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Esclusivo – La traduzione integrale della toccante lettera testamento di Reyhaneh Jabbari alla madre. Il J’accuse alla Corte Suprema iraniana.

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La ragione è l’illusione dello spirito di essere arrivato. (Rina Brundu)

Rina Brundu

reyhaneh

Nota introduttiva: questa lettera (circolata dai pacifisti iraniani) è stata scritta nell’aprile 2014 da Reyhaneh Jabbari, la giovane donna iraniana impiccata pochi giorni fa per avere ucciso il suo assalitore durante un tentativo di stupro. La lettera è indirizzata all’amatissima madre, Sholeh Pakravan. Tradurre una simile testimonianza non è facile, ma dal contenuto della stessa se ne può comprendere il mood e l’intento. Ed è dunque a questo mood, anche epico a momenti, ma soprattutto al suo intento che ho voluto pensare mentre la rendevo in italiano da una traduzione inglese anch'essa approssimativa, il resto infatti è solo semantica...

Rina Brundu, in Dublino, 27/10/2014

P.S. Dopo avere pubblicato il post, ho visto che altri siti hanno tradotto la lettera. Tuttavia, a mio avviso, la dizione ESCLUSIVO deve restare. Perché questa è una mia traduzione e le mie traduzioni in dato modo raccontano la mia anima, non sono un atto mediatico dovuto. In dato modo raccontano anche come vorrei che Reyhaneh Jabbari fosse ricordata. Con la sua passione che ritengo, per tanti versi, somigli alla mia. A me manca forse il suo coraggio da gigante. Almeno, credo.

Cara Sholeh,
oggi sono venuta a  sapere che è venuto per me il momento di affrontare la Qisas (ndt una sorta di legge del taglione vigente nel sistema legale iraniano). Mi fa male scoprire che non sei stata tu ad informarmi che è stata già scritta l’ultima pagina del libro della mia vita.  Non credi che avrei dovuto saperlo? Sai bene quanta vergogna provi nel saperti intristita. Perché non mi hai lasciato cogliere l’occasione per baciare la tua mano e quella di papà?
 
Il mondo mi ha voluto per 19 anni. Quella terribile notte sono io che sarei dovuta morire. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche vicolo dimenticato della città, e dopo alcuni giorni la polizia ti avrebbe condotto nell’ufficio del coroner per identificarlo, là ti avrebbero anche informato che ero stata violentata. L’assassino non sarebbe mai stato scoperto dato che noi non siamo né ricchi né potenti come loro. In questo modo tu avresti continuato a vivere soffrendo e svergognata, alcuni anni dopo saresti morta consumata da tanto soffrire e sarebbe finita lì.
 
Invece, con quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato scaricato in nessun luogo, se non nella tomba della prigione Evin e dei suoi corridoi solitari, e ora nella prigione tomba di Shahr-e Ray. Ma tu devi accettare il fato e non devi lamentarti. Sai bene che la morte non é la fine della vita.
 
Mi hai insegnato che si viene in questo mondo per fare esperienza e imparare lezioni e che ogni rinascita porta seco una nuova responsabilità sulle nostre spalle. Io ho imparato che a volte occorre lottare. Ricordo bene quando mi raccontasti che l’autista protestò con l’uomo che mi stava frustando, ma il fustigatore lo colpì in testa e sul viso portandolo alla morte. Tu però mi hai fatto notare che per creare valore occorre perseverare comunque, anche se uno di noi muore.
 
Ci hai insegnato che nell’andare a scuola ci dovevamo comportare da signore anche in mezzo alle baruffe e alle lamentele. Ti ricordi quanto ci tenevi a che ci comportassimo bene? Ebbene, il tuo insegnamento non era giusto. Quando è accaduto quell’incidente, i tuoi consigli non mi hanno aiutato. Anche il solo presentarmi in un tribunale mi ha fatto apparire come un’assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho pianto. Non ho chiesto perdono. Non ho pianto e ho rimesso tutta la mia fiducia nella legge.
 
Mi hanno così accusata di essere insensibile davanti ad un crimine. Io, io che non uccidevo neppure le mosche, io che scacciavo gli scarafaggi prendendoli per le antenne. Ora sono diventata un pericoloso assassino e il modo di avvicinarmi a quegli insetti è stato interpretato come chiaro segno di una latente personalità maschile tenuta ben nascosta. Il giudice non si è neppure preso la briga di notare che al tempo del fatto avevo unghie lunghe e ben curate.
 
