PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Le prospettive di laburisti inglesi e democratici Usa

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

7f1a0cdff7116e2b1528bdafc7a62dbc_w1000_h1000

di Michele Marsonet.

Può sembrare azzardato paragonare la situazione politica di due Paesi come Regno Unito e Stati Uniti, che hanno parecchie affinità ma presentano anche grandi differenze, soprattutto per il diverso peso che esercitano nello scenario internazionale. Eppure, in questo momento, vi sono analogie che è utile analizzare.
Il confronto si può soprattutto fare in riferimento ai partiti che sono attualmente all’opposizione nei due contesti nazionali. Si tratta, in entrambi i casi, di formazioni politiche che da noi verrebbero definite “progressiste” o, con maggiori esitazioni, “di sinistra”. Dunque i laburisti a Londra e i democratici negli Usa.
A Brexit conclusa, il Labour britannico sta cercando di superare lo smarrimento dopo che l’era Corbyn si è conclusa lasciandolo devastato a causa della pesante sconfitta elettorale subita nelle ultime elezioni. Il partito della sinistra britannica è sempre stato attraversato – come accadeva anche nel vecchio Partito Socialista Italiano – da una disputa senza fine tra la componente moderata e quella radicale (in Italia si diceva, un tempo, tra riformisti e massimalisti).
Con Jeremy Corbyn hanno prevalso per anni i radicali e, come molti osservatori avevano predetto, ciò ha innescato la sconfitta elettorale, spingendo molti elettori laburisti moderati ad allontanarsi dal partito. Si è verificata, di conseguenza, una decisa sterzata.
Il nuovo leader, assai diverso da Corbyn, è Keir Starmer, 57 anni, avvocato e deputato di lungo corso alla Camera dei Comuni. Si tratta di un esponente dell’ala moderata che gli inglesi chiamano “soft left”, una via di mezzo tra il radicalismo corbyniano e il centrismo rivolto a sinistra di Tony Blair.
Starmer, che non è molto conosciuto, dovrà rimettere insieme i cocci di un partito dalla storia gloriosa e ora sotto shock a causa della summenzionata batosta elettorale, alla quale si aggiunge il flagello della pandemia che ha coinvolto di persona anche Boris Johnson, il leader conservatore in carica. Il ritorno dell’ala moderata potrebbe comunque consentire il recupero di vasti settori dell’elettorato laburista spaventati dal “socialismo” di Corbyn.
Negli Stati Uniti i democratici stanno lavorando per vincere le elezioni di novembre e spodestare il presidente repubblicano, Donald Trump. Qui la pandemia di coronavirus sta colpendo in modo particolarmente duro, e sulla gestione dell’emergenza si giocherà il futuro dei due partiti. I democratici stanno battendo molto sulla superficialità con cui Trump, almeno inizialmente, ha affrontato la diffusione del morbo.
Rispetto a pochi mesi orsono, i democratici americani possono permettersi un maggiore ottimismo. Si è infatti ritirato dalla corsa il senatore “socialista” del Vermont Bernie Sanders. Ciò significa che Joe Biden, già vice-presidente durante i due mandati di Barack Obama, resta l’unico candidato in lizza e otterrà sicuramente la “nomination” del partito in vista della corsa alla Casa Bianca.
Biden è noto per le sue capacità di mediatore e gode già dell’appoggio dell’importantissima comunità afroamericana. Se – come pare – sceglierà come vice una donna, molto probabilmente Stacey Abrams che della suddetta comunità afroamericana è una nota leader, le sue possibilità di vittoria in novembre saranno maggiori di quanto gli osservatori s’attendevano in precedenza.
L’ex vice di Obama ha già convinto Sanders (e i suoi sostenitori) ad appoggiarlo senza riserve in novembre, il che significa che Donald Trump dovrà competere con un avversario pericoloso. Giova però ripetere, ancora una volta, che la pandemia di coronavirus è destinata a giocare un ruolo essenziale nel futuro politico tanto degli Usa quanto del Regno Unito. In questo senso, per quanto possa apparire paradossale, il vero avversario che Donald Trump dovrà sconfiggere in novembre sarà il virus cinese.