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LA SARDEGNA CRISTIANA IN ETÀ TARDO-ANTICA

di Attilio Mastino

Mi sono assunto incautamente il compito di presentare un quadro generale della storia della Sardegna in età tardo-antica, iniziando dalle prime testimonianze relative allo sviluppo del cristianesimo nell’isola fino all’età di Gregorio Magno.
In realtà gli ultimi anni hanno conosciuto un progresso negli studi così consistente e significativo da rendere parziale e deludente qualunque tentativo di sintesi. Sono state rilette, ridiscusse ed interpretate le fonti letterarie, partendo dall’opera di Piero Meloni[1], con una serie di approfondimenti che si debbono soprattutto a Raimondo Turtas, che si è dedicato sostanzialmente a due temi principali, Fulgenzio e Gregorio Magno[2]; sono state allargate le indagini archeologiche in tutta l’isola, soprattutto grazie all’impegno delle due Soprintendenze e dell’équipe guidata da Letizia Pani Ermini, partendo da quella prima campagna di scavi a Cornus nel 1978, alla quale io stesso ebbi l’onore di partecipare[3]; sono state presentate importanti novità nella documentazione epigrafica, con nuove scoperte, letture e riletture che dobbiamo a Giovanna Sotgiu ed ai suoi allievi[4]. Dopo un secolo di eccessive cautele, una nuova
generazione di studiosi si è positivamente interessata alle grandi scoperte epigrafiche del
Seicento: una consistente quantità di documenti, oltre 400 epigrafi paleocristiane, che il Mommsen aveva giudicato incautamente «di fabbrica fratesca»[5], può essere dunque oggi parzialmente recuperata e portata all’attenzione degli studiosi, grazie agli studi di Donatella Mureddu, Donatella Salvi, Grete Stefani[6], Marcella Bonello[7] e Paola Ruggeri[8]. Sono stati soprattutto i convegni di Cuglieri ed i convegni internazionali de «L’Africa Romana», che hanno in qualche modo periodicamente scandito i progressi della ricerca in questo campo. Non dimenticherò le tesi di laurea, come quella di Giovanna Artizzu, dedicata all’età vandalica[9]; oppure le memorie di «diploma di studi approfonditi» (D.E.A.), come quella presso l’Università di Bordeaux di Daniela Sanna sulle iscrizioni c.d. falsae, gran parte delle quali sono forse
conservate nella cripta seicentesca della Cattedrale di Cagliari ed andrebbero rivisitate[10]; e infine le tesi di dottorato, quella di Antonio Corda sulle iscrizioni paleocristiane[11], quella di
Piergiorgio Spanu sulla prima età bizantina[12] e quella di Klaus Pokorny sui monumenti
tardoantichi e paleocristiani della Sardegna[13]. Lavori che ci auguriamo possano essere tra breve pubblicati. Al di là dei problemi di dettaglio, emerge la straordinaria complessità della storia della Sardegna in un periodo che rappresenta veramente la cerniera tra l’età antica e l’età moderna: la pace costantiniana, la vivace resistenza delle tradizioni pagane profondamente radicate nella società isolana soprattutto in ambito rurale, l’organizzazione civile ed ecclesiastica nel basso
impero, il marcato orientamento africano anche in ambito religioso, l’occupazione vandalica ed il
confronto con il mondo germanico ariano, la spedizione dei Goti, la riconquista giustinianea,
l’attività del grande papa Gregorio Magno e della chiesa di Roma, le sollecitazioni culturali
orientali, le prime minacce arabe. L’isola ci appare veramente collocata nel cuore del
Mediterraneo, aperta alle più diverse influenze culturali, tra oriente ed occidente, in bilico tra
mondo europeo e mondo africano.
E’ singolare il fatto che la prima vicenda che riguarda i cristiani esiliati eji” mevtallon Sardoniva”, quella del futuro papa Callisto dopo il fallimento della banca di Carpoforo, sia localizzata nelle miniere sulcitane nell’età di Commodo, forse a Metalla ed in quella stessa valle di Antas nella quale Caracalla avrebbe restaurato vent’anni più tardi il tempio dedicato al culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater-Sid-Baby[14]: un tempio che credo abbia rappresentato nell’antichità preistorica, poi in quella punica e soprattutto in età romana, il luogo alto dove era ricapitolata tutta la storia del popolo sardo, nelle sue chiusure e resistenze, ma anche nella sua capacità di adattarsi e di confrontarsi con le culture
mediterranee. E’ solo uno dei tanti dati sulla forza e sulla vitalità che le tradizioni pagane continuavano ad avere in Sardegna, dove per tutto il III ed anche nel IV secolo abbiamo notizia di restauri di edifici di culto pagani e, su base municipale e provinciale, della ramificata e capillare organizzazione del culto imperiale[15], che fu il modello territoriale diretto sul quale credo dovette impiantarsi la nuova organizzazione religiosa diocesana, che troviamo documentata (per la capitale provinciale Karales, successivamente qualificata come
mhtrovpoli”)[16] a partire dal concilio antidonatista di Arelate all’indomani della pace
costantiniana, ma che risale sicuramente almeno al secolo precedente[17]. Raimondo Zucca ha scritto di recente che proprio in questo periodo il tempio del Sardus
Pater fu abbandonato dai fedeli: le testimonianze più tarde sono infatti delle monete imperiali