Che tempra ottimista colui che si aspettava giustizia da quei giudici! Non si sono mai posti il problema che le mie mani non sono piene di calli come le mani delle sportive, delle donne che si dedicano alla boxe. E questo Paese – l’amore verso il quale tu hai instillato in me – non mi ha mai voluto, non mi ha mai difeso quando, sotto le accuse degli aguzzini, piangevo e ascoltavo le parole più scurrili. In compenso, quando ho infine rasato l’ultimo segno di bellezza da me, tagliandomi i capelli, sono stata premiata: 11 giorni di isolamento.
 
Cara Sholeh, non piangere per ciò che ti vado raccontando. Il primo giorno in cui nella stazione di polizia un vecchio agente scapolo mi ha offeso a causa delle mie unghie, ho capito che la bellezza non è cosa per questo tempo. La bellezza degli sguardi, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e di visione, finanche la bellezza di una bella voce.
 
Cara madre mia,  il mio modo di pensare è cambiato ma tu non ne sei responsabile. Le mie parole somigliano ad un fiume in piena e così le ho date tutte a qualcuno che, dopo che sarò giustiziata in tua assenza e senza che tu lo sappia, te le consegnerà. Ti ho lasciato tante lettere in eredità.
 
Tuttavia, prima di morire voglio qualcosa da te; voglio che tu stia con me e con le mie ragioni con tutta la tua forza e in ogni maniera possibile. In verità questo è tutto ciò che voglio da questo mondo, da questo Paese, da te. So che necessiti di tempo per farlo.
 
Di conseguenza, ti farò conoscere parte del mio testamento molto presto. Non piangere e ascolta. Voglio che ti rechi al Tribunale e metta i giudici al corrente della mia richiesta. Non posso infatti scrivere una simile lettera dalla prigione e ottenere la firma del direttore; ne deriva che una volta ancora tu dovrai soffrire per me. È l’unica cosa che sebbene tu implori non mi preoccuperebbe anche se ti ho pregato più volte di non chiedere che io venga salvata dall’esecuzione.
 
Mia dolcissima madre, cara Sholeh, l’unica che mi è più cara della mia stessa vita, non voglio marcire nella terra, non voglio che i miei occhi e il mio cuore diventino polvere. Implora che venga fatto in modo che subito dopo la mia impiccagione il mio cuore, i reni, gli occhi e qualsiasi parte del mio corpo che possa essere trapiantata sia presa e data in dono a qualcuno che ne ha bisogno. Non voglio che chi li riceve sappia di me, mi compri fiori o anche che preghi per me.
 
Ti sto dicendo dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu possa venire a piangere e a soffrire. Non voglio che ti metta a lutto per me. Fai del tuo meglio per dimenticare questi miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via.
 
Il mondo non ci ha amate. Non voleva il mio fato. E allora mi arrendo e abbraccio la morte. Alla corte di Dio accuserò gli ispettori, accuserò l’ispettore Shamlou, accuserò il giudice e accuserò i giudici della Suprema Corte che mi hanno percosso quando ero sveglia e non hanno smesso di torturarmi.
 
All corte del Creatore accuserò il dottor Farvandi, accuserò Qassem Shabani e tutti gli ignoranti che con le loro bugie mi hanno infamato e hanno calpestato i miei diritti e se ne sono fregati del fatto che a volte ciò che appare vero è lungi dall’esserlo.
 
Cara dolcissima Sholeh, nell’altro mondo saremo noi gli accusatori e altri gli accusati. Attendiamo di vedere ciò che Dio vuole. Io volevo semplicemente abbracciarti fino all’ultimo giorno della mia vita. Ti amo.
 
 

Esclusivo – Il saggio di Reyhaneh Jabbari scritto a sua stessa difesa. La vera storia, l’accorata supplica, la poesia. Parte1/10

 
 

Di seguito, la lettera in versione inglese:

Dear Sholeh, today I learned that it is now my turn to face Qisas [the law of retribution in the Iranian legal system]. I am hurt as to why you did not let me know yourself that I have reached the last page of the book of my life. Don’t you think that I should know? You know how ashamed I am that you are sad. Why did you not take the chance for me to kiss your hand and that of dad?

The world allowed me to live for 19 years. That ominous night it was I that should have been killed. My body would have been thrown in some corner of the city, and after a few days, the police would have taken you to the coroner’s office to identify my body and there you would also learn that I had been raped as well. The murderer would have never been found since we don’t have their wealth and their power. Then you would have continued your life suffering and ashamed, and a few years later you would have died of this suffering and that would have been that.

However, with that cursed blow the story changed. My body was not thrown aside, but into the grave of Evin Prison and its solitary wards, and now the grave-like prison of Shahr-e Ray. But give in to the fate and don’t complain. You know better that death is not the end of life.

