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Sulla Brexit e su quando si può votare

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

barzellette (1)di Michele Marsonet. Com’era lecito attendersi, la cosiddetta “Brexit” ha scatenato reazioni destinate – con ogni probabilità – a mutare il significato stesso della parola “democrazia”. O, almeno, di ciò che con tale termine s’intende nel mondo occidentale. Si può senz’altro concordare sul fatto che l’esito del referendum britannico rischia alla lunga di avere conseguenze negative e, secondo parecchi osservatori, addirittura disastrose per l’Unione Europea e per il mondo intero.

Ma il punto non è questo. Si tratta piuttosto di capire se siamo ancora disposti a sostenere – e non a “concedere” – che in ultima analisi dev’essere il corpo elettorale nella sua totalità a decidere su questioni che toccano la vita di ognuno, oppure se in “certi casi” (ma quali?) la decisione debba essere demandata a non meglio precisati “consessi di esperti”.

La questione è, al contempo, filosofica e politica, e riveste un’importanza fondamentale. Percorrendo la prima strada si resta fedeli al principio “una testa, un voto”, pur sapendo che tale scelta comporta rischi, come la storia dimostra. Non a caso in questi giorni si trova spesso citata l’ascesa al potere di Adolf Hitler grazie, per l’appunto, alla consultazione popolare.

Se invece s’imbocca la seconda, spetta ai suoi fautori dimostrare come, e su quali basi, debbano essere individuati i succitati esperti. Non ho trovato nei numerosi interventi dei detrattori della Brexit alcuna indicazione plausibile al riguardo.

In Italia Mario Monti e Romano Prodi – per limitarci a due casi – non forniscono spiegazioni che vadano oltre il riferimento ai danni, soprattutto economici, che il referendum causa o può causare. Né le fornisce, all’estero, il premio Nobel Amartya Sen, il quale si limita ad affermare: “In democrazia certe questioni devono essere decise da chi governa ma dopo aver avviato una discussione pubblica, con controllo dei fatti”.

Capita inoltre, in questi giorni, di trovare nei social network discussioni in cui si sostiene che i voti vadano in qualche modo “pesati”. Poiché i sostenitori della Brexit hanno chiaramente torto, e i suoi detrattori altrettanto chiaramente ragione, era opportuno attribuire al voto dei secondi un peso maggiore consentendo loro di prevalere pur avendo perso nelle urne. E qui le norme elementari della democrazia vengono stravolte senza tanti complimenti.

Il problema fondamentale, tuttavia, resta quello accennato poc’anzi. Posto che nella sfera politica e sociale non esistono criteri oggettivi e neutrali per discernere chiaramente ragione e torto, come individuare gli esperti – i “saggi” –che, evitando il ricorso alle urne, siano in grado di indicare al popolo qual è la strada giusta da percorrere, sicuri che alla fine il popolo capirà che si è agito per il suo bene?

Gli esperti in questione devono avere alle spalle, come minimo, una dottrina che li assicuri di essere dalla parte giusta. Accadeva, per esempio, nei regimi basati sul marxismo-leninismo, che in teoria garantiva proprio la conoscenza delle leggi della Storia e il conseguente adeguamento al loro automatico sviluppo.

Nulla di simile è disponibile nel dibattito odierno. E allora non si può a tutti i costi denigrare il pensionato del Kent ed esaltare l’intellettuale di Oxford. In democrazia vale la regola della maggioranza, e chi prende più voti vince.

Piaccia o meno, è così, e chi vince va rispettato anche se non concordiamo con il suo voto. Altrimenti ci ritroveremo con un concetto di democrazia diverso dall’attuale, e non è detto che alla fine si riveli migliore.

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