PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

India e Cina ai ferri corti

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

L’espansionismo cinese sta crescendo in modo esponenziale, e la tensione con un gran numero di Paesi vicini tocca livelli prima sconosciuti. In realtà l’atteggiamento della Repubblica Popolare è parecchio cambiato con l’avvento della dirigenza guidata da Xi Jinping. La nuova leadership ha infatti in mente un disegno imperiale che la grande nazione asiatica ha sempre coltivato, ben prima della rivoluzione comunista di Mao. Oltre a essere convinti che i territori tibetani e uiguri (per fare solo due esempi) sono parte integrante della Cina pur se la storia non depone a favore di tale tesi, a Pechino sono state rispolverate vecchie mappe risalenti addirittura ai tempi del Kuomintang e di Chiang Kai-shek, che ridisegnano i confini nazionali.
Già i nazionalisti di Chiang avevano elaborato una mappa diversa da quella tradizionale, assegnando alla Cina vasti tratti del Mar Cinese Meridionale che, secondo gli accordi riconosciuti dalle Nazioni Unite, costituiscono invece acque internazionali. La decisione si deve al fatto che molte parti di quel mare erano e sono tuttora oggetto di contenzioso tra Repubblica Popolare Cinese, Giappone, le due Coree, Taiwan, Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei. La lunga lista delle nazioni citate fa subito capire l’estensione dell’area. Si tratta di 3,5 milioni di Km quadrati in cui sono compresi parecchi piccoli arcipelaghi per lo più disabitati oltre a isolotti isolati (spesso dei semplici scogli).
Ora si assiste a una ripresa degli scontri armati tra truppe cinesi e indiane sui picchi dell’Himalaya, già teatro di conflitti tra i due Paesi nel secolo scorso. Il più grave si verificò nel 1962, ai tempi di Jawaharlal Nehru e di Mao Zedong. I cinesi, più numerosi e meglio attrezzati, inflissero all’esercito indiano una sconfitta pesante e tuttora oggetto di recriminazioni da parte di New Delhi. Poi si ebbero altri episodi di minore portata. L’ultimo, accaduto pochi giorni fa nella valle del fiume Galwan, ha causato morti e feriti da entrambe le parti, anche se il numero delle perdite indiane è noto e quello cinese no.
I due governi hanno cercato di smorzare la tensione ma, visti i rapporti non certo idilliaci tra i due Stati più popolosi del mondo, non si può affatto escludere una “escalation” dalle conseguenze imprevedibili. L’India, che ha un contenzioso aperto anche con il Pakistan in aree attigue dell’ Himalaya, non può cedere soprattutto dopo che a New Delhi si è installato il governo ultranazionalista indù del premier Narendra Modi. Quest’ultimo teme, al pari di tutti gli indiani, l’espansionismo cinese ed è intenzionato a fare dell’India una superpotenza globale in grado di competere con la Repubblica Popolare.
Dal canto suo neppure Pechino può cedere, poiché questo metterebbe in pericolo lo status – ormai acquisito – di superpotenza. Xi Jinping sta infatti praticando una politica estera in cui il prestigio gioca un ruolo decisivo. Il marxismo di marca confuciana che rappresenta l’unica filosofia ammessa nel Paese è, in fondo, uno strumento con cui Xi e il suo gruppo dirigente vogliono rinverdire i fasti del Celeste Impero.
Di qui alcuni grandi mutamenti nello scacchiere internazionale. Donald Trump sta infatti cercando di costruire una sorta di alleanza anti-cinese nella quale verrebbero coinvolti, oltre agli Usa, la stessa India, il Giappone e l’Australia, più una serie di nazioni “minori” quali Corea del Sud, Vietnam, Filippine e Taiwan, tutte per ovvi motivi timorose dell’espansionismo cinese. Il successo dell’iniziativa, ovviamente, dipenderà anche dall’esito delle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre. Se Trump vincerà è plausibile pensare che una simile alleanza prenda forza. Se, invece, a prevalere sarà il democratico Joe Biden, è possibile che si verifichi un riavvicinamento tra Cina e Stati Uniti.
E’ opportuno rammentare che gli scontri armati sull’ Himalaya si verificano proprio quando i due giganti asiatici devono fronteggiare la pandemia. Cina e India sono tra i Paesi più colpiti al mondo. Mentre la prima si era illusa di aver superato l’emergenza salvo poi scoprire nuovi focolai nella stessa Pechino, l’India sta affrontando la diffusione del virus con servizi sanitari estremamente carenti e con vasti strati della popolazione che ancora vivono in condizioni di grande povertà. Tuttavia la forza dei due nazionalismi contrapposti è tale da costringere i governanti a non cedere per non perdere parte del prestigio già conquistato.