You taught me that one comes to this world to gain an experience and learn a lesson and with each birth a responsibility is put on one’s shoulder. I learned that sometimes one has to fight. I do remember when you told me that the carriage man protested the man who was flogging me, but the flogger hit the lash on his head and face that ultimately led to his death. You told me that for creating a value one should persevere even if one dies.

You taught us that as we go to school one should be a lady in face of the quarrels and complaints. Do you remember how much you underlined the way we behave? Your experience was incorrect. When this incident happened, my teachings did not help me. Being presented in court made me appear as a cold-blooded murderer and a ruthless criminal. I shed no tears. I did not beg. I did not cry my head off since I trusted the law.

But I was charged with being indifferent in face of a crime. You see, I didn’t even kill the mosquitoes and I threw away the cockroaches by taking them by their antennas. Now I have become a premeditated murderer. My treatment of the animals was interpreted as being inclined to be a boy and the judge didn’t even trouble himself to look at the fact that at the time of the incident I had long and polished nails.

How optimistic was he who expected justice from the judges! He never questioned the fact that my hands are not coarse like those of a sportswoman, especially a boxer. And this country that you planted its love in me never wanted me and no one supported me when under the blows of the interrogator I was crying out and I was hearing the most vulgar terms. When I shed the last sign of beauty from myself by shaving my hair I was rewarded: 11 days in solitary.

Dear Sholeh, don’t cry for what you are hearing. On the first day that in the police office an old unmarried agent hurt me for my nails I understood that beauty is not looked for in this era. The beauty of looks, beauty of thoughts and wishes, a beautiful handwriting, beauty of the eyes and vision, and even beauty of a nice voice.

My dear mother, my ideology has changed and you are not responsible for it. My words are unending and I gave it all to someone so that when I am executed without your presence and knowledge, it would be given to you. I left you much handwritten material as my heritage.

However, before my death I want something from you, that you have to provide for me with all your might and in any way that you can. In fact this is the only thing I want from this world, this country and you. I know you need time for this.

Therefore, I am telling you part of my will sooner. Please don’t cry and listen. I want you to go to the court and tell them my request. I cannot write such a letter from inside the prison that would be approved by the head of prison; so once again you have to suffer because of me. It is the only thing that if even you beg for it I would not become upset although I have told you many times not to beg to save me from being executed.

My kind mother, dear Sholeh, the one more dear to me than my life, I don’t want to rot under the soil. I don’t want my eye or my young heart to turn into dust. Beg so that it is arranged that as soon as I am hanged my heart, kidney, eye, bones and anything that can be transplanted be taken away from my body and given to someone who needs them as a gift. I don’t want the recipient know my name, buy me a bouquet, or even pray for me.

I am telling you from the bottom of my heart that I don’t want to have a grave for you to come and mourn there and suffer. I don’t want you to wear black clothing for me. Do your best to forget my difficult days. Give me to the wind to take away.

The world did not love us. It did not want my fate. And now I am giving in to it and embrace the death. Because in the court of God I will charge the inspectors, I will charge inspector Shamlou, I will charge judge, and the judges of country’s Supreme Court that beat me up when I was awake and did not refrain from harassing me.

In the court of the creator I will charge Dr. Farvandi, I will charge Qassem Shabani and all those that out of ignorance or with their lies wronged me and trampled on my rights and didn’t pay heed to the fact that sometimes what appears as reality is different from it.

Dear soft-hearted Sholeh, in the other world it is you and me who are the accusers and others who are the accused. Let’s see what God wants. I wanted to embrace you until I die. I love you.

Featured image, Reyhaneh Jabbari.

Lo disse… Nietzsche

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. -- (---) -- Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Lo disse… OSHO

Non voglio seguaci, persone ubbidienti. Voglio amici intelligenti, compagni di viaggio.

Lo disse… NEWTON

Platone è il mio amico, Aristotele è il mio amico, ma il mio migliore amico è la verità.

Attività editoriali per scrittori e autori

1 Comment on Esclusivo – La traduzione integrale della toccante lettera testamento di Reyhaneh Jabbari alla madre. Il J’accuse alla Corte Suprema iraniana.

  1. Pongo Zac // 3 July 2015 at 13:22 // Reply

    Sono senza parole.e senza fiato per i sentimenti che ha saputo manifestare a sua madre.

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1 Trackback / Pingback

  1. “Lascia che il vento mi porti via”: la toccante lettera di Reyhaneh alla madre, prima di morire per la verità | Universo Mamma

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