PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Trump e l’Iran

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Sorprendenti le reazioni di molti media italiani ed europei all’eliminazione del generale iraniano Qasem Soleimani decisa, in prima persona, da Donald Trump. Parecchi la giudicano come un tentativo, da parte del tycoon, di riacquistare popolarità presso l’opinione pubblica Usa turbata – ma nemmeno tanto – dalla vicenda dell’impeachment. Altri dipingono lo stesso Soleimani come un eroe, ennesima vittima dell’imperialismo Usa e della volontà di potenza del mondo occidentale in genere.
In realtà Trump si è comportato, in questo caso, come altri presidenti americani che l’hanno preceduto. Ogni volta che uno Stato o un’organizzazione terroristica minaccia o colpisce in modo diretto strutture e interessi degli Stati Uniti, questi ultimi reagiscono con la forza eliminandone i vertici. E l’azione viene pianificata con cura. La reazione infatti, non è quasi mai immediata, ma si svolge in un momento qualsiasi sorprendendo sempre l’obiettivo da colpire.
Celebre il caso dell’eliminazione di Osama Bin Laden, fondatore e leader di Al Qaida. Il fatto avvenne nel 2011, quando era presidente il democratico Barack Obama, il quale solo due anni prima era stato pure insignito del Premio Nobel per la pace. Con Al Qaida in declino pareva che gli americani si fossero scordati di Osama, e invece lo colpirono a freddo nel rifugio che aveva trovato in Pakistan.
Lo stesso Trump replicò l’operazione nel 2019, ordinando l’eliminazione del capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, sorpreso – lui pure – in uno sperduto villaggio siriano ai confini con la Turchia. Anche l’Isis era in declino, ma la condanna a morte era già stata decretata e venne puntualmente eseguita quando nessuno se l’aspettava.
Nel caso di Soleimani si tende a scordare che il generale iraniano spadroneggiava in Iraq, dove i suoi miliziani avevano brutalmente stroncato le manifestazioni anti-Teheran organizzate da sciiti iracheni contrari alla sudditanza del loro Paese all’Iran. Il generale, inoltre, era la vera mente degli attacchi contro l’ambasciata Usa a Baghdad, riuscendo addirittura a piazzare elementi a lui fedeli nell’area di sicurezza (“zona verde”) che circonda la stessa ambasciata americana, così sfidando Washington in modo diretto.
Dunque l’attacco che ne ha causato la morte non si discosta affatto dal tradizionale comportamento Usa in casi di questo tipo. Più che alle vicende dell’impeachment, Trump ha pensato a ribadire che nessuno può sfidare gli Stati Uniti in un modo così diretto e plateale e, se qualcuno lo fa, deve patirne le conseguenze.
Quanto all’essere un eroe, è ovvio che dal punto di vista degli aytollah al potere a Teheran egli lo è stato davvero. Era riuscito, infatti, a consolidare la cosiddetta “mezzaluna sciita” che va da Teheran a Beirut passando per Baghdad e Damasco. Sempre Soleimani ha svolto un ruolo chiave nella sconfitta dell’Isis e nel consolidamento del regime di Bashar Assad in Siria.
Ma basta questo a considerarlo un eroe? Forse si dimentica che è stato la mente strategica del khomeinismo, e che i suoi miliziani hanno svolto un ruolo fondamentale nella repressione delle proteste civili che hanno recentemente insanguinato Teheran e tutte le principali città iraniane. Era insomma del tutto organico al regime degli ayatollah, il che dovrebbe indurre tutti a una sana prudenza commentandone la scomparsa.
Piuttosto occorre rimarcare, purtroppo per l’ennesima volta, la totale impotenza italiana – e dell’intera Unione Europea – nelle vicende internazionali, anche quando coinvolgono in modo diretto interessi italiani ed europei (si pensi al caso libico). A questo punto occorre rassegnarsi al fatto che Roma e Bruxelles non sono assolutamente in grado di svolgere un ruolo significativo nelle crisi mondiali.