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Eric Voegelin e lo gnosticismo

di Michele Marsonet.

Si afferma spesso che l’uomo è incapace di valutare gli insegnamenti della storia. A distanza di secoli egli incorre in errori analoghi a quelli dei suoi predecessori, e il riconoscimento di tale stato di cose avviene di solito troppo tardi, quando risulta impossibile evitare che nuove tragedie si aggiungano al dolore già sperimentato in un passato più o meno lontano. Una simile constatazione, che a prima vista potrebbe sembrare banale, acquista invece valore pregnante non appena si cerchi, superando la mera cronaca, di leggere gli avvenimenti del nostro secolo con un’ottica per quanto possibile unitaria. Diventa allora utile intraprendere un’analisi volta a scoprire le radici comuni delle ideologie totalitarie che tanto successo hanno riscosso in epoca contemporanea.
Penso che il filosofo tedesco Eric Voegelin, offra alcune chiavi di lettura che possono aiutarci a comprendere con maggiore cognizione di causa il significato più profondo dell’utopia marxiana. Il tema trattato è uno dei luoghi classici del pensiero politico: l’Utopia intesa come progetto di “redenzione globale” dell’umanità dal suo attuale stato di imperfezione, e commetterebbe un errore chi considerasse una tale indagine alla stregua di pura esercitazione accademica. È infatti sufficiente rammentare gli sconvolgimenti dello scenario mondiale indotti dal fallimento concreto del marxismo, nonché l’insistenza di certi ambienti – sia politici che intellettuali – sulla bontà della sua ispirazione originaria, per comprendere che i conti con il pensiero utopico non sono affatto chiusi.
Tutto ciò non avviene per caso; è infatti una tipica aspirazione umana quella che mira ad eliminare l’ingiustizia mediante la costruzione di un mondo migliore. Tale esigenza, in sé naturale e legittima, diventa tuttavia foriera di tragedie quando si dimentica la nostra intrinseca limitatezza e tendenza all’errore, il che spesso conduce alla costruzione di ordini sociali peggiori di quelli che si volevano combattere.
L’originalità della proposta di Voegelin consiste nella scoperta di molte – e spesso insospettabili – affinità che collegano Marx ad altri teorici politici. Ecco quindi il riferimento, sorprendente solo in apparenza, alle eresie medievali e a Gioacchino da Fiore, con il quale comincia a delinearsi un nuovo tipo umano: l’intellettuale che conosce la formula del riscatto dalle sventure del mondo e può quindi predire con esattezza il corso futuro della storia.
Ma ancora più interessanti risultano ai nostri fini pensatori più vicini nel tempo come il padre del positivismo Auguste Comte, per il quale lo stato di perfezione è rappresentato dallo stadio finale della società industriale, diretta temporalmente dai managers e spiritualmente dagli intellettuali positivisti. La dottrina comtiana, tuttavia, non è soltanto un’audace costruzione teorica. In effetti essa ha profondamente influenzato sia uomini politici sia teorici liberali del calibro di John Stuart Mill, ed alcuni dei suoi assunti di base – ad esempio l’incondizionata superiorità della scienza su ogni altra forma di attività umana – sono oggi assai diffusi a livello di massa.
Voegelin ritiene dunque che il marxismo, al pari di altri movimenti sorti sulla base delle elaborazioni concettuali di circoli intellettuali ristretti, altro non sia che una variante dello “gnosticismo”, da lui caratterizzato in questo modo. Innanzitutto il pensatore gnostico è insoddisfatto della sua situazione: le difficoltà che egli incontra nella vita vanno attribuite al fatto che il mondo ha una struttura intrinsecamente carente, e non già all’inadeguatezza di fondo degli esseri umani. L’ordine dell’essere si dovrà cambiare nel corso di un processo storico, cosicché da un mondo cattivo sia possibile far emergere, per evoluzione storica, un mondo buono. Partendo da queste basi, egli elabora una dottrina che promette la salvezza dal male del mondo, e di qui ad immaginare un ordine perfetto il passo è breve: si costruisce una formula che viene annunciata alle masse con atteggiamenti di tipo profetico, i quali ingenerano negli altri l’illusione che il creatore della formula salvifica conosca la strada maestra per far giungere l’umanità nella terra promessa della completa felicità.

