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QUANTUM LEAP “Essere e tempo” di Martin Heidegger. Critica e ripensamento. Introduzione

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Quantum Leap Paperback

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Estratto

Tutta la lezione dimostra che ero a quell’epoca un avversario del regime. Le orecchie che volevano capire sapevano come interpretare quella mia frase. Solo le spie del partito che – lo sapevo – frequentavano i miei corsi, capirono la frase in altra maniera, come doveva essere. Bisognava dare loro qualche contentino di tanto in tanto per avere la libertà di insegnare e di parlare.  

Martin Heidegger, lettera a S. Zernach, 18 marzo 1968.

Negli ultimi anni [Martin Heidegger] ha permesso al suo antisemitismo di venire sempre più in superficie, persino nel suo rapportarsi con i gruppi di devoti studenti ebrei… Gli eventi di queste settimane mi hanno toccato nel più profondo della mia esistenza.

Edmund Husserl (1859–1938), 4 maggio 1933, dopo che Heidegger, nel suo nuovo ruolo di Rettore dell’Università di Friburgo, gli revocò il permesso di accedere alla biblioteca dell’università[1]. Husserl era stato maestro e mentore di Heidegger.

Sul problema dell’EsserCi… anche nella Repubblica di Weimar

0.1 Sull’ideologia nazionalsocialista che infetta Essere e tempo.

“Tutti i popoli e tutte le età si danno le proprie leggi, a seconda della grandezza ed estensione interna della loro esistenza [seines Daseins]. Adesso il popolo tedesco [Volk] è in una fase di riscoperta della sua essenza [sein eigenes Wesen] e si sta rendendo degno del suo glorioso destino. Adolf Hitler, il nostro grande Führer e Cancelliere, ha creato, attraverso la rivoluzione Nazionalsocialista [nationalsozialistische Revolution], un nuovo stato grazie al quale il popolo si sentirà nuovamente rassicurato sulla durata e continuità della sua Storia… Per ogni popolo la prima garanzia della sua autenticità e grandezza è nel suo sangue, nel suo terreno fertile [in seinem Blut, seinem Boden], nella sua espansione. Se il popolo perde le sue qualità o permette che vengano considerevolmente indebolite, tutti gli sforzi della politica statale, tutta la capacità economica e tecnica, tutto l’impegno spirituale [alles geistige Wirken] risulterà alla fine invalidato e vuoto[1]”.

Questa citazione dai discorsi di Martin Heidegger[2] tenuti al tempo in cui egli era Rettore della Albert-Ludwigs-Universität di Friburgo, mi è stata particolarmente utile per rispondere a una domanda che – malgrado l’accortezza con cui il filosofo di Meßkirch si è ingegnato a costruire la sua ontologia, e a spiegarla – mi ha ossessionato durante tutto il periodo in cui mi sono dedicata allo studio di Essere e tempo (Sein und Zeit)[3], il saggio-capolavoro da lui pubblicato nel 1927: qual è questo stato dell’essere, e soprattutto dell’EsserCi, autentico che l’autore va declamando e diffondendo come fosse il Verbo? Mettendo per un momento da parte la problematica ontologica e tecnica (che poi fornirà le necessarie spiegazioni), la domanda era appunto legittima per chi come me si era confrontata, solo pochi mesi prima, con la particolare dimensione esistenziale che caratterizzava l’età della Repubblica di Weimar[4] di cui codesta opera è indubbiamente figlia. Conoscendo bene la tipologia di mondo edenico e di ritratto preistorico (rispetto alla Storia che andava costruendo il Terzo Reich) della Germania, vagheggiato dai gerarchi nazionalsocialisti, e soprattutto dal criminale Heinrich Himmler[5], braccio sinistro di Adolf Hitler e capo delle sue SS, il sospetto che nessuna significazione etica potesse essere contenuta in un tal concetto era più che giustificato. Peraltro, sebbene Essere e tempo appartenga a un periodo precedente gli anni delle sistematiche persecuzioni agli ebrei che ci sarebbero state in Germania dal 1933 in poi, cioè dal momento dell’insediamento del Führer come Cancelliere, le posizioni antisemite del Partito Nazionalsocialista dei Tedeschi (NSDAP[6]), nonché il dichiarato obiettivo di separare gli “ariani” dagli ebrei, erano noti sin dai primi anni ’20. Infine, oggigiorno abbiamo piena contezza della facilità e della forza con cui queste prediche razziste si radicarono in contesti culturali rurali proprio come quello in cui è nato e cresciuto Martin Heidegger. Col senno di poi non è azzardato scrivere che il discorso tenuto dal filosofo nel 1933 presso l’Istituto di Patologia anatomica di Friburgo, si mostra alla stregua di una succinta esegesi pragmatica, non solo di Essere e tempo, ma anche di quello che evidentemente è stato un credo personale di tutta una vita, proprio come ha dato ad intendere Edmund Husserl, maestro e mentore del brillante studente di Meßkirch, nelle addolorate considerazioni successive al suo allontanamento dal comune cenacolo universitario. Con tutta la buona volontà è molto difficile non vedere dentro la prosa di Martin Heidegger, ricca ed esaustiva al limite del paranoico, un progetto mentale, filosofico e letterario a lungo pensato, studiato, limato nei dettagli con puntigliosità sconcertante. Dato che nessun disegno universalizzante (perché tale è quello proposto nel saggio sotto analisi), può prendere le distanze in maniera netta dalle necessità anche ideologiche della sua epoca, sarebbe giustificato chiunque pensasse che tanta parte del mondo “autentico” ricercato dal filosofo faccia equazione – in maniera diretta e/o indiretta, più o meno voluta – con il mondo “edenico” vagheggiato dai nazionalsocialisti.

