PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Preoccupa il silenzio italiano su Hong Kong

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

I cittadini di Hong Kong hanno avuto il coraggio di tornare in strada anche dopo l’approvazione, da parte dell’Assemblea Nazionale del Popolo cinese, della legge liberticida che proibisce qualsiasi manifestazione di dissenso nell’ex colonia britannica.
Com’è noto la Repubblica Popolare ha clamorosamente disatteso l’impegno di rispettare il principio “un Paese, due sistemi” sancito nel trattato firmato da Pechino e Londra nel 1997, nell’atto della restituzione della città-isola alla Cina. Con tale trattato si garantiva a Hong Kong, fino al 2047, la possibilità di conservare una magistratura indipendente in base all’ordinamento giuridico della “Common Law” inglese.
Approfittando del caos causato dalla pandemia dovuta al coronavirus, Pechino ha invece forzato la mano istituendo una “Agenzia per la sicurezza nazionale” che equipara, in tutto e per tutto, la città alla Cina continentale.
Vietato dunque parlare di autonomia e, men che meno, di indipendenza. Ogni manifestazione che esprima simili richieste è ora considerato un atto di tradimento, punibile con pene severissime che possono giungere all’ergastolo e alla deportazione in territorio cinese.
Tuttavia, nonostante questo quadro drammatico, strade e piazze di Hong Kong si sono di nuovo riempite per manifestare il desiderio dei cittadini di non essere assimilati al sistema monopartitico, autoritario e repressivo in vigore nella Repubblica Popolare.
Si sono verificati di nuovo scontri durissimi in cui la polizia, che ormai obbedisce agli ordini del Partito Comunista, non si è fatta scrupolo di usare una violenza estrema contro i cittadini. Il bilancio delle manifestazioni di ieri ammonta a 370 arresti, né si conosce la sorte che verrà loro riservata.
Insomma Xi Jinping e il suo gruppo dirigente hanno deciso di attuare la stretta finale normalizzando il territorio, anche per impedire che l’esempio di Hong Kong contagi altre regioni del Paese che da tempo richiedono autonomia e, in alcuni casi, l’indipendenza.
Il mondo occidentale ha reagito in modo deciso a questa nuova ondata repressiva che minaccia di diventare permanente. Gli Stati Uniti mettono in atto sanzioni – soprattutto economiche – che tolgono alla città lo status privilegiato che ne aveva garantito il successo. Dal canto suo il Regno Unito ha deciso di concedere la cittadinanza britannica agli abitanti di Hong Kong che ne facciano richiesta.
Pesanti anche le dichiarazioni di condanna di Unione Europea, Germania, Francia, Australia e Giappone. Un caso a parte è invece l’assenza del governo italiano, che si è limitato a raccomandare “moderazione” nelle azioni repressive di Pechino.
Del resto, com’è ben noto, il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha dichiarato nei mesi scorsi che il caso di Hong Kong è un “affare interno” della Repubblica Popolare, con ciò fornendo un avallo di sostanza alla repressione. Da quanto si sa il governo italiano non è compatto su tale atteggiamento, ma la posizione di Di Maio continua a prevalere nonostante gli appelli a Roma di alcuni leader delle manifestazioni.
C’è solo da sperare che la questione venga discussa in Parlamento, dove molti deputati e senatori hanno opinioni ben diverse da quella del ministro degli Esteri. Resta comunque la preoccupazione per l’isolamento italiano in ambito occidentale, che induce a prefigurare un distacco sempre più accentuato dai nostri tradizionali alleati.