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Filosofia dell’anima – Migranti

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

migrantsHo sostenuto senza alcun tentennamento la campagna salviniana per bloccare i trafficanti di migranti, la sostengo ancora. Il motivo per cui la supporto, lo confesso, è perché ritengo che il laissez-faire amministrativo in tema di geopolitica e di politica internazionale tout-court, sia stato davvero esagerato in Italia negli ultimi decenni. A tutto deve esserci un limite, anche all’idea che si sono indubbiamente fatti, dati cittadini e politicanti europei, pure a queste latitudini, che quella Penisola sul Mediterraneo sia una sorta di zerbino continentale pronta ad obbedire come un cagnolino scodinzolante ogni volta che il padrone chiama. Anche perché, soprattutto nel mondo di oggi, non si può ottenere rispetto se non siamo noi a reclamarlo a viva voce, a considerarlo come condizione sine-qua-non per imbastire qualsiasi altro discorso.

Vero è però che la mia idea d’Italia non è certamente quella di un paesotto provinciale chiuso nel suo egoismo, insensibile ai problemi del mondo. Quando si tratta di date tragedie, il nostro Paese deve continuare a fare ciò che ha sempre fatto e a mostrare il suo lato umano, come giustamente chiedeva il Presidente Mattarella pochi giorni fa. Peraltro io ho un’idea anche operativa molto diversa da quella di Salvini, laddove penso che questi migranti siano per la nostra Patria una vera e proprio ricchezza sotto mille prospettive. Sono una ricchezza perché fanno tanti lavori che debbono essere fatti, certo, ma sono pure una ricchezza di carattere intellettuale in senso lato.

Di fatto, noi stiamo morendo soprattutto intellettualmente, stiamo morendo di pensiero omologato, stiamo morendo di posti pubblici e di spiriti che dormono insieme al deretano poggiato sulla sedia. Stiamo morendo nelle università, dove la vincono i baroni che assumono i figli e i figli dei figli, alla faccia del merito, dello studio, dello sviluppo della capacità scientifica che necessariamente deve partire da quei luoghi. Stiamo morendo nelle redazioni dei giornali, che ormai esistono solamente come centro deputato dove dare enfasi alla voce del padrone, al suo desiderio più o meno legittimo di modellare le vite dei suoi simili e il destino della sua nazione.

Vivaddio, se in queste carrette del mare arrivasse anche una speranza di tipo diverso. Una tipologia di speranza che non avrebbe potuto perfezionarsi al meglio su altre sponde, ma che approdando da noi potrebbe dare i suoi migliori frutti. Certo, è sicuro che con quella arriverà anche tanto “altro”, molto “altro” di cui si potrebbe fare a meno, inutile negarlo, ma la storia del mondo è sempre stata una storia di incontri, di frizioni, di sinergie che inevitabilmente, nel caos entropico che pur propongono, portano comunque a qualcosa di nuovo. A un nuovo inizio darwiniano nella sua essenza, migliorato, più forte, più capace, che un giorno saprà guardarsi indietro e ridere di noi, ma sarà anche abbastanza saggio da saper perdonare con grande magnanimità tutti i nostri shortcomings.

Tra questi ultimi c’è senz’altro la paura del diverso, ma a farci davvero paura credo sia l’idea più istintiva di poter perdere ogni nostra sicurezza, finanche il nostro posto nel mondo. Come se il mondo fosse nostro o un tale posto fosse assicurato per usucapione! Non c’è nulla di sicuro nel nostro destino, neppure il fatto che domani si sia ancora qui: noi siamo un’unica barca galleggiante nell’oceano supersolido che è l’universo, dominato, sembrerebbe, da una coscienza affatto tenera con le virtù dei santi e mai dimentica di ogni più piccolo peccato. È tentando di salvarci che andiamo a fondo, ma gridare più forte non farà comunque il miracolo di portarci sani e salvi a riva.

Rina Brundu

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