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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Bolgia cinese?

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – LISTA AGGIORNATA DEI DERETANI INAMOVIBILI

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per conoscere tutti i deretani di cui sopra)

PERLE POLITICHE – SENILITÀ, OKAY, MA SE DOVESSI DIVENTARE RENZISTA…

…portarmi dal veterinario e sopprimermi subito, please!

(Clicca qui per leggere tutto)

Michele Marsonet

DSC01441di Michele Marsonet. Com’era lecito attendersi, molti sono stati in questi giorni gli interventi dedicati alle vicende cinesi, dopo i crolli delle Borse e le ripetute svalutazioni dello yuan. Il problema è che, nella maggioranza dei casi, le vicende di cui sopra vengono analizzate da un punto di vista meramente tecnico, scordando che l’origine del problema è invece politica. Con questo intendo dire che il sistema monopartitico, dirigista e centralista tuttora vigente nella nazione asiatica sta finalmente mostrando la corda dopo che, negli ultimi decenni, una travolgente espansione economica aveva consentito di mettere la sordina alle critiche – pur minime e isolate – che emergevano all’interno stesso del Paese.

I dirigenti del partito comunista si erano forse illusi che il successo economico garantisse la realizzazione del grande progetto di Deng Xiaoping, quello di dar vita a un “socialismo di mercato” in grado di competere (o addirittura di superare) il capitalismo occidentale. Ferma era la convinzione che il controllo ferreo del partito in ogni ambito della vita politica, economica e sociale avrebbe evitato gli scossoni che da sempre caratterizzano i sistemi basati sul libero mercato.

Ma non è tutto. La Cina ama proporsi quale “modello da imitare” alle varie nazioni emergenti. In questo senso ha sempre rispedito al mittente le accuse di carenza di democrazia che le vengono rivolte. La democrazia nel senso occidentale del termine – risponde la dirigenza di Pechino – è causa di disordine e di crisi endemiche. Per evitare tali spiacevoli conseguenze è sufficiente che il potere sia esercitato direttamente dal popolo, come recita ancor oggi la costituzione maoista.

E poco importa se tra parole e fatti c’è un abisso. La teoria prevale sulla pratica, e ciò che insegnano i sacri testi è assai più importante delle percezioni della gente comune. Chi ha occasione di recarsi spesso nel Paese del Dragone verifica subito che la fiducia nelle dichiarazioni ufficiali del partito è a dir poco scarsa.

Capita di avere come risposta una risata quando a un interlocutore si fa notare che, bene o male, la RPC è ormai la seconda potenza mondiale. E se in una qualsiasi università chiedete di entrare in contatto con colleghi delle locali Facoltà di Filosofia o di Scienze Politiche sarete caldamente sconsigliati. Vi diranno che lì s’insegna “soltanto” il marxismo-leninismo nella versione maoista, e che quei docenti non hanno in pratica contatti con l’ambiente accademico circostante.

Vivono insomma in un mondo separato, ma importantissimo, il vero serbatoio dei quadri dirigenti di un partito il cui potere non conosce limiti. Sembra incredibile quando, visitando il centro di una qualsiasi metropoli, incontrerete a ogni angolo grattacieli e negozi di lusso. Eppure è così, e i vostri disincantati interlocutori vi inviteranno allora a percorrere le periferie o, ancor meglio, le campagne, per capire un po’ meglio le vere condizioni del Paese.

Al fondo sta l’illusione di aver creato un mercato docile e totalmente controllabile, pronto a cambiare rotta – e obiettivi – al minimo schiocco di dita della dirigenza politica. Nicola Porro ha scritto, al riguardo, che “il mercato non è un menu in cui si può ordinare la pietanza che più piace e scartare il resto; è fatto anche di piatti che si chiamano crisi e fallimenti. E che si debbono digerire non stracciando la carta o gettandola in faccia al maître”.

Sempre a tale proposito Mario Deaglio ha citato alcuni giorni orsono su “La Stampa” il grande interesse cinese per il “modello IRI”, considerandolo un tipo di mercato che mantiene sì un ruolo effettivo, ma soltanto all’interno di un quadro nel quale le scelte strategiche spettano all’autorità politica. Scordando, però, che l’industria di Stato italiana era affiancata dal settore privato e opera – o operava – pur sempre in un sistema politico e istituzionale pluripartitico.

Nella RPC non vi sono segnali di transizione verso il multipartitismo. Al contrario, e ce lo rammenta il caso di Hong Kong, ogni volta che si accenna a ipotesi di questo tipo al partito comunista saltano i nervi e arriva, puntualissimo, il giro di vite.
Proprio questo è il problema principale (e si tratta di un problema politico prima ancora che economico) al quale la dirigenza cinese non sa bene come far fronte. Non penso si tratti di una dirigenza “sprovveduta” come scrive Paul Krugman. Si tratta, piuttosto, di un gruppo di potere sin troppo cosciente del fatto che un vero cambiamento di sistema e una reale liberalizzazione economica condurrebbe ben presto alla sua fine.

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