PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Sulla crisi della tecnocrazia europea

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Si è spesso sostenuto che una sorta di “utopia tecnocratica” è la vera sorgente dell’Unione Europea. Ne sarebbe stato principale propugnatore Jean Monnet, uno dei padri fondatori della UE, diplomatico ed economista francese il cui nome è ancora usato in ambito accademico perché proprio a lui sono intitolate molte cattedre universitarie destinate a studiosi che si siano distinti, per l’appunto, nelle ricerche sull’integrazione europea.
Monnet nel corso della seconda guerra mondiale visse per alcuni anni negli Stati Uniti e fu un influente consigliere del Presidente Roosevelt. In seguito divenne membro del Comitato Nazionale di Liberazione Francese e, in un discorso pronunciato ad Algeri nel 1943, disse che la ricostituzione degli Stati nazionali prebellici costituiva una seria minaccia alla pace. Auspicò pertanto la formazione di una federazione europea destinata a diventare “una comune unità economica”.
L’accentuazione da parte di Jean Monnet del carattere economico della futura federazione sembra in qualche modo avallare la tesi di cui sopra. V’è differenza tra riconoscere il ruolo fondamentale dell’economia nelle società liberal-democratiche, e appiattire su quello economico tutti gli altri aspetti che concorrono a determinare la loro identità.
Cito innanzitutto la dimensione politica, davvero fondamentale anche ai giorni nostri nonostante la crisi che sta attraversando. E poi quella culturale, colpevolmente trascurata sin dalle origini dell’Unione, forse perché le differenze tra le varie nazioni che ne fanno parte hanno radici storiche così profonde da impedire, se non la loro eliminazione – che del resto sarebbe impossibile – almeno un affievolimento.
Dopo il cataclisma della seconda guerra mondiale l’Europa era ridotta a un mosaico di piccoli Stati, alcuni dei quali si illudevano di aver conservato il precedente rango di potenze internazionali. Uomini politici dalla vista più lunga capirono subito che non era così, e intrapresero il lungo e difficile cammino di costruire una entità sovranazionale più vasta, in grado – almeno a lungo termine – di giocare un ruolo importante sul palcoscenico mondiale.
A monte stava la convinzione che, nonostante le guerre ininterrotte che avevano fiaccato il continente, vi fosse pur sempre una comune eredità culturale in grado di superare le ovvie differenze tra i Paesi latini da un lato e quelli germanici da un lato. Con la speranza che in seguito si aggiungessero slavi e altri. Né si deve trascurare la convinzione, valida per molti di quei politici, che ci si potesse anche basare su una condivisa eredità cristiana.
Se guardiamo al modo in cui nacque la più grande federazione della storia moderna, gli Stati Uniti d’America, notiamo subito che i padri fondatori diedero il giusto peso ai fattori economici senza tuttavia farne il perno attorno al quale tutto il resto deve ruotare. La Dichiarazione d’indipendenza americana parla direttamente al cuore della gente comune ancor oggi, a secoli di distanza dalla sua stesura.
Nessun documento fondamentale dell’Unione Europea è stato o è in grado di fare altrettanto. La burocrazia asettica di Bruxelles ha prodotto una mole impressionante di atti e dichiarazioni, che restano però confinati nelle cerchie ristrette degli addetti ai lavori. Il risultato è che i cittadini dell’Unione sanno assai poco degli atti e delle dichiarazioni sopra citate. La loro conoscenza resta appannaggio degli studiosi e di quei politici (pochi) che s’impegnano in prima persona nella costruzione della federazione.
Sappiamo tutti, infatti, che l’elezione al Parlamento europeo viene per lo più vista come una posizione di rendita, quasi una sinecura. Unico aspetto ritenuto interessante, per le sue ricadute pratiche, è la distribuzione dei fondi che la UE effettua tra i Paesi membri in ogni settore. Ragion per cui governi nazionali e locali, università e associazioni di vario tipo spronano i loro rappresentanti a seguire con cura i programmi comunitari che dispensano fondi.
Ancora una volta siamo, come ben si può capire, su un piano puramente economico. Stando così le cose è ovvio che i tecnici siano le figure dominanti, con i politici relegati sullo sfondo. Come negare che il problema dei tecnocrati è quello di sottovalutare le conseguenze politiche dei propri progetti? Percorrono la loro strada come se la politica non esistesse, o fosse un inconveniente del tutto trascurabile.
Nonostante l’afflato sinceramente federalista di alcuni padri fondatori – non ultimo l’italiano Altiero Spinelli – il “vizio” appare congenito e presente sin dalle origini. E, se è così, le prospettive future sono tutt’altro che rosee. Si può continuare a credere nella validità del progetto complessivo, pur sentendo crescere nell’intimo la sfiducia che i risultati saranno alla fine positivi.
Ecco perché i mercati “sospettosi” circa i debiti sovrani sono così minacciosi. Lo sarebbero meno se ci fosse un comune progetto politico, e non solo economico, in grado di dare garanzie in quella direzione. E’ vero che ci troviamo in questa situazione perché alcuni Paesi europei rischiano di non riuscire più a trovare credito sui mercati finanziari. Ma il vero guaio è un altro. Vale a dire la mancanza di un messaggio unitario – e chiaro – in grado di “scaldare i cuori”.