Il saggio filosofico Essere e tempo non è una distopia o una utopia che, in virtù della sua intrinseca natura, può vantare un ideale distacco dal mondo che l’ha fatta essere. Al contrario Essere e tempo è, sotto una molteplicità di prospettive, uno strumento intellettuale acuminato che nascendo in un dato universo mira anche a modellarlo, a farla propria quella dimensione di riferimento, se per il bene o per il male non ci è dato ancora sapere.

Il capolavoro di Heidegger ha implicitamente risposto anche a un altro dubbio che coltivavo quando ero impegnata a scrivere Sulla natura del male[7], un saggio critico il cui periodo storico di riferimento era quello della Repubblica di Weimar e della Germania nazionalsocialista (1919-1945), ovvero: che tipo di arte, di letteratura, di filosofia – intesa come espressione estetica oggettivamente valida, malgrado l’ideologia tremenda che la permeava – avrebbero potuto esprimere gli artisti del Führer? Certo, conoscevo il lavoro di Albert Speer, l’architetto del Terzo Reich e forse l’unico amico che abbia mai avuto Adolf Hitler, ma sapendo bene che il suo stile era stato plasmato dal continuato modellamento di background posto in essere dallo stesso Führer, la mia domanda restava senza risposta, seppure anche in virtù dello scarso interesse che mi suscitava l’argomento. Resta il fatto che Essere è tempo è sicuramente un ottimo esempio della tipologia di arte che poteva produrre la Repubblica di Weimar, perché in questa opera si può trovare ogni tratto che la caratterizzava da un punto di vista culturale, politico, sociale. Nel saggio di Heidegger c’è tutto l’anelito di riscatto di un intero popolo e di ciascun individuo che componeva la nazione tedesca uscita sconfitta dalla Grande Guerra, c’è l’impulso decisionistico a determinare il cambiamento, c’è il senso di spaesamento e di vuoto che si respirava nell’aria, che si attaccava alla pelle e all’anima, ma c’è anche la necessità di dover adeguare il pensiero, di dover conformare l’ideologia privata all’ideologia pubblica dominante, pena la morte dello spirito… e non solo. Quando Heidegger scriveva “Bisognava dare loro (nda: ai nazisti che lo tenevano d’occhio durante le sue lezioni) qualche contentino di tanto in tanto per avere la libertà di insegnare e di parlare”[8], egli stava implicitamente ammettendo la sua dipendenza da quell’ideologia imperante, il suo timore davanti a un Sistema che aveva ormai da tempo cessato di essere umano per prendere un’altra forma e acquistare un’altra tipologia di essenza. Non possiamo essere tutti eroi, e dunque non c’è neppure nulla di male nell’essere conformisti o nell’ammettere il nostro sgomento, l’angoscia nell’anima, tuttavia se questo è il reale intendimento del nostro spirito, e a un tempo siamo impegnati a scrivere un libro che condanna in maniera netta simili atteggiamenti, mentre noi ci ritroviamo comunque protetti dalla follia che ci circonda, al sicuro nel nostro chalet di Todtnauberg, qualche dubbio sull’intrinseco valore dell’insegnamento didattico che intendiamo impartire resta, e si fa anch’esso assolutamente legittimo. Inoltre, a posteriori, potrebbe non bastare neppure il “silenzio” (fatto passare per “svolta intellettuale”) dentro cui ci si chiude per non terminare i nostri ragionamenti, i nostri pensieri, i nostri libri, forse per non dover fronteggiare direttamente la codardia del nostro spirito, o dover commentare sui tanti peccati di omissione che tale viltà ci ha indotto a commettere.

