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I cinesi investono ancora a Hong Kong

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

hk

di Michele Marsonet.

Dopo lo “tsunami democratico” di Hong Kong, con la schiacciante maggioranza ottenuta ai seggi dai candidati anti-cinesi, era lecito attendersi ritorsioni – anche economiche – da parte di Pechino. Tuttavia la mentalità asiatica è diversa dalla nostra, e lo è in particolare quella cinese che è notoriamente mercantile e sempre molto attenta al tornaconto economico.

Ecco quindi un segnale assai importante, che testimonia come l’establishment di Pechino continui a considerare fondamentale la città-isola ribelle. Il celebre Jack Ma, patron e fondatore del colosso Alibaba, la più grande piattaforma di scambio online del mondo, è sbarcato alla Borsa di Hong Kong (dove prima non era presente), lanciando un’offerta pubblica iniziale o IPO (“initial public offering”), vale a dire un’offerta al pubblico di titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato.

Come sempre il multimiliardario cinese ha fatto le cose in grande e ha organizzato la più grande IPO dell’anno, “raggranellando” in pochi giorni ben 10 miliardi di dollari. Il che ha dimostrato che, di fronte alle esigenze del business, anche le manifestazioni con morti e feriti, e la rivolta degli studenti asserragliati nel Politecnico e poi sgomberati con la forza dalla polizia, contano tutto sommato poco.

Il problema, ovviamente, è capire perché il suddetto Jack Ma abbia deciso di varare un’operazione di tale portata proprio nella Borsa della ex colonia britannica, a fronte di eventi che hanno destato l’allarme in tutte le opinioni pubbliche occidentali.

Vale allora la pena di aggiungere una considerazione importante. Jack Ma è certamente un imprenditore di successo, che è riuscito in tempi relativamente brevi a far acquisire alla sua creatura una posizione di preminenza nei mercati mondiali, pur restando la Repubblica Popolare, con la sua sterminata popolazione, il riferimento principale.

Noi siamo portati a considerare il Black Friday, cioè il giorno dell’anno in cui i consumatori trovano offerte e sconti su ogni tipo di prodotto, come un’invenzione americana, poi trasferita anche in Europa. Si dà tuttavia il caso che il Black Friday cinese abbia ormai superato quello Usa, proprio grazie ai numeri essendo quella cinese la popolazione di gran lunga più cospicua del mondo.

Grazie a questo fatto Alibaba sta facendo una concorrenza spietata a Amazon e agli altri colossi statunitensi. Quando si è quotata alla Borsa di New York è riuscita a rastrellare l’impressionante cifra di 25 miliardi di dollari a dispetto dell’allarme manifestato da Donald Trump e dalla sua amministrazione.

La storia però acquista un senso più pregnante rammentando che Jack Ma, come del resto tutti i Paperoni cinesi, ha in tasca la tessera del Partito Comunista. Non esiste, in Cina, una separazione netta tra politica ed economia. Il business ha successo nella misura in cui è attento alle direttive del Partito e le rispetta senza tentennamenti. In caso contrario il fallimento è dietro l’angolo.

Non occorre quindi molta fantasia per capire che, in questo modo, Pechino lancia un segnale importante al mondo degli affari di Hong Kong, lasciando intendere che il destino economico e finanziario della ex colonia inglese è pur sempre nelle sue mani. E, del resto, quello stesso mondo degli affari si è sempre mostrato tiepido nei confronti delle manifestazioni che hanno devastato per mesi la città.

Il problema è che gli studenti – e la maggioranza della popolazione – non sembrano troppo impressionati dai segnali economici. Si può tuttavia prevedere che Xi Jinping e il suo gruppo dirigente continueranno a premere in questa direzione, con il proposito di evitare una repressione che nuocerebbe moltissimo all’immagine cinese nel mondo.