del IV secolo, che offrono evidentemente il terminus post quem per la caduta in disuso o per la distruzione violenta del tempio, forse per volontà del clero cristiano locale[18]. C’è da chiedersi quanti altri templi pagani nel corso del IV secolo e soprattutto nei due secoli successivi siano stati distrutti dai cristiani, oppure siano stati destinati ad altro uso o più probabilmente trasformati e riconvertiti, secondo le istruzioni che per un’epoca più avanzata furono impartite dai pontefici romani, come Gregorio Magno, a proposito della necessità di trasformare i templi degli Angli da luogo di adorazione dei démoni a luogo di adorazione del vero Dio[19]. Un altro caso assolutamente emblematico è rappresentato dall’ipogeo di Ercole salvatore alle porte di Tharros, in territorio di Cabras[20]: in questo caso il culto salutifero delle acque ed il culto di Eracle swthr, dio che rimane alla base di tutti i miti classici sulla colonizzazione della
Sardegna[21], è stato ribattezzato e reinterpretato con riferimento a Cristo Salvatore, con un
sincretismo di profondissimo significato, forse testimoniato dalla raffigurazione di Daniele nella
fossa dei leoni[22]. Del resto, già Robert Rowland ha osservato che la nuova pratica religiosa si andò impiantando su luoghi di culto pagani, assimilando i più fortunati culti precedenti; altre volte monumenti ed edifici religiosi nuragici, punici o romani furono forse invece demoliti con l’intento di sopprimere una più antica devozione pagana[23]: il primo caso è ben esemplificato dal sorgere delle chiese rupestri all’interno delle domus de janas abbandonate[24]; oppure dal
subentro, nell’ipogeo di Forum Traiani, del culto del martire Lussorio[25], sull’antichissimo culto
di Esculapio e delle Ninfe salutari delle sorgenti calde delle Aquae Hypsitanae[26]; ma la continuità del culto è documentata di frequente in Sardegna, come per il tempio di Ercole-Melkart di Olbia, sul quale si sono sovrapposti due successivi edifici cristiani, l’ultimo dei quali consacrato a San Paolo[27]. Per il secondo caso, si può pensare al tempio dedicato a Giove in Barbaria, sulla montagna sacra di Bidonì al di là del Tirso, dove forse era proseguito l’antichissimo culto paleosardo del toro[28]. La vicenda dei cristiani esiliati in Sardegna sfiora soltanto la storia dell’isola e rimane in gran parte estranea alla natura profonda della società sarda: e questo vale per quei ejn Sardoniva mavrture” romani liberati assieme a Callisto dal presbitero Giacinto per volontà della liberta e concubina di Commodo Marcia Aurelia Ceionia Demetrias e grazie alla disponibilità dell’ejpitropeuvwn th'” cwvra”, il locale procurator metallorum imperiale[29], su un elenco fornito dall’africano Papa Vittore[30]; ma quest’estraneità all’isola ritorna anche per l’episodio
dell’esilio di Papa Ponziano e del presbitero Ippolito nell’età di Massimino il Trace[31], che
