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Sull’iperattivismo della NATO

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

800px-Truman_signing_North_Atlantic_Treatydi Michele Marsonet. Può sembrare contraddittorio considerati gli esiti fallimentari dei suoi ultimi interventi, ma è un dato di fatto che la NATO sta diventando sempre più attiva. L’Alleanza Atlantica, sorta in un’epoca piuttosto lontana nel tempo e assai diversa grazie alla presenza di due blocchi ideologicamente contrapposti, è diventata un'entità proteiforme. Interviene in aree del mondo per nulla contemplate nei suoi atti fondativi e, soprattutto, le sue azioni appaiono svincolate in misura crescente non solo dalla volontà di gran parte dei cittadini delle nazioni che ne fanno parte, ma addirittura da quella di parecchi Governi.

Com’è possibile che ciò accada? E’ un quesito interessante e che, al contempo, non si presta a facili risposte. Da notare, in primo luogo, una stranezza. Questo iperattivismo si sviluppa proprio quando l’attuale inquilino della Casa Bianca è forse il Presidente USA più prudente in politica estera e più restio a interventi militari su larga scala che abbiamo avuto negli ultimi decenni. Il suo “non gradimento” della guerra in Afghanistan è ormai ben noto. Obama ha inoltre fatto capire in modo piuttosto sibillino (è pur sempre il Presidente degli Stati Uniti) che, se fosse stato al posto di Bush, non avrebbe attaccato l’Irak di Saddam Hussein o, quanto meno, non l’avrebbe fatto in quel modo.

Eppure, leggendo alcune recenti dichiarazioni del suo Segretario di Stato, si ricavano impressioni diverse. Nell’ultimo vertice dei ministri degli Esteri della NATO tenutosi a Bruxelles, John Kerry ha ovviamente manifestato preoccupazione per l’attuale situazione in Iraq. Ammesso e non concesso che si possa ancora parlare di un Iraq inteso come entità nazionale. Gli USA, a suo avviso, stanno aiutando gli irakeni – ma quali? – a combattere l’Isis, “che costituisce un pericolo anche per tutti i Paesi della regione, per l’Europa e gli Stati Uniti. Per avere successo gli irakeni devono trovare il coraggio di unirsi formando un governo inclusivo”.

Parole al vento, vien fatto di pensare. La situazione in loco è tale che ogni ipotesi di formare una sorta di governo di unità nazionale rappresenta una pia illusione. E ci si può chiedere se Kerry creda sul serio a cò che afferma. Quale, dunque, la soluzione secondo il capo della diplomazia USA? Si è subito recato in Arabia Saudita per discutere le questioni della sicurezza regionale, e non ha trovato di meglio che concordare con i sautiti ingenti aiuti a delle fantomatiche “componenti democratiche” della ribellione anti-Assad. Scordando – ma è possibile? – che l’ascesa dell’Isis è stata facilitata dagli stessi sauditi e dal Qatar.
E non basta. L’appello a un maggiore coinvolgimento della NATO sarebbe giustificato dal fatto che i reduci da Siria e Irak di nazionalità europea possono tornare nei Paesi d’origine mettendo in atto attentati. Verissimo: basti rammentare la strage al Museo ebraico di Bruxelles. Resta però da capire per quale motivo e in che senso il supporto ai ribelli “democratici” siriani possa aiutare a risolvere il problema.

Altrettanto oscura la posizione sull’Ucraina. In questo caso Kerry e il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, il danese Anders Fogh Rasmussen, hanno approvato congiuntamente un pacchetto di misure aggiuntive per aumentare la capacità di autodifesa del governo di Poroshenko. Di qui la necessità di una “NATO forte, che richiederà una maggiore spesa militare da parte di tutti”. In questo senso l’Italia non è in regola perché spende meno del 2% del Pil per la difesa. Ma quale “difesa”, si può chiedere? Dovremmo spendere per appoggiare Poroshenko, ignorando gli avvertimenti alla prudenza di personalità come Henry Kissinger? O come il nostro Sergio Romano, il quale non si stanca di ripetere che l’unica soluzione possibile è un’Ucraina neutrale e federata?

Ultima ciliegina sulla torta. L’ex ministro Ignazio La Russa ha finalmente ammesso che, dall’intervento armato della NATO in Libia, l’Italia non ha guadagnato alcunché. Al contrario, ha perso parecchio con l’eliminazione di Gheddafi. Ma il punto principale è un altro. La Russa dice infatti che la Francia di Sarkozy “accese la miccia e ci spinse all’azione”. Il risultato fu che i bombardamenti iniziarono senza neppure attendere il via libera dagli organismi internazionali. Qui abbiamo addirittura un Paese membro che parte per conto proprio e trascina con sé tutta l’Alleanza Atlantica. Tralascio le ricorrenti notizie sui presunti finanziamenti di Gheddafi alle campagne elettorali dell’ex Presidente francese, che secondo alcuni sarebbero il vero motivo dell’eliminazione fisica del dittatore libico.

A questo punto occorre tuttavia pretendere con forza dei chiarimenti circa l’attuale natura della NATO la quale, come ho scritto in altre occasioni, ha ormai perduto la “ragione sociale” che condusse alla sua creazione. Era un’alleanza anti-sovietica e limitata a precisi teatri d’azione. Ora la troviamo ovunque, in aree che nulla c’entrano con i suoi protocolli fondativi. E’ davvero così assurdo chiedere perché ciò stia avvenendo e, soprattutto, cosa ci guadagna l’Italia?

Featured image, The North Atlantic Treaty was signed in Washington, D.C., on 4 April 1949 and was ratified by the United States that August.

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