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Sui problemi del realismo scientifico

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

436px-Johannes_Kepler_1610di Michele Marsonet. Secondo una visione diffusa fino a qualche decennio fa, il progresso scientifico ci consente di ottenere una conoscenza sempre più adeguata del mondo circostante. Sorgono tuttavia dei problemi quando ci accingiamo a dare una definizione della nozione di “incremento della conoscenza”. Gli empiristi, per esempio, identificano il progresso scientifico con la crescita della “adeguatezza empirica” delle teorie. I pragmatisti, invece, lo collegano alla nostra crescente capacità di risolvere i problemi posti dagli stessi fenomeni empirici. In genere, coloro che si proclamano realisti sostengono una nozione più forte di progresso scientifico, secondo la quale l’avanzamento della conoscenza conduce a un progressivo avvicinamento alla verità. La loro opinione non si basa sulla valutazione dell’adeguatezza empirica delle teorie o della nostra capacità di risolvere problemi; quando lo scienziato scopre i processi causali che spiegano i fenomeni osservabili, egli finisce col postulare entità non-osservabili che sottendono tali processi giungendo quindi a un svelamento - per quanto parziale - della verità intorno al mondo.

Un realismo scientifico inteso in questo modo presta il fianco a numerose critiche. In genere i suoi sostenitori concordano sulla tesi secondo cui lo scopo della scienza è la scoperta della verità intorno al mondo che ci circonda. Non si tratta tuttavia – o non si tratta soltanto – di una verità intesa alla maniera di Charles S. Peirce, vale a dire del risultato (ideale) raggiunto da una scienza giunta al termine della propria ricerca; ciò che interessa ai realisti scientifici è anche la verità (o le verità) conseguibili nelle singole discipline. Ne consegue tra l’altro che la nozione di “verità” e quella di “spiegazione” sono intimamente correlate; in questo senso ciò che realmente interessa è la spiegazione vera. Lo scopo precipuo della scienza consisterebbe pertanto nel fornire spiegazioni vere dei fatti che accadono nel mondo.

Partendo da queste premesse si può fare un passo ulteriore. Ogni teoria scientifica può essere corretta o meno, giacché un realista  non si sognerebbe mai di contestare la possibile inadeguatezza di tutte le teorie. Ma ciò che importa è un altro fatto: la verità o falsità di qualsiasi teoria è determinata dal modo in cui il mondo è, e questo nulla ha a che vedere con i processi mentali e cognitivi o con le nostre credenze. Contrariamente a quanto sostengono gli anti-realisti vecchi e nuovi, non è ciò che facciamo, pensiamo o diciamo a rendere corrette o scorrette le teorie; è invece la realtà stessa a stabilire se le nostre credenze circa il mondo sono vere o false. Quando affermiamo che i quark hanno certe caratteristiche, la verità (o falsità) di tale enunciato è stabilita dalla natura stessa dei quark, e non dall’opinione che noi ne abbiamo.

La posizione appena delineata implica una precisa visione del progresso della scienza. Il realismo scientifico attribuisce grande importanza sia alle entità inosservabili postulate dalle teorie, sia al fatto – oggi contestato – che è la realtà indipendente dalla mente, e composta in gran parte da tali entità inosservabili, a determinare la correttezza o meno delle teorie. Di conseguenza la crescita della conoscenza dipende in buona sostanza dai progressi che facciamo nella conoscenza delle suddette entità inosservabili. Ed è proprio questo elemento a spiegare l’importanza della nozione di “progresso scientifico” per i realisti. Essi non possono accettare l’idea che l’incremento della conoscenza si riduca all’adeguatezza empirica o alla capacità di risolvere problemi; a loro avviso è piuttosto l’avanzamento della conoscenza prodotto dalle scoperte non riconducibili al piano della mera osservazione a determinare il progresso scientifico. Se qualcuno chiede “dove” tale progresso si verifichi, la risposta non può che essere una: nella scienza moderna e contemporanea.

Il realismo scientifico classico ha una visione cumulativa del progresso, nel senso che la scienza ci fornisce sempre più verità circa il mondo. Le teorie del passato contengono elementi di verità, e quelle successive ne contengono di più; quelle future, a loro volta, ne conterranno una quantità ancora maggiore. Agendo in questo modo, la scienza progredisce aggiungendo sempre più verità a quelle che già possiede. Percorrendo tale sentiero è pressoché inevitabile concludere che le nostre attuali teorie incorporano una buona parte di verità circa il mondo: ciò che la scienza dei nostri giorni ci dice, in altri termini, corrisponderebbe – almeno in larga misura – a come è il mondo. E, pur avendo una concezione fallibilista della scienza, molti autori hanno affermato che le nostre attuali teorie ci forniscono una visione “abbastanza” adeguata della struttura della realtà.

L’obiezione principale basa sul fatto che le teorie scientifiche del passato si sono poi rivelate inadeguate o addirittura false, e sono state rifiutate. Come affermò l’epistemologo americano Quine, Keplero ha preso il posto di Tolomeo, Einstein quello di Newton e Darwin quello di Aristotele, e la storia della scienza registra non solo successi, ma anche fallimenti. Dunque, se la storia della scienza è una successione di teorie che in un primo tempo si sono ritenute vere e poi sono state rifiutate, quali ragioni vi sono per credere alla verità delle nostre teorie attuali? La forza di questa obiezione si può sfruttare affermando che la scienza può solo impegnarsi “plausibilmente” nei confronti dell’esistenza delle sue entità teoriche. In atri termini, l’obiettivo delle teorie scientifiche è scoprire ciò che veramente esiste, ma esse riescono a raggiungerlo soltanto in modo assai imperfetto. Di conseguenza, ciò che possiamo ottenere è, al massimo, una “consonanza imperfetta” tra le nostre idee scientifiche e la realtà in quanto tale.