Detto altrimenti il problema dell’EsserCi… nella Repubblica di Weimar denotava e connotava, ed era ben più complesso di quello che lo stesso Heidegger evidentemente non ha saputo, o voluto, cogliere mentre si dedicava ai suoi studi.  

 

0.2 Sull’Heidegger salvato e pioniere

“Nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938[9], alle prime luci dell’alba, il “tamburo di guerra” Goebbels, come pure è stato chiamato, ordinò la distruzione di quasi trecento sinagoghe e migliaia di attività commerciali gestite da ebrei, in una violenta escalation di terrore che sarà ricordata come la famigerata “notte dei cristalli”. Dai posteri. Per Goebbels invece fu solamente il viatico per ottenere ciò che più gli premeva: il perdono del capo. E lo ottenne. Pieno. Incondizionato[10]”; in quella terribile notte furono distrutti anche centinaia di libri scritti da letterati e filosofi ebrei perché quando Joseph Goebbels, traguardante ministro della Propaganda nazista, svolgeva un qualsiasi compito, si assicurava sempre che fosse svolto al meglio, che fosse degno di lui e del suo amatissimo Führer.

Uno degli insegnamenti – tra i tanti, tantissimi – che ci arrivano da quel periodo tremendo vissuto dall’Europa e dal mondo, quale fu il tempo tra le due guerre mondiali, è che bisognerebbe imparare dalla Storia, farci scolari gramsciani, e quindi tentare di non ripetere mai gli stessi errori.

Ne deriva che se i libri non si bruciano tanto meno si possono appiccare incendi, neanche ideali, a danno dei buoni libri. Che Essere e tempo, il lavoro più celebrato e apprezzato del filosofo tedesco Martin Heidegger, sia un buon libro non ci sono dubbi! Di fatto è proprio questa sua bontà estetica che lo salva (fermo restando che tale bontà non può mondare l’autore dalle indubbie colpe derivanti dalle sue azioni), dato che, come tutti i capolavori, presenta molteplici prospettive di lettura, angoli di visione che una volta scoperti e compresi hanno il grande pregio di cambiarci, di cambiare in meglio chiunque voglia studiarli con il giusto spirito. A mio modo di vedere quest’opera è soprattutto un lavoro pioneristico che segna l’inizio di un viaggio diverso, non solo da un punto di vista strettamente tecnico-ontologico, ma anche meramente umano, laddove una volta che si sarà giunti a destinazione ci si scoprirà individui più ricchi e capaci di rendere più vivibile il mondo intorno a noi, proprio come aveva idealmente inteso fare Martin Heidegger. Insomma, quando ci si confronta con Essere e tempo, pur non dimenticando il contesto culturale e ideologico disastroso che lo ha fatto nascere, bisognerebbe adottare lo spirito saggio del filosofo Edmund Husserl, il quale – malgrado quello che forse gli consigliavano i suoi dubbi e le sue paure – ha preferito vedere il meglio nel suo studente Martin Heidegger e ha fatto ciò che ha potuto per permettere a un tale gioiello di splendere. Lo ha fatto anche a costo di rimetterci tutto quanto gli era più caro: così si fa vera didattica, così si fa autentica filosofia, così si fa una reale differenza.

