Advertisements
CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Filosofia dell’anima, femminismo e diritti delle donne – Via il velo dell’avvocatessa… dal tribunale. Sul desueto termine “corte” e sull’onore da rispettarsi del nostro Stato laico.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

veloOgni tanto si leggono delle notizie che ti danno davvero da pensare e ti portano ad interrogarti sul dove stiamo andando. Alcuni giorni fa, nel quadro di emergenza democratica e mediatica epocale che stiamo vivendo, pagine e pagine intinte con inchiostro maschilista e indegno sono state scritte per celebrare le dichiarazioni della signora Deneuve e di Silvio Berlusconi che hanno ridotto noi donne a spiriti “ansiosi” di ricevere le giuste attenzione da parte dei masculi. Loro hanno chiamato questo encomiabile processo “corte”, se non ricordo male. Al tempo della mia fanciullezza,  in Sardegna, la “corte” era un luogo dove venivano rinchiusi quadrupedi a vario titolo, di più non saprei a proposito di questo desueto termine, sebbene sappia bene di non necessitare alcuna “attenzione” mascula per esistere, così come sappia bene che fortunatamente non viviamo più l’epoca medievale e rinascimentale dei cavalieri e delle “madonne”. Si vergognassero dunque codesti personaggi, soprattutto la Deneuve che oggettivamente non è una Marie Curie, ma a cui vogliamo dare credito che questi argomenti, insieme alla pericolosità dei suoi discorsi, potrebbe arrivare a capirli.

È di questi giorni, invece, un’altra di quelle notizie che ad analizzarle con attenzione ti fanno capire poi perché in tanti votino le argomentazioni da razzismo digitale di partiti come la Lega. Sembrerebbe insomma che in quel di Bologna una avvocatessa di origine musulmana, o di religione musulmana che non fa  una differenza, si sarebbe presentata in un’aula del tribunale indossando il velo. Giustamente rimproverata dal giudice che l’avrebbe mandata via, questa signora starebbe per tornare indossando il “hijab”. Naturalmente ci si potrebbe porre la domanda: cazzo è?, si potrebbe googlare il termine e fare finta di conoscerlo, si potrebbe conoscerlo già molto bene, ma il discorso non cambierebbe di una virgola. E il discorso è che se non è tollerabile che le nobili ragioni del nostro fragile Stato laico vengano spesso, molto spesso, ridicolizzate da noi italici prigionieri come siamo delle ataviche catene catto-moraleggianti, il fatto che ad insultarle arrivino pure personaggi di una diversa cultura primaria non aiuta proprio…

Io penso infatti che il giudice in questione abbia fatto bene, benissimo, a cacciarla via, ma male hanno fatto coloro che le permetteranno di tornare indossando questo o quell’altro colorito abito culturalmente omologato. Sempre nella mia Sardegna di quando ero bambina, le donne usavano indossare gonne lunghe e fazzoletti in testa: non mi risulta che nessuna delle loro figlie, nell’eventualità che sia diventata una professionista a qualsiasi titolo, un avvocato, si permetta di entrare in un’aula di tribunale indossando quegli abiti patrimonio importante della nostra eredità culturale. Perché dovrebbe essere fatta eccezione per il musulmani?

E, soprattutto, come si permettono codesti signori  di mettersi sotto i piedi – perché di questo si tratta alla fine della fiera – la storia mirabile delle tante suffragette americane e europee, delle tante donne qualunque, dei tanti martiri che hanno dato la  vita perché noi godessimo di questo briciolo di libertà-diversa di cui godiamo in questi anni, con tanta deprecabile leggerezza e libertà? Si vergognassero tutti quanti, e imparassero a rispettare il popolo italiano a cui ci si rivolge nei tribunali, il suo miglior sentire, e a rispettare la sua cultura, perché se io vado in Arabia non mi metto in minigonna. Si può pretendere lo stesso rispetto che si da, o è chiedere troppo?

Rina Brundu

 

Advertisements

ROSEBUD TV – LITERATURE: Goethe