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Dall’ISIS al caso Foley, sullo smarrimento dell’Occidente…

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

640px-BritsLookingOnBaghdad1941di Michele Marsonet. Seguendo i commenti che i media sfornano a pieno ritmo dopo l’avanzata dell’ISIS in Iraq e Siria e la barbara decapitazione del reporter americano James Foley, si ricava una sconfortante impressione di debolezza e divisione. Nel nostro Paese, in particolare, appaiono crepe profonde che lasciano intendere come molti, tutto sommato, provino per i miliziani jihadisti una comprensione che sconfina addirittura nella simpatia. Questo mentre, nello stesso mondo islamico, si levano di quando in quando voci dissidenti che ammoniscono a non sottovalutare il pericolo immane del fondamentalismo. Qui di seguito due esempi.

In un articolo uscito su “Il Fatto Quotidiano” e intitolato “In questa guerra degli orrori io scelgo quelli dell’Isis”, il giornalista e scrittore Massimo Fini fornisce una sorprendente ricostruzione della nascita del terrorismo islamico. A suo avviso esso è un prodotto dell’Occidente. Quando hai di fronte un nemico invisibile che ti bombarda con robot teleguidati e con caccia – questa la tesi di Fini – quali opzioni restano se non il terrorismo? Cose del resto già dette dal deputato grillino Di Battista.

Prendiamo quale caso paradigmatico l’Afghanistan. Fini ci fa notare che gli afghani storicamente non sono terroristi bensì guerriglieri, e racconta che nel 2006 si svolse una riunione tra i capi talebani e il mullah Omar. I comandanti gli fecero sapere di non poterne più dei bombardamenti che li stavano mettendo sempre più in difficoltà, chiedendo pertanto il permesso di utilizzare il terrorismo. Il suddetto mullah – il quale, com’è noto, è un pacifista gandhiano – si dimostrò assai riluttante: la proposta non gli piaceva affatto. Tuttavia “alla fine dovette cedere di fronte all’evidenza, e nacque così il terrorismo interno afghano”.

Vien da sorridere leggendo questa ricostruzione, ma il giornalista è invece serissimo. Meglio il guerrigliero terrorista che rischia personalmente la pelle del pilota che telecomanda il drone da grande distanza e, dopo aver finito la sua strage, se ne torna a casa dove la moglie (americana) gli ha preparato una bella cenetta. Inoltre non bisognava secondo Fini attaccare le Corti islamiche in Somalia perché avevano riportato l’ordine in quel tormentato Paese. In conclusione, se il terrorismo islamico è nato è colpa nostra e solo nostra: “anche un musulmano moderato a forza di sentirsi incalzato dall’Occidente diventa un estremista”.

Di tutt’altro tenore l’articolo “L’ISIS è dentro di noi” scritto da Elham Manea, una docente svizzero-yemenita che insegna nella Facoltà di Scienze politiche all’Università di Zurigo. L’ISIS – sostiene l’autrice – non è nato per caso. Pur condannato da molti musulmani, è in realtà il prodotto di “un discorso religioso islamico che ha dominato la nostra sfera pubblica negli ultimi decenni, un discorso che potremmo definire mainstream. Non è un prodotto dell’Occidente infedele o dell’Oriente che fu. Ha studiato nelle nostre scuole, pregato nelle nostre moschee, utilizzato i nostri media”.

