PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Un fronte comune per battere il terrorismo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

tfchdi Michele Marsonet. Da parecchio tempo viene sottolineata, da singoli commentatori e anche da personaggi pubblici, l’esigenza di un fronte comune tra nazioni che intendono contrastare la diffusione del terrorismo. Sembra, questa, l’unica opzione in grado di combattere con efficacia un fenomeno in piena espansione, di cui il massacro di Parigi rappresenta soltanto l’ultimo segno.

Scrivo “ultimo segno” perché, come molti hanno con ragione notato, restiamo profondamente impressionati quando a essere colpita è una capitale europea o una metropoli americana. L’impressione è – purtroppo – minore se una bambina di 10 anni è utilizzata come bomba umana per devastare un mercato in Nigeria, o se i passeggeri di un autobus sono massacrati al confine tra Somalia e Kenya soltanto perché non sanno leggere il Corano.

Eppure orrore e pietà dovrebbero essere uguali in ogni caso. Le povere vittime africane del terrorismo meritano le stesse lacrime di quelle europee e statunitensi. Non v’è alcun motivo di considerarle meno degne di rispetto poiché vivevano in aree del mondo considerate “periferiche”.

L’esigenza del fronte comune di cui parlavo poc’anzi, per quanto avvertita, incontra però ostacoli che a volte paiono insormontabili. Lo ha notato, con la consueta lucidità, Sergio Romano in un articolo sul “Corriere della Sera”.

L’ex ambasciatore cita Winston Churchill, il quale affermò che “se Hitler avesse invaso l’inferno, lui non avrebbe mancato di parlare gentilmente del diavolo alla Camera dei Comuni”. Questo per ribadire che quando si deve affrontare un avversario potente e senza scrupoli, non è opportuno fare gli schizzinosi nella ricerca di possibili alleati. Importante è conseguire il risultato, anche se i temporanei compagni di viaggio non ci sono per qualche motivo simpatici.

Non sono diavoli, secondo Romano, il presidente egiziano Al Sisi, quello siriano Assad e il leader iraniano Rouhani. Né, tanto meno, Vladimir Putin. Si dà anzi il caso che alcuni di loro abbiano molta esperienza di lotta contro il terrorismo, e che i primi tre conoscano senza dubbio il mondo islamico meglio degli occidentali, dal momento che essi stessi ne fanno parte.
Considerato il rifiuto USA di impegnare truppe sul terreno e la desolante debolezza che ancora una volta l’Unione Europea manifesta, l’opzione che resta è appoggiare concretamente chi sul terreno è già presente, disposto a combattere anche per non farsi sommergere.

La logica del ragionamento è impeccabile e obbedisce in fondo a meri criteri di buon senso. Spero di sbagliarmi, ma confesso tuttavia di non essere affatto ottimista circa la possibilità che il suddetto buon senso prevalga.

Preziosa risulterebbe, per esempio, la collaborazione strategica della Federazione russa, colpita più volte e in modo grave da attentati simili a quello di Parigi. Assad è stato demonizzato ed è senza ombra di dubbio un dittatore, anche se alla fine ci si è accorti (con l’eccezione di Israele) che le milizie fanatiche che lo combattono sono assai peggiori dei suoi soldati.

L’Iran, com’è noto, è già impegnato concretamente con mezzi e truppe. Gli americani da un lato fingono di non vedere, dall’altro non pongono ostacoli giacché l’intervento è utile e ha conseguito successi (per quanto parziali). Circa Al Sisi, si sta facendo strada la convinzione che il golpe militare egiziano è certamente antidemocratico, ma ha pure impedito guai peggiori.
Le affermazioni di Churchill riportate da Sergio Romano risultano insomma più che mai attuali. Se lui era disposto ad allearsi col diavolo pur di battere Hitler, i Paesi occidentali dovrebbero valutare con maggiore realismo le opzioni oggi disponibili. L’emergenza che si trovano a fronteggiare è così grave da non lasciare spazio a pregiudizi di sorta.

