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Sulla nostalgia di Sergio Romano per la Guerra Fredda

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

thdi Michele Marsonet. Sergio Romano, storico, giornalista ed ex ambasciatore italiano presso la Nato e a Mosca, offre da tempo ai lettori l’opportunità di riflettere in modo intelligente sui principali temi di politica estera. Lo fa soprattutto con articoli sempre lucidi e puntuali che compaiono in modo regolare sul “Corriere della Sera”.


Vale quindi la pena di parlare del suo ultimo libro: “In lode della Guerra Fredda. Una controstoria”. Già titolo e sottotitolo indicano che l’opera è tutt’altro che convenzionale. Lodare la Guerra Fredda, ossia il cosiddetto “equilibrio del terrore”, può sembrare a prima vista assai strano. Chi non rammenta l’angoscia che ciascuno provava a fronte di un possibile olocausto nucleare causato dalla rottura del suddetto equilibrio tra Usa e Urss?

Eppure l’autore, ricorrendo a solidi argomenti, dimostra con dovizia di esempi che quella situazione era, tutto sommato, migliore dell’immane caos che oggi caratterizza lo scenario globale.

Pur dichiarandosi conservatore, Romano lascia trapelare nelle pagine del libro un’irritazione costante nei confronti della politica estera americana dopo la caduta del Muro di Berlino (ma le sue critiche coinvolgono anche periodi precedenti). D’altro canto si coglie pure tra le righe una sottile nostalgia per la funzione di contrappeso che l’Unione Sovietica svolgeva, curando i propri interessi sul piano mondiale ma cercando, al contempo, di evitare che il confronto costante con gli Stati Uniti degenerasse sino al punto di non ritorno.

La morale è chiara. Nella storia le superpotenze ci sono sempre state, e solo gli utopisti immaginano che si possano eliminare una volta per tutte. Tuttavia è preferibile averne due – o tre – e non una soltanto. Altrimenti l’unica presente coltiva inevitabilmente progetti di superiorità assoluta, il che conduce per l’appunto al caos.

Il crollo dell’Urss consentì in effetti agli americani di definire il loro Paese “potenza indispensabile” che, in quanto tale, non è soggetto agli impegni e agli obblighi internazionali degli altri Stati. Di qui la convinzione di dover intervenire ovunque per promuovere la democrazia liberale, anche in contesti dove un simile proposito era destinato a un sicuro fallimento. Puntuale, al riguardo, l’analisi del ruolo Usa – tramite la Nato – nella dissoluzione della ex Jugoslavia e nel successivo intervento in Kosovo. L’intento era quello di fare ordine. Il risultato, com’è noto, è stato il caos già menzionato in precedenza.

Anche la punizione dei cosiddetti “Stati canaglia”, per esempio Afghanistan e Iraq, ha sortito effetti opposti a quelli sperati. La lunga guerra afghana fu il brodo di coltura in cui nacquero tutte le successive forme di jihadismo, mentre la distruzione sistematica dell’apparato statale iracheno generò una massa di sbandati e frustrati disposti a rimpinguare le fila dei fondamentalisti pur di non soccombere.

Preziosa, inoltre, l’analisi critica della continua espansione della Nato a Oriente, tema sul quale Romano insiste molto giudicandola un fattore di tensione primaria negli attuali rapporti internazionali, nonché tradimento dell’impegno in senso opposto assunto da Bush padre con Gorbaciov (e circa quest’ultimo il giudizio dell’autore è molto negativo). Né poteva mancare la disamina della vicenda ucraina, alla quale Romano ha dedicato molti articoli sul “Corriere” e che egli considera non tanto una rivoluzione come molti in Occidente credono, bensì l’ultima conseguenza logica della svolta della politica estera americana all’inizio degli anni Novanta.

Alla base della situazione attuale vi è, secondo l’autore del libro, la convinzione degli Usa di aver vinto da soli la Guerra Fredda. Il che indusse Bush padre a sostenere in pubblico che i soldati americani morti in Corea e nel Vietnam diventavano, per il fatto stesso, “vincitori”. L’opinione di Romano è assai diversa giacché, a suo avviso, l’Urss non fu sconfitta dagli Stati Uniti, bensì dal velleitarismo delle riforme tentate da Gorbaciov. Argomento che presta il fianco a critiche di vario tipo ma, in ogni caso, merita di essere considerato con attenzione.

Nel capitolo conclusivo Sergio Romano sottolinea che “le inevitabili crisi dei prossimi anni saranno ancora più gravi se i Paesi dell’Unione Europea saranno costretti a subirle senza essere in grado di far pesare il proprio punto di vista”. Difficile dargli torto. Sta effettivamente accadendo e questo fornisce al mondo l’impressione che l’Europa sia solo una mezza potenza come l’Italia del Rinascimento, “grande tesoro di talenti e splendori, ma troppo divisa per essere rispettata e temuta”.

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