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A proposito della tragedia di Genova. E sulla “Spending Review”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

genovaun intervento di Michele Marsonet.

Solo chi vive e lavora a Genova può comprendere realmente la portata della tragedia che ha colpito la città. Non si tratta solo di solidarietà con le povere vittime che, alla fine, credo saranno più numerose di quelle finora registrate.

Il crollo del ponte Morandi aggiunge, in realtà, un ulteriore tassello alla crisi di un territorio ormai lontano dai fasti dei decenni successivi al dopoguerra, quando il capoluogo ligure era diventato il perno del sistema italiano delle Partecipazioni Statali conservando, al contempo, il ruolo di primo porto italiano.

Quel ruolo c’è ancora, anche se minore rispetto al passato a causa della maggiore crescita degli scali marittimi stranieri. Invece le industrie di Stato sono ridotte ormai a poca cosa, e hanno lasciato un vuoto che finora non si è riusciti a colmare.

Come può essere avvenuta una catastrofe di simili proporzioni? Chi conosce la città sa che ora è tagliata in due, poiché il ponte era l’unica via rapida per congiungere il levante e il ponente cittadino. Non solo. Era pure lo snodo autostradale principale, che univa la Liguria alla Francia da un lato, e a Toscana ed Emilia dall’altro, senza trascurare il fondamentale innesto per le comunicazioni con Milano e Torino.

Adesso c’è un vuoto enorme che tocca il cuore, e non sarà affatto facile rimettere in piedi la struttura (ammesso che lo si voglia fare). Ci vorrà tempo per metabolizzare l’evento e, sicuramente vi saranno conseguenze economiche pesanti.

Si pensi solo al fatto che la Liguria è (anche) regione turistica, e che quel ponte serviva a smaltire i flussi di visitatori stranieri e italiani che l’invadono, in particolare in questa stagione.

Ma non si può fare a meno di menzionare anche la gente che lavora, abitando in una parte della città e costretta a spostarsi in altre zone (Genova è molto lunga) per svolgere le proprie mansioni. Saranno tutti colpiti, dal momento che non esistono altre vie di collegamento rapide.

Com’è potuto avvenire? Si parla di un fulmine che ha colpito i piloni del ponte, ma è ovvio che ci sono problemi di manutenzione. Vi sono spesso operai che lavorano sulle carreggiate, come del resto avviene ovunque.

Tuttavia la struttura fu realizzata negli anni ’60 del secolo scorso, ed è facile capire che l’usura è inevitabile. Ora scatterà la solita caccia al colpevole che, come sempre, avrà effetti irrilevanti.

Si dovrebbe invece comprendere una volta per tutte che, quando si parla di opere di questo tipo, la manutenzione attenta e costante è una necessità e non un optional. Stato e amministrazioni locali hanno limiti di spesa, ma converrebbe risparmiare in altri settori piuttosto che in quello della sicurezza collettiva.

In caso contrario è del tutto inutile piangere i morti, vittime di un destino crudele mentre transitavano sul ponte o intente alle loro occupazioni nelle case sottostanti. La sicurezza non può mai essere tema di “spending review”.

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