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La Cina pensa davvero all’opzione militare?

di Michele Marsonet.

 In Piazza Tienanmen, durante la solenne celebrazione del centenario del Partito Comunista, è stata notata una preoccupante nota bellicista nel discorso di Xi Jinping. Il leader assoluto ha detto con molta chiarezza che “chiunque tenti di fare il bullo con noi si troverà in rotta di collisione con una grande muraglia d’acciaio forgiata da oltre 1,4 miliardi di cinesi”.
Viene spontaneo, al riguardo, il ricordo del celebre discorso in cui Benito Mussolini definì l’Italia “una nazione di proletari, armati di 8 milioni di baionette”, pronti a combattere contro i carri armati delle plutocrazie, e pure contro quelli russi.
A ben guardare, il Duce nutriva davvero ambizioni belliche, come la sua politica successiva dimostrò ampiamente.
Invece il discorso di Xi sembra orientato a scoraggiare aggressioni esterne rimarcando il grande sviluppo delle forze armate cinesi negli ultimi decenni. Ma è proprio così?
In realtà Xi ha rimarcato che la Cina non rinuncia alla “riunificazione nazionale”. E questo significa che l’obiettivo primario resta sempre Taiwan. La presenza degli eredi della Cina nazionalista di Chiang Kai-shek, rifugiatisi per l’appunto a Taiwan – l’ex Formosa – dopo la vittoria nella guerra civile conclusa nel 1949, sono per i dirigenti di Pechino un male da estirpare.
Non è stata sufficiente, quindi, la forzata “normalizzazione” di Hong Kong. Né basta la pacificazione coatta imposta a due regioni non cinesi come il Tibet e lo Xinjiang popolato dagli Uiguri musulmani.
Per Pechino Taiwan è parte integrante della Repubblica Popolare, anche se i suoi abitanti hanno votato nelle ultime elezioni in modo schiacciante contro l’annessione, preferendo conservare le libertà fondamentali di cui ora godono piuttosto che vivere sotto un regime comunista.
Nelle carte geografiche ufficiali, Pechino continua a includere l’isola, piccola ma molto avanzata dal punto di vista tecnologico, all’interno dei propri confini nazionali. E poco conta l’opinione degli abitanti, come del resto poco ha contato quella dei cittadini di Hong Kong.

Negli ultimi tempi in Occidente si è capito che Xi fa sul serio, nonostante l’invasione dell’isola comporti grandi pericoli. I jet di Pechino violano sistematicamente lo spazio aereo di Taiwan, che del resto è molto vicina al territorio della Cina continentale.
I servizi segreti americani e britannici hanno inoltre chiarito ai rispettivi governi che Pechino ha già elaborato dettagliati piani d’invasione, nei quali marina, aviazione e forze da sbarco anfibie sono destinate a giocare un ruolo cruciale.
Ciò che resta da capire è sino a che punto Usa, Regno Unito e Giappone siano disposti a correre in difesa di Taiwan qualora lo scenario teorico dianzi delineato diventasse realtà. Parimenti, occorre appurare sino a che punto la Repubblica Popolare sia davvero pronta a innescare un conflitto che ben difficilmente resterebbe circoscritto alla sola Taiwan.
Molto dipende, ovviamente, dall’atteggiamento di Joe Biden. Gli Usa sono gli unici a poter davvero contrastare l’eventuale invasione, pur con un supporto più limitato di britannici e giapponesi. Pechino ha il vantaggio della grande vicinanza all’isola, mentre gli alleati occidentali dovrebbero agire da distanza ben maggiore.
Naturalmente nessuno si augura un conflitto armato che potrebbe presto espandersi dal Mar Cinese Meridionale ad altre parti del mondo. E’ un dato di fatto, tuttavia, che l’approccio cinese sta diventando sempre più aggressivo, tanto da indurre gli strateghi occidentali a prendere in seria considerazione un pericolo che, finora, pareva lontano.

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