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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Di quelle cose che non si possono raccontare…

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

woman.jpgMi sento meglio. E poi, mi hanno detto,  che io sono forte. Supererò anche questa. Ah, la forza! La forza di alcuni, sempre gli stessi, mentre altri si possono permettere di navigare a vista avendo le spalle ben coperte. Non si rendono conto, costoro, che proprio chi è più forte ha più paura di raccontarsi, di mostrare una fragilità, di mettere in pericolo la corazza, perché poi dopo, lo sa bene, sparita quella potrebbe non restare più niente. Basta! Odio questi discorsi circolari! Sempre a cercare una ragione, sempre a tentare di scovare un perché, una scusante: ma non è che una volta saranno gli altri ad essere in torto? Non è che per una volta la “colpa”, il “locus of control” sia esterno? Guardare in faccia questa realtà-possibile non sarebbe male. Del resto, ormai, sono quattro anni che queste cose accadono, a me, ma anche a tantissimi altri: vogliamo negarlo? E a che pro negarlo? A che pro raccontarci una visione fattuale falsata per immaginare un mondo di fuori sempre buono, giusto e probo? La prima volta? Non me la ricordo più, è passato davvero tanto tempo. Pensa tu, sembrava un signore così a modo, di quei ragazzi della porta accanto che sovente hanno una zia tutta casa e chiesa e un cagnolino gentile da portare a fare pipì ogni sera tardi, o la domenica mattina quando si va a comprare le paste, prima di pranzo. Anche le compagnie erano di tutto rispetto… C’era quella bella ragazza dai lunghi capelli castani, carina appunto, spigliata, di famiglia borghese ben conosciuta in città, amata dicevano. E c’era quell’altro ragazzo che l’accompagnava sempre, più bassetto di loro, capelli ricci, sguardo sovente perso nel vuoto come a ricercare, come ad immaginare grandi perché… Insomma, c’era pure un mondo dietro che non mi avrebbe mai portato ad immaginare quello che sarebbe successo poi, neppure nelle fantasie più malate. Si soffoca in questa stanza, nevvero? Potrei avere un bicchiere d’acqua? Amo l’acqua fresca, ti cola nella gola, benigna, e ti illude che si possa immaginare un futuro diverso. Cos’è successo dopo quella prima volta? Sì, sì, ci sto arrivando, ma debbo andarci piano, alcune memorie si sono ormai perse nel mio orizzonte privato, altre faccio fatica a catturarle, altre ancora debbono fare i conti con un qualcosa dentro che si rifiuta di fronteggiarle. Sì, dopo quella prima volta è stato… sempre, che io ricordi, sempre, sempre, sempre, di mattino, di sera, di notte, d’estate, d’inverno. Capisce? Lui era dovunque. Stalking? Perché non l’ho denunciato? La fa facile lei. So, peraltro, che altre ci hanno provato prima di me e non hanno ottenuto alcun risultato. E poi, gliel’ho detto già, mi pare, che quelle famiglie erano molto conosciute? Erano famiglie bene in vista. Potenti. Rispettate. Ammirate. Cos’avrei potuto fare io? C’è sempre qualcuno che porge un’orecchio, dice lei? Ne è davvero convinto? Ne è davvero convinto che viviamo un mondo dove le esigenze del singolo facciano equazione con quelle della comunità? Io ne dubito, non solo rispetto a questo mio personalissimo caso, ma anche rispetto a tanti altri di uguale gravità di cui ho sentito. Che ho detto? Di uguale gravità? Mi viene da ridere, ma forse è isteria, forse è la stanchezza. Come può esserci qualcosa di maggiore gravità di una persecuzione senza requie, abusante, degradante, senza soluzione di continuità, ad ogni ora?? Mi sto agitando? Debbo calmarmi? La fa facile lei… Ma se vuole posso raccontarle di stamattina? Va bene? Si, si, voglio farlo, voglio raccontarle di stamattina, se non altro non dovrò faticare troppo per tentare di catturare quei ricordi, quei momenti che ho presenti e chiari davanti a me come fossero raggi di luce, splendenti e purpurei come solo sanno mostrarsi quando quella boccia di fuoco cala meravigliosa dietro la curva dolce della montagna. Stamattina mi sono svegliata presto, con il buon umore in tasca. Con una fiducia nel mondo-che-guarda d’altri tempi, c’era ancora qualcosa di buono, sentivo, per cui vivere e combattere, per cui respirare. Sono scesa giù e ho preparato il caffè. Amo preparare il caffè, sentire la caffettiera che borbotta, afferrare l’aroma tostato che si diffonde nell’aria e annuncia il giorno nuovo: quante memorie bellissime si porta seco quel momento, memorie dei luoghi più belli che ho vissuto, ecco, sì, vissuto è il giusto verbo da usarsi per raccontare veramente i luoghi che abbiamo maggiormente amato… Poi, sì, poi… con quell’incoscienza che non mi voglio negare, con quella mancanza di riflessione di cui non posso che farmi una colpa… l’ho fatto, appunto, anche quest’oggi, gli ho in dato modo aperto la porta. L’ho fatto di mio, di mia spontanea volontà, sia ben chiaro, ed è in fondo questa la suprema ironia, quella che in automatico mi porta addosso la condanna del mondo  e ad un tempo mi condanna a imperitura inclemenza. Sì, lo ammetto, l’ho fatto… ho acceso la tv già sintonizza sul canale La7 e il suo faccione tronfio e satollo era già lì a perseguitarmi, a sputare sentenza come se fosse il verginello di quattro anni fa. Fare una petizione di tipo coercitivo per togliere Matteo Renzi dai telegiornali e dai talk politici d’Italia? Ma lei, dottore, è davvero convinto che funzionerebbe? Sarà mica un caso, il suo, di locus.. out of control?

Rina Brundu

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