Advertisements
PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Chi non sa costruire ponti fa il politicante-scientifico: sul crollo del mito dell’ingegneria italiana in quel di Genova.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

ponte2Un cielo cupo autunnale, uggioso, scuro, fa da sfondo quest’oggi alla tragedia del crollo del ponte Morandi in quel di Genova. Il troncone spezzato dell’autostrada, che si mostra alla stregua di una ideale mandibola sdentata, sembra l’emblema plastico di ciò che è oggi la nostra Italia: un gigante malato arrivato al capolinea, arrivato là dove non si può più andare, oltre c’è il precipizio, la morte del corpo e dell’anima.

Non è autunno, naturalmente, piuttosto oggi è quel 14 agosto vigilia della festa che è estate per eccellenza, vigilia di quel Ferragosto che solo poche decine di anni fa ci voleva tutti al mare a mostrare le chiappe chiare, con le fabbriche di un nord operoso chiuse e un sud che proprio in questo periodo acquistava una parvenza di vitalità. Ma nell’Italia di questi tempi, il 14 agosto non è neppure estate, piuttosto è inverno, un inverno lugubre e malinconico che racconta tutto lo squallore e il disastro procurato dagli ultimi trent’anni di lassismo politico-amministrativo e di continuato arraffa-arraffa.

L’ho detto poche settimane fa, in occasione del ridicolissimo, addolorato e partecipato-su-scala nazionale, rito funebre di un altro manager Fiat: il nostro Paese è un Paese che morirà di minuti di raccoglimento. Domani ci saranno i minuti di raccoglimento per gli sfortunati viaggiatori che questa mattina si sono trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, dopodomani sarà il turno del funerale di qualcun altro tra noi, ma il copione sarà sempre lo stesso: lai, condoglianze, partecipazione-simulata, e poi infiniti tentativi di fare a scaricabarile. Mai che in questo Paese si facesse il nome di un responsabile, di un qualcuno che, là dove bisognerebbe che questo avvenisse, quindi non tra la fanteria, si assumesse le responsabilità di cotanto degrado.

Il problema di quest’ultima tragedia genovese (non troppo tempo fa c’era stato il disastro degli allagamenti in quella stessa città), non è solo quello di avere procurato tante altre inutili morti, tanto altro danno, tanto altro dolore, ma è che “l’incidente” riguarda e riguarderà anche il crollo di uno dei pochi “miti” nazionali che ci erano rimasti: quello della ingegneria italiana! Di fatto ingegneria non dovrebbe significare solo costruire, ma dovrebbe significare soprattutto salvaguardare, mantenere, prevenire. Ma è possibile che nella patria dell’ingegneria più valida non ci sia stato un qualcuno capace di dare l’allarme a priori su quello che avrebbe potuto essere il destino ultimo del ponte Morandi? Ma è possibile che nella patria di tanti spiriti matematici capaci, non ci sia stato qualcuno dotato di palle sufficienti per informare (prima, non dopo), urbi-et-orbi, Genova e l’Italia intera, che una nazione costruita infrastrutturalmente mezzo secolo fa, qualche motivo di preoccupazione per lo stato delle sue strade, autostrade, ponti e ponticelli, dovrebbe averlo?

Personalmente non ho parole per raccontare la vergogna che ho provato questo pomeriggio quando mi sono sintonizzata sul TG1 e, tra le altre cose, ho dovuto sentire prima l’intervento di un ingegnere presente in studio, e poi una sorta di presidente degli ingegneri collegato da Salerno, che mi hanno consegnato un’impressione di sciatteria – anche mentale – che non ho appunto parole adatte per commentare senza scadere nell’offesa. Davanti a un simile sfascio mi tornano solo in mente le parole del mitico fisico teorico Sheldon Cooper contra-ingegneri quando rifiutò l’opzione tecnica presentatagli dalla fidanzata Amy per rimuovere un episodio sgradito dalla memoria: “No, niente laser. Un’incertezza nell’esecuzione e di colpo mi ritroverei seduto nel dipartimento d’ingegneria a costruire ninnoli con Wolowitz”. Io però sono più scaltra di Cooper. E mentre continuo a pensare che l’ingegneria italiana resti la migliore a livello mondiale, continuo a pensare pure che la nostra ingegneria negli ultimi decenni potrebbe avere seguito l’esempio mirabile della nostra politica, laddove chi non è capace fa il dirigente… o per meglio dire, chi non sa costruire ponti fa il politicante-scientifico.

Disastro per disastro, e sempre a proposito di sciatteria, che dire della copertura del TG1 “dell’evento”? Servizi approssimativi, filmati non esistenti (per buona parte del tempo si sono affidati alle riprese dei telefonini e solo sul tardi si è riusciti a vedere un filmato dall’alto girato però dalla Guardia di Finanza), uno story-telling giornalistico che faceva cagare e la conduttrice che in chiusura rideva nel sottofondo.

Dunque mi interrogo: ma che cazzo di Paese è questo? Cosa ci hanno lasciato codesti barbari che l’hanno amministrata negli ultimi trent’anni? E quale altra vergogna nazionale dovremmo sopportare prima che qualcuno si decida a inchiodare codesti personaggi alle loro responsabilità?! Vergogna, un milione di volte vergogna, se non fosse che domani sarà presto tutto dimenticato… quindi tutti al mare a mostrare le chiappe chiare: olé!

Rina Brundu

Advertisements

Chiudiamo Wikipedia. Non si lucra scaltramente sull’impegno di intelletto!