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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Sulla creatività e sul Kubla Khan di Coleridge (breve).

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

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Coleridge nel 1814

di Rina Brundu. Da quando ho ritrovato sulla mia strada il famoso aforisma del filosofo Nietzsche “Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi”, lo stesso ha ripreso ad ossessionarmi, ma in maniera nuova. Per certi versi rileggerlo è stato come spiegare Rosebud in un lampo, specie il Rosebud di questi ultimi tempi dove ho deciso di lasciare andare la creatività a briglia sciolta, fregandomene delle costrizioni formali, delle costrizioni linguistiche, delle costrizioni pseudomoralistiche, di tutto.

Che poi a ben pensarci il content di Rosebud riflette solo una minima parte del “caos” dentro. Quel “caos” creativo che più passa il tempo più mi è difficile spiegare e dubito finanche che – in un’era di visioni appiattite, di autoraggio che è soprattutto forma, editing costruito, ricerca del tutto per trovare il nulla – ci sia un qualcuno, là fuori, che possa spiegare di cosa si sta parlando. Senza dimenticare che io parto da quel “nulla” e non so perché ma quest’ultimo non mi pare uno svantaggio. Fermo restando che il mio nulla, tendenzialmente dovrebbe essere molto simile a quello fisico: non esiste!

Esiste però il mio caos dentro, in-me, che a momenti è condanna e a momenti è meraviglia, la maggior parte del tempo è non-comprensione della mia stessa essenza, della mia stessa natura prima di diventare, in altri istanti, faccenda da oblìare. E così ragionando a volte mi torna in mente Samuel Taylor Coleridge e quel suo frammento del “Kubla Khan” (1797-1816), proprio quello che scrisse sotto effetto degli opiacei, dei loro sogni-indotti, prima di essere interrotto (il sogno) dall’arrivo del visitatore di “Porlock”.

Il caos-in-me, benché sia ancora ben lontano dal partorire anche solo un “attimo” del frammento appena citato (con il suo mitico incipit), pare invece non necessitare di droghe – che peraltro abborro come tutto ciò che impedisce alla mente di ragionare lucido – e pare vivere di una energia-altra, alla stregua di un tizzone ardente che sembrerebbe destinato a non diventare incendio mai ma neppure a spegnersi. Mi brucerà, mi incenerirà? Ripensandoci non mi sembra neppure troppo importante perché io sono lui e lui è mé: siamo proiezioni diverse della stessa intima essenza, qualunque cosa sia o sia destinata a diventare quest’ultima.

Kubla Khan by Samuel Taylor Coleridge

In Xanadu did Kubla Khan
A stately pleasure-dome decree:
Where Alph, the sacred river, ran
Through caverns measureless to man
Down to a sunless sea.
So twice five miles of fertile ground
With walls and towers were girdled round:
And there were gardens bright with sinuous rills,
Where blossomed many an incense-bearing tree;
And here were forests ancient as the hills,
Enfolding sunny spots of greenery.

But oh! that deep romantic chasm which slanted
Down the green hill athwart a cedarn cover!
A savage place! as holy and enchanted
As e’er beneath a waning moon was haunted
By woman wailing for her demon-lover!
And from this chasm, with ceaseless turmoil
seething,
As if this earth in fast thick pants were breathing,
A mighty fountain momently was forced:
Amid whose swift half-intermitted burst
Huge fragments vaulted like rebounding hail,
Or chaffy grain beneath the thresher’s flail:
And ‘mid these dancing rocks at once and ever
It flung up momently the sacred river.
Five miles meandering with a mazy motion
Through wood and dale the sacred river ran,
Then reached the caverns measureless to man,
And sank in tumult to a lifeless ocean:
And ‘mid this tumult Kubla heard from far
Ancestral voices prophesying war!
The shadow of the dome of pleasure
Floated midway on the waves;
Where was heard the mingled measure
From the fountain and the caves.
It was a miracle of rare device,
A sunny pleasure-dome with caves of ice!

A damsel with a dulcimer
In a vision once I saw:
It was an Abyssinian maid,
And on her dulcimer she played,
Singing of Mount Abora.
Could I revive within me
Her symphony and song,
To such a deep delight ‘twould win me,
That with music loud and long,
I would build that dome in air,
That sunny dome! those caves of ice!
And all who heard should see them there,
And all should cry, Beware! Beware!
His flashing eyes, his floating hair!
Weave a circle round him thrice,
And close your eyes with holy dread,
For he on honey-dew hath fed,
And drunk the milk of Paradise.

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Chiudiamo Wikipedia. Non si lucra scaltramente sull’impegno di intelletto!

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