conferma come la Sardegna fosse considerata ancora terra d’esilio popolata da pagani, nella quale il vescovo di Roma non avrebbe potuto trovare solidarietà da parte dei pochi fedeli. Del resto anche alcuni grandi santi della chiesa sarda ci vengono presentati spesso come estranei alla realtà locale: è il caso già di Antioco, che si vuole cacciato in esilio dalla Mauretania per la sua adesione alla dottrina cristiana ed approdato secondo una dubbia tradizione nell’età adrianea alla Sulcitana insula Sardiniae contermina a bordo di una parva navicula[32]. Ma questo è il caso anche di alcuni martiri che le rispettive passioni tarde vogliono uccisi durante la grande persecuzione dioclezianea[33], come Efisio, che si vuole nato in oriente ad Elia Capitolina-Gerusalemme[34], oppure come Saturno, il cui nome ci suggerisce una probabile origine africana[35]. Nè escluderei che lo stesso glorioso martire turritano, il soldato Gavinus palatinus[36], fosse un militare temporaneamente presente in Sardegna, come il suo collega Thalassus palatinus, dominus et nutritor dell’infelix Musa alla fine del IV secolo[37] o forse come il Leontius di un epitafio caralitano considerato falso dal Mommsen[38]. E ciò vale anche
per i semplici fedeli, che spesso erano degli immigrati totalmente estranei alla realtà isolana, se ad esempio per il v(ir) s(pectabilis) Pascalis, onorato dalla comunità cittadina per i suoi meriti, si può precisare: hic iace[t] peregrina morte raptus[39]. Una vicenda analoga fu quella del messo pontificio Annius Innocentius, un attivissimo acol(uthus), che ob eclesiasticam dispositionem
itinerib(us) saepe laborabit
: inviato per due volte alla corte di Costantinopoli o comunque in Oriente, ma anche in Campania, Calabria ed Apulia, infine morì in Sardegna; le sue ossa furono traslate alla metà del IV secolo a Roma, nel cimitero di Callisto: postremo missus in Sardiniam, ibi exit de saeculo; corpus eius huc usq(ue) est adlatum[40]. Non escluderei che questa missione ufficiale in Sardegna, svoltasi poco prima del 366, «nel pieno delle traversie subite dalla chiesa romana da parte degli ariani»[41] possa essere collegata con le posizioni assunte da Lucifero di Cagliari o dai suoi seguaci. Continua..

Autore

Attilio Mastino (Bosa 1949), Rettore dell’Università degli studi di Sassari dal 2009 al 2014, ha insegnato fino al 2019 Storia Romana ed Epigrafia Latina nel corso di laurea in Beni Culturali e nel Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione. Laureato in Lettere Classiche (1972), si è specializzato in Giornalismo a Urbino e in Studi Sardi a Cagliari. Ha studiato a Parigi, Bordeaux e Tunisi.

1 Comment on LA SARDEGNA CRISTIANA IN ETÀ TARDO-ANTICA

  1. Giovanna Li Volti Guzzardi // 9 November 2020 at 23:40 // Reply

    Sempre meravigliosa e interessante Rivista, la seguo da sempre con tanto amore e ansia! Complimenti con tutto il cuore!

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