0.3 Considerazioni tecniche su Essere e tempo

Pittogrammi scritturali di Martin Heidegger, così chiamo i costrutti semantici di cui è imbottita l’opera Essere e tempo data alle stampe da questo filosofo tedesco nel 1927. Tali “costrutti” mi arrivano alla stregua di ideali disegni caratterizzati da una immediata riconoscibilità e da una manifesta semplicità costitutiva. C’è invero un tratto rozzo nel metalinguaggio scolastico usato da Heidegger, che è rivelante del percorso formativo giovanile, il quale percorso fu piuttosto accidentato non avendo il filosofo potuto completare gli studi in maniera organica. Martin Heidegger manca quindi di una qualità scritturale più elegante, matura, retoricamente ricca, e non sono rari i casi – in tutto il tessuto narrativo di Essere e tempo – in cui codesto tratto scritturale ingenuo sfocia quasi nel grottesco, giustificando in parte le tante critiche che si è tirato addosso. Di converso stupisce la qualità estetica primitiva di queste originalissime creazioni linguistiche, le quali, mano a mano che ci diventano più familiari, sembrano ammantarsi di maggiore splendore, diventano più belle. Anche per questo motivo in questo studio verrà sempre usata la resa letterale italiana di Pietro Chiodi, preferendola a traduzioni più sofisticate e moderne.

Il vero tratto mirabile nella scrittura di Martin Heidegger resta comunque la straordinaria perizia tecnica che rivela, nonché la consistenza della logica interna nei ragionamenti che la caratterizza: non importa quanto noioso, quanto prolisso, quanto criptico, o quanto ridondante possa sembrare questo o quel passaggio, se si va a studiarlo a fondo il suo senso, la sua significazione, la sua coerenza non mancherà di palesarsi, mentre a un tempo sarà molto rara l’occasione in cui l’io-narrante si farà cogliere in fallo.

Una delle strategie tecniche e retoriche dove meglio si può ammirare questo indubbio senso di Heidegger per il ragionamento logico, sono i costrutti oppositivi formati da un termine/proposizione/affermazione affermativo vs il suo valore denotante negatorio. Naturalmente questo non è solo un semplice escamotage scritturale teso a portare avanti – o ad allargare – il discorso, ma ha un preciso valore tecnico, dato che alle radici della coscienza dell’EsserCi, rispetto ai limiti imposti dal suo essere-progetto, sta pure la coscienza che il suo reale fondamento ontologico non è riposto nell’essere-semplicemente-un-EsserCi. Tuttavia, così frequente è il ricorso autorale a queste strategie retoriche che il sospetto che si possa trattare di un mero gioco narrativo raffinato teso a sorprendere, coinvolgere, anche indispettire il lettore, ti coglie in tante occasioni.

Un esempio plastico e semplicistico dell’utilizzo di simili strategie costruttive e significanti è la scrittura “La fine dell’ente come Esserci rappresenta l’inizio di questo ente come semplice-presenza”[11], anche se, come già indicato, l’intero testo vive tecnicamente di costrutti oppositivi che creano spessore su molti livelli.

Un altro elemento tecnico-scritturale presente in Essere e tempo che può sorprendere il lettore impegnato in una prima lettura – nonché un elemento che di sicuro ha sorpreso me – è l’eccessivo accumularsi di domande retoriche e fondamentali lungo tutto il percorso narrativo che – spoiler alert – lo scopriremo alla fine, non avranno mai risposta. Codesta impostazione costruttiva ci spinge a divorare il libro nell’attesa di chissà quale rivelazione capace di illuminare la nostra anima nell’ultima pagina, per poi restarne ovviamente delusi. Martin Heidegger però non ha giocato sporco, perché Essere e tempo provvederà molte illuminazioni, la condizione imprescindibile affinché le stesse si palesino è che si sia decrittato il codice significazionale utilizzato, che si abbia la capacità di oggettivarlo e in ultima analisi di comprenderlo.

