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Hong Kong beffa la Cina

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Si sapeva già che a Hong Kong la maggioranza degli abitanti è contraria a rapporti troppo stretti con la Cina, ma era difficile prevedere il risultato delle elezioni locali che si sono tenute ieri nella città-isola.
L’affluenza ha registrato 2,94 milioni di votanti, pari al 71,2%, secondo i dati forniti dalla Commissione per gli affari elettorali. Si tratta dell’affluenza più alta dal 1997, anno del ritorno della città da Londra e Pechino, superando in effetti ogni record.
E anche questo è un dato molto significativo. Il governo cinese aveva cercato di sminuire la portata di queste elezioni distrettuali che, in effetti, non erano in teoria politiche e riguardavano temi strettamente locali quali viabilità, gestione degli spazi verdi etc.
Tuttavia i cittadini, dopo mesi di manifestazioni e disordini ininterrotti, le hanno caricate di una valenza squisitamente politica trasformandole in un grande messaggio tanto a Xi Jinping e al suo gruppo dirigente quanto alla contestata governatrice filo-cinese Carrie Lam.
Si è trattato di un vero e proprio tsunami poiché in base agli ultimi dati disponibili i democratici hanno vinto 396 seggi sui 452 in palio, mentre i filo-cinesi ne hanno persi più di 240 rispetto al 2015, in pratica rovesciando completamente i rapporti di forza esistenti.
Un segnale inequivocabile, come già detto, che testimonia il desiderio della grande maggioranza della popolazione di non essere assimilata in tutto e per tutto alla Repubblica Popolare.
Alcuni organi di stampa sottolineano che si tratta di una “lezione” per la governatrice Carrie Lam la quale, dopo il risultato, potrebbe anche decidere di ripresentare le dimissioni già respinte poco tempo fa dal governo cinese.
Tuttavia è ovvio che la Lam ha un ruolo tutto sommato secondario nella vicenda, essendo in sostanza soltanto la portavoce del governo centrale. Le decisioni si prendono a Pechino e i governanti locali non hanno alcun margine di autonomia.
Si tratta ora di capire quale atteggiamento adotteranno Xi Jinping e il suo gruppo dirigente. Il leader cinese si era molto impegnato per favorire un esito diverso, però senza successo.
A questo punto l’opzione militare, quella della forza bruta, appare più lontana. Avrebbe avuto senso solo se si fosse dimostrato che a Hong Kong i filo-cinesi sono in maggioranza, il che non è.
L’altra opzione è quella della trattativa, il problema è capire con chi. Chiaramente non con gli estremisti che hanno spesso fatto ricorso alla violenza per far valere le proprie ragioni.
Anche i moderati, tuttavia, non presentano un fronte compatto e non hanno una leadership ben determinata. E non si capisce nemmeno quali siano i rapporti numerici tra moderati ed estremisti.
Il Partito Comunista Cinese ha dunque parecchie gatte da pelare e, allo stato attuale delle cose, non è facile prevedere come si comporterà. Ogni opzione ha vantaggi e svantaggi.
Sullo sfondo resta in sospeso l’interrogativo principale. Come può un partito al potere ininterrottamente dal 1949 pretendere di continuare a governare per sempre, senza alternative possibili? In Cina è proibito porsi il problema ma a Hong Kong, evidentemente, no.