Date tali premesse, occorre rimpiazzare la celebre teoria convergentista “a lungo termine” del progresso scientifico elaborata da Peirce con una posizione più modesta, legata al crescente successo riscontrabile nelle applicazioni scientifiche (particolarmente in materia di predizione e controllo). Si ritorna quindi a una visione pragmatista. Per quanto riguarda il controllo pratico-operativo delle teorie siamo in grado di raggiungere progressi significativi, ma la “perfezione” (intesa come il conseguimento di una teoria “completa”) è, in linea di principio, irraggiungibile. Risulta dunque netta l’opposizione a tutti i progetti volti alla ricerca di una teoria scientifica finale.

In altre parole, mentre è corretto sostenere la fallibilità e la continua correggibilità della scienza, in base a tali premesse non siamo autorizzati a concludere che in ambito scientifico non si devono pronunciare enunciati descrittivi circa il “mondo reale”. Essi sono invece legittimi, ma lo spirito di queste affermazioni deve sempre essere provvisorio e ipotetico. Possiamo dire soltanto che “se” la scienza dei nostri giorni è corretta, le sue entità teoriche esistono e possiedono le caratteristiche che a loro attribuiamo. Nessuna scienza sarebbe possibile in assenza di tale atteggiamento realistico di base, giacché il suo scopo precipuo è fornire una visione della realtà fondata dal punto di vista ontologico. Nel comprendere questo fatto si deve riconoscere, da un lato, il ruolo descrittivo ed esplicativo che la scienza si propone di svolgere mentre, dall’altro, si deve pure sottolineare che essa è destinata a essere imperfetta e fallibile nell’adempimento di tale ruolo.

Ecco perché non possiamo affermare che una particolare teoria scientifica – per esempio, la teoria della relatività di Einstein – ci fornisce la vera immagine della realtà: sappiamo fin troppo bene dalla storia della scienza che, in un futuro attualmente non prevedibile, essa sarà rimpiazzata da una teoria “migliore”. Ma dev’essere pure notato che tale teoria del futuro sarà migliore soltanto per i nostri successori, e non in senso assoluto; niente ci porta a escludere che essa verrà prima o poi sostituita. Non abbiamo alcuna ragione di credere che la scienza sia assolutamente corretta, ragion per cui, come noi oggi pensiamo che i nostri predecessori avevano una visione della realtà fondamentalmente inadeguata, così coloro che ci seguiranno penseranno esattamente la stessa cosa a proposito della nostra.

Questa concezione del realismo scientifico è pertanto strettamente connessa alla distinzione tra una realtà-in-quanto-tale e una realtà-come-noi-la-vediamo. Non abbiamo alcun motivo di credere che la nostra scienza attuale descriva il mondo come realmente è, ed è proprio questo fatto a non consentirci di adottare un realismo scientifico assoluto e incondizionato. Che dire della scienza futura? Potremmo in effetti essere tentati di affermare che, visto che quella dei nostri giorni è imperfetta e incompleta, forse la scienza futura sarà in grado di realizzare il progetto della perfezione. Anche in tal caso, tuttavia, sorgono molti problemi. In primo luogo occorre chiedersi: di quale futuro stiamo parlando? A ben guardare, non vi sono buone ragioni per presumere che la scienza di domani sarà molto diversa dalla nostra per quanto riguarda la capacità di fornire l’immagine “corretta” della realtà. E ciò si deve al fatto che le teorie scientifiche hanno sempre una validità limitata.

E’ così per ogni prodotto umano, e la scienza lo è sicuramente. Mentre possiamo senz’altro sostenere che i suoi fini sono stabili, si dovrebbe pure riconoscere che le sue domande e le sue risposte non lo sono. La scienza non è un sistema statico ma un processo dinamico, e ciò conduce a giudicare problematici i tentativi volti a piazzare sulle spalle della scienza futura il fardello della perfezione.

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1 Comment on Sui problemi del realismo scientifico

  1. Provo a scrivere alcune parole e cerco di capire dove il pensiero mi conduce. La realtà procede dinamicamente e la scienza, in via sperimentale, cerca di dominarla anche ricreandola. Esiste una verità celata che la scienza tenta di scoprire, ma non scopre, perché il processo del reale devia dal percorso quando si manifestano eventi possibili non determinati da cause ed effetti noti o in combinazioni statisticamente non rilevate. Se, dell’uomo esistesse solo la sua mente osservatrice e non fosse lui stesso causa di modificazione nella natura, sarebbe semplice predire un futuro senza l’uomo; invece, il non sapere quali processi naturali saranno modificati dall’uomo produce la maggiore incertezza del nostro futuro. A mio parere, l’alternarsi degli eventi e la loro volatilità nella storia, possono dare qualche risposta, quando si osservi che, nell’alternarsi di periodi d’inviluppo con quelli di sviluppo, lenti ed irreversibili miglioramenti delle condizioni massificate di vita la renderanno sempre meno dipendente dall’ambiente. L’intelletto condurrà la nostra specie a disporre di una potenza sufficiente per realizzare un’economia senza lavoro, ove tutti saranno occupati senza la necessità di vestire un corpo costoso in termini fisici, da mantenere. A parte il deperimento della carne, l’intelletto di ogni persona avrà vita eterna. Potremo ancora raccontarci bugie? Addio libertà? Saremo alieni? Chi ci controllerà?
    I termini etici della nostra esistenza s’impongono con sempre maggiore veemenza, rispetto a quelli scientifici.

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