Anche quello che io chiamo il conio filosofico-antropologico di Essere e tempo potrebbe infastidire molti lettori. Per quanto mi riguarda confesso che è stato solo dopo la seconda lettura che ho smesso di chiedermi: ma Heidegger sta facendo filosofia o sta presentando uno studio antropologico, o magari etnologico, etologico, psicologico, biologico? Per l’idea che ho io di ciò che vuol dire fare filosofia il dubbio che egli abbia sconfinato in altri territori investigativi mi rimane tuttora, sebbene le perplessità vengano largamente azzerate dal bagaglio di conoscenze su noi stessi che il suo lavoro è in grado di trasmettere: e non è forse questo il compito del miglior filosofo? Insegnare? Mostrare un’altra strada?

Dello specifico filosofico in Essere e tempo, della sua critica, di una possibilità di ripensamento e/o completamento, ne parlerò invece più avanti, perché proprio di ciò vorrebbe occuparsi questo mio studio. Ciò premesso, due sono i macro-aspetti che più di altri mi hanno sorpreso mentre analizzavo l’ontologia fenomenologica di Martin Heidegger:

  • L’entrata in medias-res tecnico nel discorso, denunciata dal dubbio: come si può discutere pienamente, con la dovuta cognizione di causa, la natura dell’EsserCi se non si è ancora chiarito il senso dell’essere?
  • Il fatto che la fenomenologia esistenzialista di Heidegger (intesa anch’essa come scienza che muove “Verso le cose stesse!”), mi appaia sotto prospettiva ontologica come un passo indietro rispetto alla filosofia platonica, cartesiana, e persino a quella idealista di Husserl, la cui “coscienza trascendentale”, cioè l’indomita capacità dell’io di esprimersi, dunque di elevarsi, sembra perdersi, nel lavoro del suo allievo, tra le esigenze più mondane e social, si direbbe con termine moderno, della struttura dell’universo da lui creato, la Cura. Ciò è vero malgrado le scaltre accuse lanciate da Heidegger a Husserl di avere creato tale “coscienza” proprio utilizzando uno di quei costrutti-teoretici che a parole biasimava. Che questi limiti immediatamente ravvisabili nell’ontologia del filosofo di Meßkirch, rappresentino una sorta di giusta vendetta del maestro verso il discepolo che lo tradì per mancanza di coraggio nell’anima?

 

Metodo e piano di lavoro

La macrostruttura di questo studio è così costituita:

Introduzione e considerazioni tecniche

Metodo e piano di lavoro

Prima parte. Una critica a Essere e tempo in forma di resa sommaria dei capitoli del saggio, allo scopo di isolare alcune interrogazioni fondamentali e retoriche necessarie per completare il presente studio, (6 capitoli).

Seconda parte. Quantun Leap. Una introduzione a un ripensamento tecnico di Essere e tempo, (1 capitolo).

Terza parte. Ripensamento. Un ripensamento, e una possibilità di completamento delle ipotesi investigative formulate nella filosofia fenomenologica di Martin Heidegger, in forma di postulato ontologico e tecnico, (6 capitoli).

Appendice. Sul senso per la didattica in Heidegger.

[1] Da un discorso tenuto da Martin Heidegger all’Istituto di Patologia anatomica di Friburgo, 8 agosto 1933, citato da Emmanuel Faye, pag. 68, German text, pag.351, la traduzione dall’inglese è la mia.

[2] Martin Heidegger (1889-1976) è considerato uno dei pensatori più complessi e originali del ventesimo secolo. Nato a  Meßkirch (da qui il nomignolo il mago di  Meßkirch), nell’area rurale della regione tedesca del Baden-Württemberg,  dopo un percorso formativo discontinuo, ha frequentato la facoltà di teologia dell’Università di Friburgo. Nominato Rettore di quello stesso ateneo il 21 aprile 1933, in seguito all’avvento di Adolf Hitler al potere, si dimise dalla carica dodici mesi dopo. Figura intellettuale molto controversa, finita la guerra, proprio a causa della sua vicinanza al partito nazista, a cui risultava ancora iscritto almeno fino al 1945, dovette limitare la sua attività a seminari e conferenze.  Tra le opere principali ci sono Essere e tempo, il primo fondamentale saggio pubblicato nel 1927, Kant e il problema della metafisica (1929), Saggi e discorsi (1954), In cammino verso il linguaggio (1958), Tempo ed essere (1963).

