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Perché è difficile staccarsi dalla Cina

di Michele Marsonet.

E’ noto che Donald Trump puntava molto sul decoupling (disaccoppiamento, separazione) tra l’economia americana e quella cinese, diventate sempre più interconnesse a partire dagli ultimi due decenni del secolo scorso. Aveva quindi varato un grande numero di sanzioni destinate a indebolire l’apparato produttivo della Repubblica Popolare.
Non si può dire, tuttavia, che tali sanzioni abbiano sortito l’effetto sperato, e il decoupling progettato dall’ex presidente Usa è in gran parte rimasto sulla carta. Ciò si deve al fatto che i cinesi hanno attuato con grande abilità una politica di globalizzazione sempre attentissima ai loro interessi.
Joe Biden cerca di condurre in porto un’operazione parzialmente analoga, ma basata su strumenti più tradizionali. In altri termini si appella ai vecchi legami di solidarietà che legano tra loro le democrazie occidentali sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Legami che trovarono il loro fondamento nella firma della Carta Atlantica con la conseguente creazione della Nato.
I tempi, però, sono molto cambiati. Quel tipo di approccio era utile – entro certi limiti – quando il grande avversario da combattere era la vecchia Unione Sovietica. Pure l’Urss conduceva una politica espansionistica, ma basata su principi diversi rispetto a quelli cinesi.
L’Urss era infatti latrice di una visione del mondo alternativa a quella delle democrazie occidentali che, per comodità, possiamo definire “liberali” o “liberal-democratiche”. Ai sovietici interessava diffondere sul piano globale un modello che, pur tra alti e bassi, era pur sempre ispirato ai principi classici del marxismo-leninismo.
Questo significa che la base della loro azione era di tipo ideologico e, proprio per tale ragione, avversabile con maggiore facilità. Nulla di tutto questo è sopravvissuto nella politica estera della Repubblica Popolare. Diventata, a partire dalle riforme di Deng Xiaoping, una sorta di “ircocervo” sospeso a metà tra socialismo e capitalismo di Stato, la Cina punta sui fattori economici e non su quelli ideologici.
E’ pur vero che il marxismo-leninismo – nella sua variante maoista – resta tuttora l’unica filosofia ufficiale ammessa a Pechino. Ma i cinesi, nel corso della loro storia plurimillenaria, sono sempre stati estremamente pragmatici. Sin dalle origini privilegiano i fattori economici e, soprattutto, commerciali. Non a caso, dopo le scomuniche di Mao Zedong, il confucianesimo è diventato nel Paese più importante del marxismo (nonostante gli omaggi formali che quest’ultimo continua a ricevere sul piano ufficiale).
Dunque i dirigenti cinesi pongono economia e commercio alla base di tutto, ed è proprio questo genere di approccio ad aver convinto l’Occidente che la loro globalizzazione fosse assai meno pericolosa di quella che cercarono di compiere i sovietici. Anzi, le enormi quantità di denaro investite all’estero hanno rafforzato l’impressione che la globalizzazione cinese sia un’opportunità da sfruttare, e non un pericolo da combattere.

Del resto l’abbiamo visto dalle reazioni dei principali Paesi europei alla politica estera neo-atlantica di Biden. Tedeschi e francesi (ma pure gli italiani) non vogliono rinunciare alle opportunità che l’immenso mercato cinese offre. E – fatto molto importante – il mercato Usa non è in grado, al momento, di garantire nulla di simile.
Se aggiungiamo il predominio cinese nel settore chiave della “terre rare”, vale a dire i minerali fondamentali per l’industria bellica più sofisticata, e per la costruzione degli iPhone e dei tablet, il quadro diventa ancora più completo. Un eventuale decoupling avrebbe conseguenze drammatiche per l’intero apparato produttivo occidentale (quello americano incluso).
Certo è difficile prevedere se la pace sociale cinese, garantita dal Partito comunista anche con il basso costo del lavoro, continuerà a durare. Tuttavia la “normalizzazione” imposta a Hong Kong senza neppure troppa fatica induce a credere che grandi rivolgimenti non siano possibili, almeno a breve termine.
La Repubblica Popolare, inoltre, ha introdotto un concetto di “sovranità digitale” che sta dando grandi frutti in termini di ordine interno. Avendo la Cina equiparato lo spazio digitale della sua Rete allo spazio fisico del proprio territorio, i cittadini del Dragone vedono soltanto ciò che autorità lasciano loro vedere. E, al contempo, non possono accedere ai network occidentali. Quelli ancora attivi sino a poco tempo fa a Hong Kong sono stati del tutto oscurati dopo la summenzionata “normalizzazione” dell’ex colonia britannica.
A Biden restano in mano alcune carte ideologiche, per esempio quella dei “diritti umani”, discorso al quale Pechino è notoriamente indifferente. Si noti, tuttavia, che neppure in questo caso gli alleati sembrano disposti a seguire Biden, se non su un piano meramente formale. E’ tale il timore di perdere il mercato cinese da indurre i suddetti alleati (e gli europei in primis) a fingere solidarietà nelle sedi ufficiali, chiudendo però un occhio sul piano delle azioni concrete.

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