato gli appelli degli alleati Nato ad evitare per l’appunto una fuga, e trascurando altresì gli allarmi dell’intelligence circa la possibilità che gli “studenti coranici” riuscissero ad impadronirsi del Paese in tempi assai più rapidi del previsto.
Eppure Biden era considerato un esperto di politica estera, essendosi occupato di questa materia sin dai suoi esordi come senatore nei lontani anni ’70 del secolo scorso. Occorre quindi interrogarsi su come si comporteranno gli Usa nel prossimo futuro.
La questione è essenziale per molte ragioni. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, gli USA erano rimasti l’unica potenza veramente globale. Non lo è più la Russia, anche se è evidente che la politica di Putin punta a recuperare almeno parte del ruolo perduto. Lo sta diventando la Cina, pur afflitta – nonostante gli enormi progressi compiuti negli ultimi decenni – da problemi strutturali che derivano da un passato antichissimo. Né possono aspirare a una presenza globale i Paesi emergenti come l’India.
Parlo anche – se non soprattutto – da un punto di vista militare. Soltanto gli Stati Uniti possiedono un apparato bellico in grado di essere dispiegato in tempi brevi in qualsiasi scacchiere del nostro pianeta, e più volte l’hanno dimostrato dopo la fine della Guerra Fredda. La loro forza militare è rimasta intatta, affiancata peraltro da servizi di intelligence che – a parte alcuni fallimenti – sono in grado di controllare cosa avviene nel mondo grazie a strumenti tecnologici che nessun altro possiede.
Potrebbe in teoria aspirare al ruolo di potenza globale una Unione Europea assai diversa da quella attuale, con un vero governo federale in grado di assumere decisioni univoche. Come tutti sappiamo la realtà è ben altra. E non si tratta solo di questo. Sul piano militare Francia e Regno Unito conservano un certo potere, dispiegato in alcuni conflitti regionali. Ma è pur sempre sullo “scudo” americano che i Paesi europei fanno ancora affidamento in caso di pericolo.

Tempo fa Barack Obama, subito dopo i fatti di Bengasi, disse che “Gli Stati Uniti non possono scegliere di ritirarsi dal mondo, noi siamo l’unica nazione indispensabile: Paesi di ogni parte del mondo ci riconoscono un ruolo guida”, e l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton ribadì gli stessi concetti. Sbaglierebbe però chi ritenesse che tali dichiarazioni esauriscano la questione. In realtà lo scenario è più complesso perché, nella storia americana, è da sempre presente un consistente filone “isolazionalista”, che ha più volte avuto modo di manifestarsi nei secoli scorsi e trova, anche nel nostro, numerosi sostenitori.
In fondo lo slogan trumpiano “America first” ne era un’espressione e, nonostante tute le differenze, Biden sembra voler percorrere la stessa strada. Nessuno dei due ultimi presidenti Usa è sembrato molto attento alle critiche provenienti dall’estero.
E’ tuttavia importante sottolineare che le percezioni del cittadino americano medio, negli Stati Uniti, hanno una grande importanza. Presidente e governo ne tengono sempre conto. Sono molti i cittadini USA che oggi si chiedono se “ne vale la pena”. Esiste da sempre, in America, un atteggiamento politico che privilegia la non partecipazione alle vicende internazionali, favorito da una situazione di relativo isolamento geografico e di quasi autosufficienza economica, e l’isolazionismo fu proprio la politica scelta dagli Stati Uniti in vari periodi della storia. Le sue origini teoriche risalgono al “Farewell Address” (Discorso d’addio) di George Washington il 17 settembre 1796. Il senso era che non si doveva rinunciare ai vantaggi di una posizione geografica privilegiata, né condividere il destino con quello dell’Europa: la pace e la prosperità della nuova nazione non si potevano compromettere partecipando a dispute esterne.
Non è possibile escludere che la tendenza all’isolamento emerga di nuovo, e il disastro afghano potrebbe fornire una notevole spinta in tale direzione. Resta il fatto che, se ciò avvenisse, qualcun altro cercherà di riempire il vuoto lasciato dagli Usa. Lo potrebbe fare la Cina, che ha già invitato i talebani a entrare nel progetto della “Via della seta”. Il nuovo emirato talebano, tuttavia, confina proprio con lo Xinjiang, dove la Repubblica Popolare pratica una forte politica repressiva nei confronti degli uiguri musulmani che abitano tale regione.
In sostanza, riempire il vuoto lasciato dagli americani non sarà facile per nessuno, nemmeno per i russi che, pure loro, in Afghanistan furono sconfitti. Con ogni probabilità assisteremo alla crescita dell’instabilità internazionale, in particolare nel contesto asiatico.