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Il centenario del Partito Comunista Cinese

di Michele Marsonet.

Perché, si chiedono parecchi commentatori italiani e internazionali, la Cina non ha avuto un Michail Gorbaciov né una “perestrojka”? Alcuni evocano un senso di mistero, altri offrono analisi più argomentate. Al fondo, però, il mistero in gran parte rimane e nessuna analisi è in grado di eliminarlo totalmente.
Ora che il Partito si appresta a celebrare con solennità i suoi cent’anni di vita, oppure “i suoi primi cent’anni” come i dirigenti cinesi amano dire, fioccano i tentativi di interpretazione.
Cominciamo col notare che, anche ai tempi ormai lontani dell’alleanza e della collaborazione tra Unione Sovietica e Repubblica Popolare, i cinesi non si sono mai appiattiti sulle posizioni sovietiche. Basta rammentare l’irritazione manifestata da Mao Zedong quando, giunto in visita ufficiale a Mosca, venne fatto attendere per giorni prima di essere ricevuto da Stalin al Cremlino.
Già a quei tempi, pur essendo allora la Cina in condizioni di evidente inferiorità rispetto all’Urss, il Grande Timoniere pretendeva di essere trattato alla pari. Questo perché aveva ben chiara in mente la civiltà plurimillenaria che egli rappresentava, alla quale l’Urss (o la Russia, se si preferisce), non poteva contrapporre nulla di simile.
Questo fattore ha un peso decisivo anche ai giorni nostri. Sin dalle origini il Partito Comunista si è assunto l’incarico, da un lato, di esaltare con orgoglio la grandezza della storia cinese e, dall’altro, di “vendicare” il lungo periodo oscuro in cui la Cina era preda dei “signori della guerra” sul piano interno, e delle potenze coloniali straniere su quello internazionale.
Le celebri “guerre dell’oppio”, scatenate soprattutto dagli inglesi, restano una macchia che il Partito vuole cancellare per sempre. In fondo occorre rammentare anche questo quando di parla della “normalizzazione” di Hong Kong.
Dal punto di vista del Dragone quella è una vicenda che s’inserisce pienamente nelle suddette “guerre dell’oppio”. Poco conta se tantissimi cittadini dell’ex colonia britannica si oppongono all’assimilazione. Significa solo, per i dirigenti di Pechino, che essi hanno rinunciato alle loro radici culturali e, soprattutto, che rifiutano di capire qual è il corso della Storia.
C’è poi il celebre pragmatismo cinese sul quale in pratica tutti insistono. Da sempre i cinesi hanno badato più all’economia e al commercio che all’ideologia, qualunque essa fosse. L’invito di Deng Xiaoping ad arricchirsi ha trovato un terreno fertilissimo, giacché si accorda pienamente con la mentalità del cinese medio.
Ecco dunque un’altra grande differenza rispetto alla ex Urss. Il PCUS era un partito molto rigido, che procedeva a forza di piani quinquennali (che poi finivano per fallire).

Superata l’era “ideologica” di Mao, il PCC ha invece sempre dimostrato una grande flessibilità, disposto quindi a cambiare quando era ritenuto necessario farlo. Deng non ha avuto paura di inserire forti elementi di capitalismo in un sistema nominalmente socialista. E lo ha fatto capendo che quella era la chiave per far progredire il Paese e per togliere la popolazione da condizioni di povertà assoluta.
Il risultato è stata la spettacolare crescita economica degli ultimi decenni, in grado di trasformare la Repubblica Popolare in una superpotenza globale, addirittura in competizione con gli Stati Uniti. Crescita che ha pure determinato il completo controllo da parte del Partito di ogni aspetto della vita economica, finanziaria e sociale della nazione.
Naturalmente non è tutto oro ciò che riluce. I cinesi, infatti, hanno portato avanti un processo accelerato di “sinizzazione” di popoli conquistati e non assimilabili all’etnia Han che domina il Paese.
Vale per i tibetani, occupati militarmente negli anni ’50 del secolo scorso, che hanno visto la loro antichissima cultura sradicata pressoché totalmente in nome del “progresso socialista” (che i locali non sembrano apprezzare più di tanto).
Il Tibet è ora diventato il principale “hub” turistico della Repubblica Popolare, con milioni di Han che lo visitano ogni anno. Ne ammirano sinceramente le bellezze naturali, ma ignorano del tutto storia e tradizioni autoctone. Il che spiega perché focolai di rivolta continuano a covare in questa regione ai piedi dell’Himalaya.
Ancora più noto è il caso degli Uiguri musulmani e turcofoni che vivono nella regione formalmente autonoma dello Xinjiang. Ancora più diversi dagli Han di quanto non siano i tibetani, gli Uiguri hanno subito una sinizazzione assai brutale, con il ricorso da parte di Pechino ai cosiddetti “campi di rieducazione”.
Un’implosione interna della Cina non è al momento prevedibile, a meno di crisi economiche catastrofiche che intacchino il livello di vita della popolazione. E il Partito sembra molto attento ad evitare eventi di questo tipo.
Si può infine notare che, dopo la scomparsa di Mao, la Cina ha sempre avuto delle leadership collettive in cui il premier era un “primus inter pares”. Tutto è cambiato con Xi Jinping, che ha accentrato tutti i poteri eliminando uno a uno tutti i potenziali avversari. Resta da appurare se questo nuova strategia gioverà davvero alla sopravvivenza del Partito.

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