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Elezione del Presidente della Repubblica: maratona e trionfo del “parlare”. L’autorevole e severa critica al giornalismo italiano di….

Joseph_Gurney_Cannon_cartoonMassimo Pittau. Oh la bellezza della lingua italiana, perché distingue perfettamente il “dire” dal “parlare”!
Nei 15 giorni precedenti l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica Italiana e anche in quelli immediatamente successivi nella televisione pubblica italiana e pure in quelle private c'è stata una lunga maratona di trasmissioni e di ascolto, la quale ha finito col configurarsi come un autentico e grandioso “trionfo del parlare”: politici, giornalisti, opinionisti, perpetui partecipanti alle innumerevoli rubriche televisive, non hanno fatto altro che parlare, parlare, parlare, ma molto spesso senza “dire” proprio nulla.

Molti di loro esprimevano i loro pareri come se stessero esponendo e rivelando le più elevate e più difficili verità di carattere politico, sociologico e pure metafisico. E alcuni dimostravano codesta loro convinzione anche elevando gli occhi al cielo, come se stessero svelando le verità sublimi ma nascoste nella mente della Divinità.

E poi facevano discorsi su discorsi, sempre complicati, complessi, difficili, attorcigliati, anche per esprimere fatti e concetti che pure appartengono alla comprensione del comune mortale. Sì, la politica è una cosa difficile, ma non è poi del tutto lontana dal comune pensare dell’uomo normale, se è vero – come è vero – che essa viene fatta ed attuata da comuni mortali, non da individui tutti geniali e tutti superdotati.

Ed invece i “parlatori” facevano intendere di conoscere certe cose che il comune mortale neppure immagina né immaginerà mai.

Stupisce poi che i conduttori delle rubriche di approfondimento insistano nel richiamare individui che nelle precedenti puntate hanno fatto autentiche figure barbine. Ed è stato pure rispolverato qualche politico di lunghissimo corso, il quale in realtà non aveva fatto altro che collezionare una lunga serie di figuracce.

E dopo, ad elezione effettuata del Presidente, quale spettacolo grandioso e commovente e quasi unanime, quello del tentativo di “salire sul carro del vincitore”! Quanto numerosi “parlatori” hanno presentato e continuano a presentare il nuovo Presidente quasi fosse un “Santo”: lodi, elogi, osanna a non finire! E sicuramente verranno subito fuori anche numerose “biografie agiografiche” del Presidente Santo.

In seguito però, alla prima semplice scivolata o anche semplice tentennamento del Santo Presidente, i medesimi “parlatori”, politici, giornalisti, opinionisti non faranno a meno di “cambiare musica”, adoperando però non più i violini, bensì i tromboni e le grancasse….

Un po’ di serietà, Signori, un po’ di moderazione! E trattenetevi alquanto e soprattutto siate coerenti!

Featured image, la retorica è l’arte del persuadere mediante i discorsi. Speaker Joseph Gurney Cannon, scanned cartoon from 1908. Cartoon by Clifford K. Berryman.

5 Comments on Elezione del Presidente della Repubblica: maratona e trionfo del “parlare”. L’autorevole e severa critica al giornalismo italiano di….

  1. Tra tutta questa gente occorre cercare quella che conta. Tra chi non fa niente perché non può fare , circola solo chiacchiera e chi conta si confonde e sta zitta. Ora, invece, il neo Presidente, anziché la retorica, solleticando sopiti sentimenti di unità nazionale, sciorina il suo “carnet de doleance” come fa il Re ai suoi ministri. Chi sono i suoi ministri, chi tra loro, è capace? Ma sono i ministri e i parlamentari e i delegati gli interlocutori?
    Non credo che siano loro, ma ognuno di noi che siamo i destinatari di qualcuna delle n proposizioni che ha enunciato. Domattina le conterò e cercherò di capire se in qualcuna mi sento impegnato non perché destinatario di uno dei milioni di diritti che hanno inflazionato la nostra legislazione ma per qualche dovere omesso o condotto con scarsa efficienza.
    Succederà che chi così velocemente è salito sul carro, presto scenderà perché vi sta scomodo.
    Quanto alle figure retoriche è bene non disprezzarle. Da Dante ai nostri migliori vignettisti il loro uso non è sostituibile per esprimere chiaramente un concetto: come la similitudine per mettere in risalto la peculiarità di un concetto rispetto ad un altro, oppure l’endiadi, formata da una cosa considerata come separata da un’altra identica. Nel caso specifico il popolo italiano, rispetto al popolo e agli italiani. Sinora, noi cittadini, ci sentiamo italiani ma ancora non siamo un popolo.

    • … certo che dispiace. Ma è la parola plebeo che non quadra. Il plebeo sparì dalla politica già dalla fine delle guerre servili, quando i cittadini romani iniziarono a distinguersi per il censo e non più per questioni nobiliari. Quindi, completando il mio ragionamento, la retorica che vuol cacciare dal popolo il “patrizio” non ha più senso, perchè gli uni e gli altri non esistono più. Nei tempi contingenti le opportunità sono uguali per tutti (non i diritti) e chi è ignorante può raccogliere solo ciò che la solidarietà umana gli concede (scrivo ignorante volontario tra i quali non vanno inclusi i poveri e gli umili). Evidentemente la nostra Costituzione ha bisogno di una cura drastica.

