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Filosofia dell’anima – “Amistad” di Steven Spielberg. E un pensiero ai migranti strumentalizzati politicamente dai giannizzeri dell’intelligentsia.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

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Richard Wright nel 1908

Ieri sera ho deciso di rivedere il film Amistad, diretto da Steven Spielberg nel 1997. Si tratta di una storia vera, accaduta nel 1839. Si tratta di una storia che racconta la rivolta di un gruppo di schiavi dentro una nave spagnola diretta da Cuba in America. La nave, ormai nelle mani dei prigionieri, venne poi catturata vicino a Long Island, e subito si pose la questione, discussa in un processo intentato a bella posta, di quale fosse lo status giuridico di queste persone: uomini liberi o schiavi?

amistadE mi fermo qui, ma non per tema di rovinare il “plot” spielberghiano. Come ho scritto diverse volte io ho una predilezione, anche di tipo intellettuale, per gli afroamericani. Sono cresciuta con le storie di Ragazzo negro di Richard Wright, e poi all’università ho molto amato Zora Neale Hurston, le sue atmosfere che raccontano il profondo sud americano. Ho tuttavia una enorme difficoltà a confrontarmi con i momenti più duri della storia tremenda di questo popolo.  Per certi versi ho le stesse difficoltà che ho incontrato quando scrivevo Sulla natura del mare e ho dovuto gestire intellettualmente e umanamente la “filosofia” folle di Heinrich Himmler; basti dire, insomma, che benché abbia, come tutti, una copia del dvd di Dodici anni schiavo, il film diretto da Steve McQueen nel 2014, vincitore di centinaia di premi, inclusi diversi Oscar, non sono mai riuscita a rivederlo una seconda volta.

Semplicemente, non ci riesco: di fatto sviluppo una immediata immedesimazione con quegli uomini e quelle donne trattati come bestie, mi pare di avvertire sulla mia pelle il loro dolore, la loro sofferenza, un dolore e una sofferenza che non ha paragoni di nessuna sorta. Peraltro, ieri sera, mentre sui ridicolissimi giornaletti italiani andava in onda la farsa politica e istituzionale della nave Diciotti, mi veniva solo da pensare che dopo quasi due secoli poco o nulla è cambiato: in una maniera o nell’altra sono sempre le persone di un-altro-colore, sono sempre i neri a viaggiare sulle carrette del mare in forma di schiavi più o meno prigionieri, o di prigionieri più o meno schiavi.

Un popolo mentalmente libero, un popolo mentalmente valido (e in questo caso non mi riferisco solo al popolo italiano, ma a tutto il popolo-europeo), dovrebbe di fatto chiedersi: perché? Dovrebbe interrogarsi seriamente sul perché  un continente ricchissimo come l’Africa non riesce a esportare altro che schiavi. Eppure si tratta di un territorio enorme, neppure densamente popolato, che teoricamente dovrebbe trasformarsi in terra d’accoglienza piuttosto che in luogo d’espatrio. Naturalmente a questo “perché” possiamo rispondere i molti modi, cioè le risposte le abbiamo… se non le estrinsechiamo plasticamente è perché abbiamo la coda di paglia, proprio come quella che ha mostrato tutta la macchina burocratica europea in queste ore, in queste settimane, in questi mesi, in questi anni.

Però i giannizzeri dell’intelligentsia, quelli che a Capalbio scansano gli extracomunicatori, si ritrovano audaci quando si tratta di esercitare una peculiarissima forma di educazione civile, di disobbedienza civile, quella che ha insomma un solo fine: fare gli interessi del loro padrone. Che a ben pensarci forse forse gli uomini e le donne veramente liberi sono quelli che erano in quelle carrette del mare – proprio come quelli che hanno lottato per loro stessi sulla “Amistad”, noi invece siamo liberi solo per modo di dire, tutto dipende dalla catena che noi stessi ci siamo legati al collo, di nostra spontanea volontà!

Rina Brundu

PS A proposito dell’intelligentsia citata nel titolo, si fa per dire, naturalmente. C’è più attività sinaptica nei miei pesci rossi prima del loro pasto quotidiano…

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