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Sui misteri della politica estera USA

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

1429597636_ness-4-600x335di Michele Marsonet. Sono ormai tanti coloro che s’interrogano circa la natura e gli obiettivi  dell’attuale politica estera americana, anche in Paesi tradizionalmente alleati degli Stati Uniti. In passato si poteva essere a favore o contro le scelte di Washington, che risultavano comunque – almeno in larga parte – decifrabili. Con Barack Obama non è più così sin dall’inizio del suo primo mandato, quando Hillary Clinton ricopriva la carica di Segretario di Stato.

In seguito, con l’avvento di John Kerry, la situazione è addirittura peggiorata. Il solo elemento certo e costante è un’isteria antirussa che non accenna a diminuire. Tutto il resto, per il primo Presidente nero della storia americana e per i suoi più stretti collaboratori, sembra contare assai poco. Scopo precipuo resta quello di bloccare e neutralizzare le mosse di Putin, a prescindere da quanto sta accadendo nel mondo.

Hanno destato una certa impressione, a questo proposito, le recenti dichiarazioni di Donald Trump sull’intervento russo in Siria. Richiesto del suo parere sull’argomento, il tycoon in testa nei sondaggi delle primarie repubblicane ha tranquillamente dichiarato che “se i russi vogliono colpire l’Isis per me va bene”. Il che significa che il personaggio, per quanto detestabile possa essere agli occhi di tanti osservatori, ha almeno idee chiare su cosa occorre fare per combattere realmente il movimento più rampante e pericoloso della galassia fondamentalista.

E qui si arriva ai due quesiti fondamentali. Gli USA considerano davvero pericoloso il califfato? E, soprattutto, ritengono utile contrastarlo seriamente? Parrebbero domande retoriche e, invece, è legittimo porle alla luce dei comportamenti concreti degli americani lasciando sullo sfondo le loro dichiarazioni di principio, che suonano retoriche alla luce dei fatti.

Hillary Clinton e altri hanno ammesso a un certo punto che, almeno agli inizi, gli Stati Uniti hanno favorito la nascita del movimento. Non prevedevano le dimensioni che avrebbe assunto? Difficile crederlo, visto che avevano già aiutato, sempre sulla base della suddetta isteria antirussa, la nascita di Al Qaeda negli ultimi decenni del secolo scorso. La risposta usuale è che i servizi segreti USA combinano spesso pasticci epocali. Almeno a mio avviso, tuttavia, questa non è una risposta seria.

Il fatto è che, tra la nebbia fitta della politica estera di Obama, pare di capire che in qualche modo la presenza del califfato sia ritenuta utile per perseguire certe strategie e per bloccare quelle di altri protagonisti dello scenario internazionale. Quali in realtà siano le strategie statunitensi non è facile capire e, del resto, neppure l’opinione pubblica americana le comprende. Si rammenti che l’attuale Presidente è osannato, in Italia, da “Repubblica” e altri fogli importanti, mentre i media USA sono assai meno entusiasti del suo operato.

A costo di passare per complottista, un aggettivo che non amo affatto, mi pare utile sottolineare che l’ambiguità americana si spiega solo in base a interessi e contiguità inconfessabili, e che però emergono con forza anche dalle ultime vicende. Ogni volta che si parla di colpire sul serio il califfato gli americani cominciano subito a esitare e a tergiversare, magari scaricando su altri la colpa. S’inserisce in questo quadro anche l’accusa ai russi di colpire in Siria ribelli addestrati dalla CIA. Si dichiara che costoro sono sì fondamentalisti, ma filo-occidentali, scordando quanto sia difficile il controllo di movimenti simili.

Per farla breve, il gioco condotto dagli Stati Uniti in Siria, in Iraq e nel Medio Oriente in genere è estremamente pericoloso, ed è difficile dar torto al ministro degli esteri russo Sergej Lavrov quando sottolinea con costanza questo fatto. Nel frattempo non molti hanno notato che, per la prima volta, anche la Cina sta dispiegando forze – per quanto modeste – nel Mediterraneo. Si rischia dunque, proprio a causa dell’ambiguità di Obama e dei suoi, un’internazionalizzazione del conflitto inimmaginabile sino a poco tempo fa.

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