Dunque la sua copertura ideologica è ben radicata nel tempo, e va addebitata a figure religiose che vanno ogni giorno in TV predicando l’odio contro gli infedeli, negando che i cittadini possano liberamente scegliere una religione qualsiasi (o anche nessuna), e sostenendo che le donne non hanno diritti pari a quelli degli uomini. Ne consegue che, senza il riconoscimento delle proprie responsabilità, il mondo islamico è destinato ad andare avanti così, con i predicatori che continueranno a spargere il messaggio d’intolleranza verso tutti gli “altri”.
Si dirà che Elham Manea può esprimersi in quel modo perché vive e insegna in Svizzera, ma non è del tutto vero. In realtà il suo scritto è basato su un precedente articolo di Saad bin Tafla al Ajami, ex ministro dell’informazione del Kuwait, nel quale venivano ribaditi gli stessi concetti. E recentemente l’attivista palestinese dei diritti umani Bassem Eid ha pubblicato un pezzo intitolato “Noi palestinesi dobbiamo sbarazzarci di Hamas”, in cui afferma che il lancio di razzi su Israele non era gradito da gran parte dei civili di Gaza giacché i risultati per la popolazione si potevano prevedere con certezza.

Voci ancora piuttosto isolate, certo. Esse tuttavia dimostrano come nel mondo islamico esista la consapevolezza che il terrorismo e la predicazione dell’odio verso gli “infedeli” non portano da nessuna parte. Si noti la differenza rispetto alle affermazioni di Massimo Fini e dei tanti che in Occidente la pensano come lui.

Featured image, British troops in Baghdad, June 1941.

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1 Comment on Dall’ISIS al caso Foley, sullo smarrimento dell’Occidente…

  1. melodia792 // 23 August 2014 at 20:33 //

    Alcuni, come Massimo Fini e Di Battista, per manovre di piccolo cabotaggio della politica interna italiana, cercano di allontanarsi dal coro quasi unanime contro il terrorismo sanguinario dell’ISIS. Dimenticano i due anzidetti costoro che il Califfato islamico non solo ammazza cristiani, yadizi, circassi, azeri che vivevano là dai tempi di Abramo, ma massacrano anche gli sciiti, che sono mussulmani, ma non si riconoscono nella maggioranza mussulmana, (circa l’80%) e gli alawiti, che vivono in Siria e di cui l’esponente maggiore è il presidente Assad.
    Qui entra in gioco la miopia dell’Occidente, degli USA in primo luogo, e dell’Europa. Essi hanno usato di tutto, armando gli YJhadisti in Siria contro il governo legittimo. Armarono prima negli anni 70 i talebani, ora loro nemici acerrimi, contro l’invasione sovietica. Armarono la Turchia per reprimere i Curdi, adesso armano i Curdi contro l’ISIS. Distribuendo armi a destra e a sinistra per dividere il mondo arabo e cosí dominare le rotte petrolifere, adesso si trovano davanti a una bomba come il califfato. Una bomba che non sanno come poter disinnescare per la loro miopia politica e geostrategica. Possiamo dire una sola cosa; califfato, Yihad, Al Qaeda, sono soltanto dei pretesti dell’Occidente per aggredire le popolazioni arabe e i loro governi che non si sottomettono ai voleri degli USA. Guarda caso, l’Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar, Bahrein sono alleati dell’Occidente e degli USA, i quali mantegono basi di marines in quei paesi. Quei paesi finanziano le moschee più radicali sunnite in Europa e negli USA; il Qatar ha inviato un ponte aereo durante l’intervento francese nel Mali per salvare gli Yjhadisti. Ma nessuno ha protestato. Sono paesi feudali, guidati da un gruppo di famiglie che sottomettono intere popolazioni. Mi domando che differenza c’è tra questi paesi e la Siria di Assad. Nessuna o quadi. Prima del terrorismo in Siria, i cristiani, gli ebrei, e le altre minoranze erano protette dallo stato, adesso con il terrorismo yhjhadista rischiano di scomparire. Infine non c’è nessuno sciita e alawita nel mondo accusato di terrorismo, sono tutti sunniti. ma l’Occidente ha tentato invano di abbattere gli ayatollah in Iran.
    Quando finirà la cecità degli USA e dell’Europa. Invece si trovano nelle condizioni di cui parla il profeta Isaia: “Dicono che vedono ma sono ciechi, che odono ma sono sordi”.

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