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Se il PD diventa “americano”

untitleddi Michele Marsonet. Quando il vecchio PCI scomparve assumendo prima il nome PDS, poi DS e infine PD, tutti notarono che tra le fila degli ex comunisti faceva molto chiasso un gruppetto di dirigenti letteralmente innamorati degli Stati Uniti. Nulla di male, ovviamente, tranne il fatto che per decenni l’America era stata la bestia nera del più grande partito comunista occidentale, e a quel punto destava sconcerto vedere alcune figure di rilievo che proprio da quel partito provenivano e sposavano in pieno lo stile politico (e di vita) di un Paese per lungo tempo aborrito.

Il campione di questa tendenza era – ed è tuttora – Walter Veltroni, tra l’altro inserito nel listino dei potenziali aspiranti al Quirinale. L’ex segretario nazionale del PD ed ex sindaco di Roma non perde occasione di esternare la sua ammirazione per Hollywood e per tutte le espressioni del cosiddetto “soft power” USA. E tale ammirazione si estende anche al modo statunitense di fare politica.

Non a caso il nome della formazione erede del PCI ricalca esattamente quello del partito che in America incarna la tradizione liberal e progressista. Non paghi di ciò i nostri democratici hanno pure avuto l’idea di scopiazzare il sistema americano delle primarie, trasformandolo però nel solito pateracchio all’italiana.

Ne abbiamo avuto una dimostrazione lampante con le recentissime primarie del PD ligure, dove è successo di tutto. Sergio Cofferati, sceso in campo contro la candidata renziana (e del presidente della Giunta regionale Burlando), ha perso con un notevole scarto di voti. Se n’è andato sbattendo la porta e denunciando brogli, anche se in un primo tempo aveva dichiarato di non voler mettere in discussione il risultato della competizione.

Il problema è che, in alcune aree della regione, hanno votato in gran numero (pare per la candidata renziana) immigrati, soprattutto cinesi e maghrebini. D’altra parte le regole – assai lasche – delle primarie democratiche non lo proibiscono. Tuttavia Cofferati, uomo di sinistra ed ex segretario generale della CGIL, ha parlato con tono piuttosto sprezzante di cinesi e marocchini notando che solo in questa occasione hanno dimostrato interesse per la politica italiana.

Ma come? La sinistra esalta gli immigrati quando offrono l’opportunità di praticare il buonismo e di sottolineare l’universalità dei diritti umani, e li svilisce se vanno a votare? Qualche motivo di scandalo ovviamente c’è: sembra che i suddetti immigrati siano stati avviati ai seggi con la promessa di non ben precisate ricompense. Ma prove di brogli così consistenti da invalidare le elezioni finora non ci sono, e la magistratura sta nel frattempo opportunamente indagando.

Vengo ora al punto principale. Anche negli Stati Uniti, talvolta, le primarie suscitano polemiche e accuse di scarsa trasparenza. Le regole variano da Stato a Stato e non esiste un sistema unico a livello nazionale. Però le regole ci sono, vengono fissate dagli Stati e rispettate; in genere, per votare, occorre essere iscritti nelle liste di un partito (pochissime le eccezioni).

Perché dunque lamentarsi a posteriori per il voto degli immigrati o per “l’inquinamento del centrodestra”, quando si sa che la causa è proprio l’assenza di regole chiare e trasparenti? Il che rende le primarie nostrane una sorta di Far West, per citare ancora una volta l’epopea americana che tanto piace a Veltroni e co?

Non m’interessa in questa sede discutere le possibili conseguenze dell’uscita di Cofferati dal PD. Mi preme invece rilevare che, se “vuo’ fa’ l’americano” come cantava Renato Carosone, devi attrezzarti all’uopo, senza lasciare che la confusione regni.

Sembra che l’entusiasmo per le primarie sia minore nel centrodestra, almeno per ora. Smettiamola però di scimmiottare – per di più in modo improprio – gli americani, cercando invece di offrire ai cittadini elettori un’immagine di maggiore serietà. Ne abbiamo davvero bisogno.

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