Featured image, la Tour Eiffel viene spenta dopo gli attacchi a Charlie Hebdo

3 Comments on Un fronte comune per battere il terrorismo

  1. Riccardo // 12 January 2015 at 15:34 //

    Mentre Marine Le Pen veniva bandita, forte di un 25% di elettori colpevoli di aver votato Front National, il presidente socialista Francoise Hollande marciava in compagnia del premier turco Ahmet Davutoglu ed al fratello dell’Emiro del Qatar Mohammed bin Hamad bin Khalifa Al Thani – rappresentanti di due paesi sospettati di finanziare e ospitare i peggiori estremisti islamici dai talebani afghani ad Al Nusra, da Al Qaida in Nord Africa allo Stato Islamico. L’ottusità e il cinismo di una presidenza socialista indifferente agli errori politico strategici che hanno trasformato la Francia in un verminaio del terrorismo è nuovamente emersa durante la manifestazione di ieri a Parigi. Per comprendere l’ambiguità del Qatar, Hollande farebbe bene a leggersi il discorso del 14 marzo scorso al “Center for a New American Security” in cui David Cohen, sottosegretario del Tesoro Usa, ha accusato l’Emirato di essere il punto di partenza dei fondi utilizzati per finanziare Hamas, lo Stato Islamico e le altre principali formazioni del terrore islamista. “I destinatari di questi fondi”, spiega Cohen “sono spesso gruppi terroristi tra cui il Fronte di Al Nusra, affiliazione siriana di Al Qaida e lo stato Islamico di Iraq e Siria (Isis)”. Ma per Hollande il vero nemico è solo chi minaccia i suoi voti.

    Siamo tutti Charlie Hebdo , hanno gridato però…

    Però l’asticella della libertà di parola non è fissata una volta per tutte. Oscilla, può salire ma può anche scendere ed essere compressa quando le parole sono un atto d’accusa. E’ capitato in questi giorni drammatici innescando un cortocircuito inquietante fra la tragedia di Parigi e il palazzo di giustizia di Milano. Dove Magdi Cristiano Allam, giornalista e scrittore, è stato bacchettato per il suo j’accuse contro l’Ucoii, l’Unione delle Comunità islamiche italiane. Quale era il contendere? Nel pezzo pubblicato il 4 settembre 2007 Allam racconta la storia di Dounia Ettaib, allora vicepresidente dell’Associazione donne marocchine, aggredita da alcuni connazionali vicino alla moschea di viale Jenner a Milano. Un grave episodio di intimidazione, ancora più grave perché accaduto nelle nostre strade. Allam definisce “tutti noi italiani vittime, inconsapevoli o irresponsabili, pavidi o ideologicamente collusi, che non vogliamo guardare in faccia la realtà, che temiamo al punto di essere sottomessi all’arbitrio o alla violenza di chi sta imponendo uno stato islamico all’interno del nostro traballante stato sovrano”. Parole che in primo grado i giudici avevano ritenuto non censurabili perché frutto delle legittime opinioni di Allam. Ora il giudizio cambia e arriva la condanna. Il tema è difficile e scivoloso, ma certo Allam è uno degli opinionisti più acuti e duri nei confronti dell’Islam.

    Meditiamo.

  2. Spiegazione possibile. gli americani credono poco alle marce oceaniche e più alle azioni concrete. E quanto ad azioni concrete gli europei non brillano. Dipendono dagli USA.

  3. Potrebbe non essere così vecchia se l’Unione Europea acquistasse finalmente coscienza di dover essere un’entità politica, e non solo economico-finanziaria come ora è. Certo, non ha un esercito comune né una struttura di intelligence coordinata. Poi ci si lamenta di essere al rimorchio degli USA. Come potrebbe essere altrimenti? Certo che ci dobbiamo attendere azioni concrete. Lei pensa che si possa lasciare Isis e co liberi di prosperare? Come ho scritto, è già in atto un intervento di attori locali, e gli amricani dovranno prima o poi intervenire in modo più deiso nonostante la riluttanza di Obama. Comunque concordo sulul fatto che l’adunata di Parigi sia stata bella e pure commovente. Ma non illudiamoci che faccia impressione a terroristi di questo tipo.

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