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Tienanmen 30 anni dopo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Hanno destato stupore e indignazione in Occidente le dichiarazioni del ministro della difesa cinese, il generale Wei Fenghe, a proposito della strage di Piazza Tienanmen di cui proprio in questo periodo cade il trentennale. Come si rammenterà, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 la leadership del partito comunista, allora capeggiata da Deng Xiaoping, ordinò all’esercito di reprimere ad ogni costo le manifestazioni che riempivano la piazza simbolo della nuova Cina.
E l’ordine fu eseguito alla lettera e con diligenza. A tutt’oggi non si conosce l’esatto numero delle vittime (si parla di migliaia), né si sa che fine abbiano fatto i leader della protesta, in gran parte studenti. Tutti comunque ricordano le immagini del giovane in camicia bianca che riuscì a bloccare per parecchio tempo un’intera colonna di carri armati. Anche in questo caso non ne conosciamo il nome e non sappiamo se sia vivo o morto.
Interrogato dai giornalisti in un hotel di Singapore, il summenzionato ministro della difesa ha ribadito la versione ufficiale del governo. Si trattò di una “turbolenza” che fu affrontata in modo adeguato. “I militari – ha sostenuto – presero le misure per fermarla e calmare il tumulto. Questa è la strada giusta, è la ragione della stabilità del Paese che è stata mantenuta”. E ha poi concluso che “i trent’anni appena trascorsi hanno dimostrato che grazie all’azione del governo in quel momento il Paese ha goduto di stabilità e sviluppo”.
Nessuna novità, insomma, giacché da Deng in avanti Pechino ha sempre mantenuto tale versione dei fatti. Si ricorderà che gli studenti, in quei giorni, avevano eretto sulla piazza una copia della Statua della libertà, invitando i leader del partito a procedere verso una rapida democratizzazione della società a tutti i livelli. Ci furono coloro che, nel partito stesso, intendevano dialogare con i manifestanti, ma andarono subito in minoranza. Altri invece, seguendo Deng, intendevano reprimere subito prima che fosse troppo tardi, e questa fu la strada seguita.
Per capire la decisione dei leader cinesi, occorre rammentare che nello stesso periodo iniziò il crollo dell’Unione Sovietica. Pechino criticò aspramente Gorbacev per le sue politiche liberalizzatrici, paventando – con ragione – che adottare la stessa strategia avrebbe comportato la fine del partito comunista proprio come allora stava accadendo a Mosca. Deng e la maggioranza del partito non vollero neppure prendere in considerazione tale eventualità e procedettero quindi con la forza. Avendo peraltro già in mente la liberalizzazione sul piano economico che tanti successi avrebbe conseguito negli anni successivi.
Ma un altro fattore dev’essere considerato. Deng, rivoluzionario della prima ora e compagno d’armi di Mao, aveva in mente anche lo stato della Cina ante-rivoluzione. Un Paese preda delle lotte tra i “signori della guerra” e vittima di spartizioni attuate da potenze straniere. Ai suoi occhi, con la rivoluzione del 1949 l’immenso Paese doveva invece riacquistare lo status di grande potenza, perduto nel corso degli ultimi secoli, e avviarsi sulla strada della prosperità economica. E non si può certo negare che tali obiettivi siano stati conseguiti.
Ecco perché Pechino non ha mai mutato opinione sui fatti del 1989. Agli occhi della leadership, passata e presente, si devono evitare a ogni costo caos, disordine e frammentazione (sempre possibile, vista la grande complessità della nazione). Si può discutere finché si vuole, ma un’analisi corretta presuppone comunque la comprensione del punto di vista anche di chi non condivide appieno i nostri valori.

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