  2. Vorrei significare che l’attuale Presidente della Repubblica non è figlio di De Mita, ma come De Mita nasce in DC nella corrente di cattocomunisti fondata da tale Giuseppe Dossetti, in contrapposizione alla corrente di don Sturzo alla quale aderiva De Gaspari. In famiglia ci sono sempre le pecore nere che più nere non si può! Appartengo alla categoria di italiani che, come Montanelli, hanno votato DC turandosi il naso.

  3. Sinceramente mi fa un po’ specie che il 94enne (auguri) Pittau dedichi un po’ del suo tempo, che vorremmo devoluto alla interpretazione, se non spiegazione, di toponimi oscuri che giungono a noi da tempi siderali, per precipitarsi verso le umane miserie del contingente. Il contingente è oggi rappresentato dalla vuota politica e dal parlare senza riflettere, che conturba lo spettatore dei talkshow televisivi. L’età a volte gioca però brutti scherzi, e non ci si ricorda allora più, di quanta icastica vuotezza ci fosse nell’espressione “convergenze parallele” coniata da un democristiano di cinquant’anni fa: Aldone Moro. Già Moro, quello stesso doroteo per la cui corrente un maturo docente della scuola venne candidato nei primi anni Settanta in un’isola del Mediterraneo alle Regionali…e che finì per insegnare per anni all’Università a partire da quegli anni. A chi alludo? Ma a Mattarella, EVIDENTEMENTE, se non si era capito. Il quale ultimo colla ricca bibliografia di un solo testo (cercate su ISBN e MAI), di sole presentazioni di saggi di altri, finì per fare carriera, associato e poi prima fascia. Per virtù di quali meriti? Beh basta riprendersi wiki:

    È stato sposato con Marisa Chiazzese, morta il 1º marzo 2012, figlia dell’ex rettore dell’università di Palermo, e docente di diritto romano, Lauro.

    Beh in Sardegna le cose sono andate MOLTO diversamente. Un certo Max Leopold Wagner, tedesco e pure gay, venne estromesso dall’Università nazionale, perché il titolo per insegnare sardistica, dovette andare ai sardissimi M.T. Atzori e A. Sanna. Un curioso si chiederà: non è che fossero democristiani costoro? Ma vah, ma vah.
    Prof. Pittau Lei che ne sa, ci conforti Lei, che non è mai stato democristiano ( o mi sbaglio?): per fare carriera in Sardegna bisogna mica legarsi ai preti? Oppure bisogna che chiediamo a Paolo Maninchedda?

    Grazie

  4. Gentile Rita Brundu,

    Lei è (oltre che scrittrice) anche giornalista. Il giornalismo d’inchiesta in questi anni ci ha spesso rivelato quanti motivi onomastici (cioè parentele originarie o acquisite) ci siano dietro a fulminee carriere universitarie, e non una solida preparazione o una ricca bibliografia, che giustificherebbero in qualche modo la prescelta di detto candidato a spese di altri (e non quindi a “a loro danno”). Che la carriera del democristiano Mattarella sia da mettere sotto analisi, perché non scelto da mano divina, ma da mille decaduti parlamentari che però agiscono in mancanza d’altro (per default), lo dice l’intelligenza. Certo a leggere i santini dei giornali (di regime) della settimana parrebbe lo spirito sceso sulla terra. In verità egli assomma due connotati contro cui dagli anni della I repubblica ci si batte: il parentelismo e l’ “entraturismo” politico. Il mio intervento era comunque volto a sollecitare (con tono che Le appare insolente, ma è invece al medesimo tempo ironico e arrabbiato) una testimonianza del Prof. Pittau, che ebbe una fitta corrispondenza col grande studioso Max Leopod Wagner (che un giorno vorremmo vedere pubblicata). Non amorosa, si tranquillizzi, ma di riflessioni sul sardo. Negli anni Cinquanta ci fu un “concorso” nel quale i due studiosi nostrani M.Teresa Atzori e Antonio Sanna vinsero il titolo per insegnare linguistica sarda nelle due università sarde. Chi selezionò loro, davvero non fece un torto allo studioso Wagner? Diciamo pure di sì: perché i due oggi sono raramente citati, l’Atzori ha spesso scritto delle corbellerie, però costoro portarono il pane a casa, Wagner che una vita, un vocabolario, una grammatica, diede per il sardo e molto poteva ancora dare, se ne dovette andare in Portoglallo e poi negli Usa, dove morì. Insomma così come leggiamo di certi nostri intellettuali che furono fascisti (rimangono ancora vivi Scalfari e Dario Fo) e per questo nutriamo qualche sospetto, vorremmo credere che certe figure che noi linguisti vediamo tutti i giorni e leggiamo, siano ascese solo per meriti conclamati (specchiatamente) e non per essersi legate-pena un ostacolo alla loro carriera- a qualche correntone politico. Beninteso se il Pittau, largo di ricordi giovanili, è così disponibile a rivelarci quale fosse il potere della DC negli anni Cinquanta e successivi…

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