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Filosofia dell’anima – La storia di vita di Noa Pothoven

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

dutch girl

Noa Pothoven

Ci sono alcune storie di vita che benché a carico di altri individui diventano un peso persino sulle nostre spalle; che diventa impossibile anche solamente leggere senza sentire sul nostro fisico la fatica esistenziale che hanno comportato. La storia della diciassettenne olandese Noa Pothoven è senz’altro una di queste.

Noa è morta domenica scorsa nel suo letto d’ospedale, dopo avere postato un’ultima volta su Instagram: “Amore nel mio caso vuol dire arrendersi”. Per morire Noa si è avvalsa delle possibilità offerte dall’avanzata legislazione del suo Paese che permette l’eutanasia assistita laddove sussistano le condizioni. Malgrado la giovane età, evidentemente la complessa vicenda che riguardava Noa lo permetteva.

La sua storia di vita Noa l’aveva anche raccontata in un libro titolato “Winning or Learning”; la sua “lotta” era iniziata tanto tempo fa e lei voleva in qualche modo dare una mano alle altre vittime nelle sue condizioni. Noa era molto piccola, infatti, quando fu violentata e fu proprio quella violenza a distruggerle l’intera esistenza. Lo stress post-traumatico fu tale che la malattia mentale non tardò a insorgere segnando in maniera irrimediabile l’intero suo percorso, disturbandole la vita in maniera tanto profonda che quella stessa vita ha subito perso ogni sua validità, ogni valore. La vita di Noa non valeva la fatica dell’anima che comportava, non valeva la pena di essere vissuta.

Prima di morire Noa ha scritto anche queste parole: “Ho meditato a lungo per capire se fosse opportuno che condividessi i miei piani pubblicamente, ma poi ho deciso di farlo comunque. Forse qualcuno si sorprenderà in virtù di ciò che scrissi quando ero all’ospedale, ma l’idea l’ho sempre avuta, per lungo tempo, non è cioè frutto di un gesto impulsivo. Vado dritta al punto: entro dieci giorni morirò. Dopo anni di battaglie e di lotte non ce la faccio più. Ho smesso di mangiare e di bere da un pezzo ormai, e dopo molte discussioni e valutazioni anche gli altri si sono detti d’accordo perché la mia sofferenza è insopportabile”.  Noa aveva anche chiarito che lei non viveva, sopravviveva: “Respiro, ma non vivo più”.

Grazie a un Paese civile, a una famiglia che ha capito, Noa ha finalmente lasciato questo piano di esistenza, lasciandoci addosso il peso dei nostri peccati di omissione, primo fra tutti quello di non essere riusciti a salvarla, bambina piccolina in mano a un mostro. La speranza è che ora lei possa essere felice e non ci sono dubbi che così sarà, soprattutto se la sua terribile storia di vita, il suo insegnamento, potrà aiutare qualsiasi altro essere ad evitare un destino così triste, ora o nel futuro, e tutti noi a scoprirci esseri migliori e più civili.

Rina Brundu

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