[3] Essere e tempo di Martin Heidegger. Nel presente studio tutte le citazioni da questo testo faranno riferimento alla traduzione di Pietro Chiodi, condotta sull’undicesima edizione pubblicata nel 1995 da Longanesi & C., Milano. Si tratta di una pubblicazione basata su una rielaborazione della traduzione curata da Chiodi per l’editore Bocca nel 1953, e che riproduce integralmente il testo dell’edizione italiana del 1970, con l’aggiunta di un aggiornamento bio-bigliografico a cura di Alfredo Marini. Titolo e edizione originali: Sein und Zeit, Max Niemeyer Verlag, Tübingen, 1927.

[4] “Spostando il discorso da una dimensione strettamente biologica a una dimensione spazio-temporale, sociale, bene identificata, quale era quella della Repubblica di Weimar, in Germania, nel periodo tra il 1919 e il 1933, non è azzardato sostenere che un simile processo di raffinamento del substrato culturale stava avvenendo anche in quella nazione nelle prime decadi del ventesimo secolo. La sconfitta nella Grande Guerra bruciava e i reduci tornavano dal fronte feriti, a volte nel fisico ma la maggior parte delle volte nell’anima. Il Patto di Versailles del 1919 suggellò ufficialmente la fine del conflitto e impose alla Germania condizioni di resa umilianti: la restituzione dell’Alsazia-Lorena alla Francia, dello Schleswig settentrionale e dello Schleswig-Holstein alla Danimarca, la restituzione di tante zone della Posnania, della Prussia occidentale e della Slesia alla Polonia, la resa della città di Danzica alla Città libera di Danzica. Esose furono anche le richieste di indennità di guerra, le quali determinarono la successiva, umiliante, occupazione della Ruhr da parte delle truppe franco-belghe (1923-1925), quando la neonata Repubblica non riuscì a far fronte al pagamento dei debiti. La presenza di truppe straniere sul territorio sarà uno dei motori che daranno spinta propulsiva al rinato nazionalismo tedesco, e genereranno un pernicioso sentimento di rivincita e di vendetta in milioni di tedeschi. Nella Germania di quegli anni fare politica era pericoloso, mentre per chi vi si dedicava la scelta era obbligata: diventare un estremista, se di destra o di sinistra in un primo momento non sembrava neppure così importante. Sarebbe stato solo con lo scorrere del tempo che il naturale processo di selezione in corso, avrebbe permesso alle istanze dell’estrema destra di prendere il sopravvento, in virtù dell’emergere di alcuni individui geneticamente modificati dall’esperienza amara e dolorosa della prima guerra mondiale, desiderosi di rivalsa personale e nazionale, scaltri, senza scrupoli, e dunque perfettamente a proprio agio nel difficilissimo background culturale in cui si muovevano, persino in grado di modellarlo a loro immagine e somiglianza quell’habitat molto duro”. (Estratto da SULLA NATURA DEL MALE. Una confutazione del saggioEichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil di Hannah Arendt e altre considerazioni, Ipazia Books, Rina Brundu, 2018, pagg. 45-46).

[5] “Bavarese, cattolico, timido, borghese, bene educato in un ottimo collegio, studi umanistici, Himmler (Heinrich Himmler 1900-1945) era figlio di un vicepreside sicuramente non antisemita, sebbene nazionalista, che tutto gli insegnò tranne ad essere ciò che è stato… (…)…Talentuoso, disciplinato come nessun altro nel Terzo Reich, fermamente convinto della qualità visionaria del “genio” di Hitler e che la fedeltà al Führer fosse la prima “virtù” del perfetto soldato ariano, dopo la guerra Himmler si avvicinò al gruppo paramilitare, antisemita e estremista di destra dei Freikorps, lo stesso dove aveva militato Bormann. Incontrò Ernst Röhm, il quale divenne una sorta di suo mentore… (…)…Tendente al misticismo, amante della Storia al punto da immaginarsi come una sorta di Re Artù circondato dai nobili cavalieri medievali che dovevano essere le sue SS, anche Himmler era stato fortemente influenzato dal mito germanico riscoperto dalla Società di Thule. Con il suo intervento la Storia della Germania diventa una sorta di preistoria idealizzata della Storia moderna che andava scrivendo il nazionalsocialismo. Himmler arriverà al punto da finanziare scavi sia nel castello diventato una specie di quartier generale delle SS, dove lui amava ritirarsi, ma persino all’estero, fino in Tibet. La stessa leggenda del Sacro Graal venne opportunamente aggiustata per usarla in maniera conveniente nella definizione e creazione del mito ariano. I simboli erano importanti per in nazisti, non solo come mezzo privilegiato per raccontare un’altra realtà, nobile nella sua essenza, incorrotta e incorruttibile dalle sventure portate dal tempo presente di guerra, ma soprattutto per favorire la fratellanza nelle truppe, per creare una famiglia allargata che si riconoscesse in quanto tale e quindi avesse in ciascun membro un fratello pronto a dare la vita per gli altri e per il Reich. Ibidem, pagg. 74-75-77.

