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Fuocoammare (2016) di Gianfranco Rosi. Una critica breve ma severa.

fuocoDi questo docufilm franco-italiano – vincitore di un Orso d’Oro a Berlino – di norma bisogna parlarne bene, ma io non scrivo per i giornali liberal nostrani e quindi procederò a “raccontare” la mia visione dello stesso seguendo il mio intendimento critico, come sempre del resto dai tempi dei miei corsi universitari di storia del cinema, prima e dopo.

Penso anche che per una corretta analisi di questo particolare macrotesto non si possa prescindere da una analisi dei diversi livelli che lo costruiscono, anche se poi una sintesi sarà d’obbligo.

Guardando ad un livello strettamente tecnico che in questa circostanza a mio avviso fa mera equazione con il lavoro di montaggio, ovvero con ciò che Gianfranco Rosi o chi per lui ha scelto di montare allo scopo di creare significazione, debbo purtroppo sottolineare che questo lavoro è lungi dall’essere un capolavoro. Di fatto ciò che accade è che la “broda” che dovrebbe creare meaning attroverso le immagini scarnite, i tanti silenzi, l’eternamento di infiniti momenti banali, noiosi, antichi, espressione plastica di un quotidiano comunque vissuto nel presente, dunque di un mondo factual, viene allungata troppo. Ne deriva che a volte la noia denota noia senza connotarla e scagli la prima pietra il critico radical-chic che non l’abbia provata almeno per un momento durante tutta la programmazione! Ma non solo: a volte infatti la “broda” oltre ad essere allungata troppo é allungata male. Questo avviene in tanti segmenti-testuali che si potrebbero indicare uno ad uno ma: cui prodest?

Livello pittorico. Lo chiamo così per non chiamarlo livello “pittoresco” che mi pare brutto. Ma santo iddio, davvero non riusciamo a produrre nulla di-un-nostro-artistico-credibile che non presenti una scena in cui non si cantino canzonette vernacolari, in cui non ci sia una massaia dal volto vissuto che taglia e ritaglia pomodori, in cui non ci sia un ragazzetto che si muove su un vespino che non si vedeva più dai tempi della seconda guerra (punica), in cui non si mostri un’aula scolastica italiana che non sembri quella del maestro Perboni?! Sic.

In qualsiasi altra situazione mi verrebbe da dire che siamo fuori dal mondo (quando mai si è visto negli ultimi venti anni un ragazzino italico come Samuele senza telefonino?!), se non fosse che Lampedusa è forse davvero fuori dal mondo. Certo è però che se la situazione fosse veramente così tragica – e qui non sto parlando del problema migranti – il nostro ministro dell’Istruzione dovrebbe precipitarsi colà già domattina per risolvere. In tutta onestà, scene così non si sono mai viste neppure nella Sardegna interna e più profonda di cinquanta anni fa. Naturalmente, so benissimo che il nostro ministro dell’Istruzione è una signora diplomata di cui in questo momento mi sfugge il nome e quindi forse è meglio soprassedere… almeno per non procurare ulteriore danno.

Terrei a precisare – a beneficio dell’eventuale critico radical-chic che per sua sfortuna dovesse atterrare su questa pagina – che non mi è sfuggito neppure lo story-telling parallelo che Rosi ha tentato di imbastire, la retorica ideale, finanche quella melensa che vuole i miseri cristi migranti giunti in terra di altri cristi quasi più miseri di loro…. ma, appunto, preferirei ignorarlo, fare finta che mi sia sfuggito. E ignorandolo mi fermo qui con le critiche tecniche e ragionate (volendo infatti si potrebbe andare avanti molto a lungo, ma non sarebbe comunque questo il luogo per fare una vera denuncia dello status-quo decadente della cinematografia-impegnata, committed, moderna e fatt-a-scazz!! Di fatto l’unico elemento positivo che si può far notare da un punto di vista strettamente tecnico (in senso lato) è che almeno Rosi evita di cadere nella trappola delle seghe mentali preferite da Sorrentino, ma questo è davvero tutto, pur rimanendo molto).

Quindi Fuocoammare non meritava di vincere l’Orso di Berlino? Non merita l’acclamazione ricevuta? In realtà è proprio il contrario. Di fatto questo docufilm meriterebbe anche altri riconoscimenti (ma servono a qualcosa?), soprattutto meriterebbe di farsi capofila di numerosi altri docufilm capaci di raccontare in qualche modo, in qualsiasi modo, anche “tecnicamente” scadente, basta che lo racconti, la realtà desensitized, ovvero desensibilizzata che ormai viviamo quotidianamente da lungo tempo. Da troppo tempo.

Desensibilizzata a cosa? Al dolore altrui, alla disperazione altrui, alle disavventure dei nostri simili, ai cadaveri affondati, ai cadaveri putrefatti, ai cadaveri maltrattati, a destini che si compiono nel silenzio del mondo che guarda, a volte, e la maggior parte delle volte si gira dall’altra parte. Nel silenzio del mondo che guarda e si gira dall’altra parte non perché non gliene importi, ma semplicemente perché non può fare altrimenti; perché non c’é tempo, perché non c’é più religione, perché Dio non solo è morto ma il suo cadavere non è mai tornato a galla, mentre in superficie sono rimasti solo fantasmi che camminano, in alcuni casi anche solo virtualmente. In altri casi invece quegli stessi spettri ci governano.

Rina Brundu

2 Comments on Fuocoammare (2016) di Gianfranco Rosi. Una critica breve ma severa.

  1. condivido la seconda parte del tuo articolo, che descive in fondo ciò che rimane del docufilm. Voleva impressionare e c’è riuscito. A proposito di fantasmi, hai visto i fantasmi di Portopalo? Io sì, volevo evitarlo per l’onnipresenza di Fiorellino, ma poi ho deciso di vederlo e sono venuta a conoscenza di un episodio che non conoscevo. E devo dire che l”impressione” è stata forte. Anche qui retorica a gogo, ma il contenuto è passato. Buona domenica!

  2. iva21liberoit // 26 February 2017 at 11:26 //

    Conosco Lampedusa ma…non è proprio come è stata descritta. Ho riscontrato molti falsi d’autore. Se vincera’ l’Oscar, cosa che sinceramente non credo, ci sarà modo di verificare tante realtà non autentiche. Comunque…se servirà a scuotere coscienze ben venga!

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