Non è difficile notare, a questo proposito, che ciò che Voegelin definisce “atteggiamento gnostico” conduce a un rovesciamento completo dell’idea cristiana di perfezione, della quale, tuttavia, esso è evidentemente tributario. Salvezza e perfezione, categorie che per il cristiano appartengono all’aldilà, alla vita futura, vengono trasferite su questa terra. Siamo dunque di fronte all’eliminazione della celebre distinzione che Sant’Agostino aveva tracciato tra la “Città di Dio” e la “Città dell’uomo”: la prima viene negata, ma soltanto con lo scopo di trasferire tutte le sue caratteristiche nella seconda. È un progetto di radicale immanentizzazione che, in quanto tale, si contrappone non solo al pensiero cristiano, ma anche a quello liberale. Cristiani e liberali sono entrambi coscienti, pur partendo da premesse differenti, dei limiti intrinseci dell’individuo.
Invece lo gnostico ignora tali limiti e si propone di superarli con un puro sforzo della volontà. Troviamo puntuale conferma di tale stato di cose nelle seguenti considerazioni di un marxista assai meno dogmatico di altri come il polacco Adam Schaff: “Da dominatore della terra, l’uomo si va trasformando in potenziale dominatore dell’universo. Grazie a tali conquiste, l’uomo potrà ascendere al biblico trono di Dio e prenderne lo scettro”.
Non è mia intenzione discutere, in questa sede, se l’uso che Voegelin fa del termine-contenitore “gnosticismo” sia più o meno corretto. Mi preme tuttavia notare che esso ci permette comunque di approfondire le caratteristiche più problematiche dell’antropologia marxiana. Afferma infatti Voegelin che “la costituzione dell’essere resta quella che è, oltre la portata della brama del pensatore. Essa non risulta modificata dal fatto che un pensatore elabora un programma per cambiarla e si illude di poterlo realizzare. Il risultato non è quindi un dominio sull’essere, ma una soddisfazione dell’immaginazione”.
È dunque essenziale rammentare che la realtà circostante non è destinata a cambiare in modo radicale per il semplice fatto che qualche teorico politico la trova difettosa e cerca di fuggire da essa. O, ancor meglio, occorre intendersi sulla portata e sui limiti di ogni possibile mutamento, senza pretendere di piegare totalmente il mondo alle esigenze di astratti schemi intellettuali. Eppure, il tratto distintivo di ogni pensiero utopico radicale è costituito proprio dalla preminenza dello schema astratto sulla realtà delle cose.
Partendo da alcune affermazioni contenute nella celebre opera giovanile di Marx “Manoscritti economico-filosofici del 1844”, Voegelin mostra che il fondatore del socialismo scientifico riuscì a dotare le proprie tesi di un’apparente veste di incontrovertibilità solo rinunciando a porsi alcuni quesiti filosofici fondamentali. In particolare, quando Marx sostiene che l’uomo trova in se stesso la propria origine, che l’uomo si autocrea, egli è ben cosciente del fatto che l’uomo comune – potremmo anche chiamarlo “uomo della strada” – ben difficilmente sarà disposto ad accettare una simile definizione a cuor leggero. L’essere di per sé della natura e dell’uomo – riconosce infatti Marx – è per l’uomo comune inconcepibile per il semplice fatto che contraddice tutti gli aspetti tangibili della vita pratica. In realtà l’uomo, in quanto animale razionale, non può fare a meno di interrogarsi sulla propria origine.
Introducendo il classico argomento del regresso all’infinito, egli prima o poi giungerà a formulare il problema dell’arché, dell’origine sua e del mondo, poiché l’esperienza gli attesta che tutto ha una causa, e che egli non crea né se stesso né la totalità del mondo che lo circonda. Non importa, ai nostri fini, verificare come l’uomo risolva il problema, dal momento che le opzioni a sua disposizione sono molteplici. Potrà infatti adottare una visione teocentrica, oppure rifugiarsi nell’agnosticismo riconoscendo che le sue limitate capacità non gli consentono di pervenire ad una soluzione filosoficamente fondata. È importante, invece, comprendere che il problema esiste e non può essere posto tra parentesi.

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