[6] Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei fondato il 24 febbraio 1920.

[7] Cfr. note 5 e 6

[8] Martin Heidegger, lettera a S. Zernach, 18 marzo 1968.

[9] Anniversario del fallito colpo di Stato di Adolf Hitler in Baviera, il cosiddetto “Putsch” di Monaco.

[10] Estratto da “SULLA NATURA DEL MALE. Una confutazione del saggioEichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil di Hannah Arendt” e altre considerazioni, Ipazia Books, Rina Brundu, 2018, pag. 42)

[11] Tempo e essere di Martin Heidegger, traduzione di Pietro Chiodi condotta sull’undicesima edizione, Longanesi & C., Milano, 1995, pag. 192.

[1] Citato da Richard Wolen in Heidegger’s Children, Princeton University Press, 2001, pag.11. Altre fonti sostengono che l’ordine di revoca fosse già stato firmato dal precedente Rettore quando Heidegger si insediò.

Contenuti

Il 1927 fu un anno mirabile nella pur travagliata storia del ventesimo secolo. Fu un anno straordinario per la Filosofia, anche grazie alla pubblicazione di Essere e tempo, il saggio-capolavoro di Martin Heidegger, uno dei pensatori moderni più complessi e originali, e fu un anno memorabile per la Fisica. Fu infatti nell’ottobre del 1927 che a Bruxelles si tenne la Quinta Conferenza dell’Istituto Internazionale Solvay per la Fisica e per la Chimica, una conferenza dedicata agli elettroni e ai fotoni a cui parteciparono 29 fisici di tutto il mondo, la quale sancì la nascita ufficiale della Meccanica Quantistica e l’affermazione della teoria chiamata Interpretazione di Copenaghen, così come intesa dai fisici teorici Niels Bohr e Werner Heisenberg. Benché questi due percorsi di teorizzazione abbiano mosso i primi passi da un diverso humus culturale, e siano partiti da diverse premesse, sarà dal profondo impatto che entrambi eserciteranno sui circoli accademici e scientifici del loro tempo, nonché sulla società tutta nei decenni a seguire, che nasceranno la Nuova Fisica e la Nuova Filosofia. Nasceranno le discipline che, nella nostra epoca post-rivoluzione digitale, lavorano insieme per tentare di rispondere a quelle domande ontologiche-fondamentali tanto significanti per Martin Heidegger e, in ultima analisi, per tentare di capire e di spiegare il senso del nostro essere e del nostro esistere nella sua totalità.

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Source: www.ipaziabooks.com

Altre informazioni su questo studio si trovano qui

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Rina Brundu – Scrittrice italiana, vive in Irlanda. Ha pubblicato i primi racconti nel periodo universitario. Il romanzo d’esordio, un giallo classico, è stato inserito nella lista dei 100 libri gialli italiani da leggere. Le sue regole per il giallo sono apparse in numerosi giornali, riviste, siti, e sono state tradotte in diverse lingue, così come i suoi saggi e gli articoli. In qualità di editrice ha coordinato convegni, organizzato premi letterari, ha pubblicato studi universitari, raccolte poetiche e l’opera omnia del linguista e glottologo Massimo Pittau, con cui ha da tempo stabilito un sodalizio lavorativo e umano. Negli ultimi anni ha scritto diversi saggi critici, ha sviluppato un forte interesse per le tematiche e le investigazioni filosofiche, e si è impegnata sul fronte politico soprattutto attraverso una forte attività di blogging. Anima il magazine multilingue www.rinabrundu.com.


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