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Sangue a Hong Kong

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

 A Hong Kong è avvenuto ciò che molti temevano. Dopo settimane di scontri violentissimi tra manifestanti armati di spranghe e bottiglie molotov e forze dell’ordine in assetto anti-sommossa, un poliziotto alla fine si è fatto cogliere dal panico e ha sparato ad altezza d’uomo, ferendo gravemente un giovane che lo caricava brandendo una sbarra di ferro.
La vicenda rammenta da vicino alcuni episodi chiave del G8 di Genova. Come si diceva poc’anzi, non era certo difficile prevedere un simile esito. Quando non si rinuncia all’uso della violenza l’incidente prima o poi capita, né è lecito pensare che gli agenti siano tutti degli automi in grado di dominare totalmente la propria paura, anche quando la loro incolumità è messa in pericolo. Tanto più che i dimostranti puntano spesso a isolare gli agenti per poi aggredirli individualmente.
Il fatto degno di nota, tuttavia, è che l’episodio è avvenuto proprio in concomitanza con le imponenti parate – a Pechino e altrove – per celebrare il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, proclamata da Mao Zedong il 1° ottobre 1949. Si è visto Xi Jinping arringare la folla vestito in pure stile maoista, con quella giacca dal colletto alto che fu tanto popolare anche da noi negli anni della contestazione studentesca.
Ma non si tratta solo di abbigliamento. Il leader cinese ha ribadito per l’ennesima volta che il Partito Comunista non intende cedere neanche un millimetro di potere, e che esso si ritiene depositario unico di una tradizione che gli ha per l’appunto consentito di governare senza opposizione alcuna l’immenso Paese dall’ormai lontanissimo 1949. Tuttavia, mentre Mao e i suoi successori potevano ricorrere al marxismo-leninismo quale fonte di legittimazione politica, Xi ha molti problemi da questo punto di vista, essendo la Cina odierna cosa ben diversa da quella che vide prima la Lunga Marcia e poi il trionfo comunista nella guerra civile con i nazionalisti.
A ben guardare, il significato degli ultimi avvenimenti a Hong Kong sta tutto qui. Vale a dire nella contrapposizione muro contro muro tra un partito unico che domina ogni aspetto della vita economica e sociale, e una popolazione che non vuole saperne delle regole di governo in vigore a Pechino, desiderando invece autogovernarsi con quelle in uso nel mondo occidentale: libere elezioni e possibilità di indicare i propri rappresentanti senza interferenze esterne.
In realtà il Partito Comunista Cinese è l’ultima incarnazione del totalitarismo – pur declinato in modi diversi – che tanta fortuna ha avuto nel secolo scorso. In tutte le forme di totalitarismo lo Stato ha il completo controllo della politica, della comunicazione, dell’etica e dell’economia, e nulla può esistere al di fuori di esso. E, nella Cina di oggi, Stato e Partito coincidono perfettamente senza lasciare spazio alcuno al dissenso. La ex colonia britannica non vuole essere assimilata a tale sistema e le dimostrazioni indicano che la popolazione vuole andare sino in fondo.
Circa la reazione cinese, è plausibile ritenere che Pechino, invece che pensare a un intervento armato diretto, intenda lasciare la situazione così com’è, procedendo nel frattempo a un progressivo svuotamento del potere economico e finanziario della città-isola. Anche a favore di altre metropoli quali, per esempio, Shenzhen.
A Xi e al suo gruppo dirigente ciò che interessa, in fondo, è evitare il contagio, e cioè la possibilità che dimostrazioni simili comincino a estendersi ad altre parti del territorio. Finora – da quanto se ne sa – questo non è avvenuto, e un lento strangolamento economico di Hong Kong potrebbe essere, dal punto di vista cinese, la carta vincente. Anche perché i dimostranti non hanno ricevuto alcun supporto concreto sul piano internazionale.

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