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Su Quine e i dogmi dell’empirismo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

589px-Wvq-passport-1975-400dpi-cropdi Michele Marsonet. Un critico del neopositivismo che ha fortemente influenzato l’epistemologia contemporanea è Willard Van Orman Quine, filosofo non più coetaneo, ma discepolo dei membri del Circolo di Vienna (e in particolare di Carnap). In un celebre saggio egli accusò l’empirismo contemporaneo di mantenere “due dogmi”: l’esistenza di una netta distinzione tra enunciati analitici e sintetici, e il riduzionismo, ossia la convinzione che il significato di qualunque enunciato sia riducibile a un ben determinato insieme di esperienze.

Per criticare la prima, Quine mostra anzitutto che non si dà una definizione non circolare di “analitico” (e quindi, corrispettivamente, di “sintetico”). In breve, “analitico” può essere definito come “vero in virtù del significato”. Ma il significato, a sua volta, è fornito da ciò che accomuna due termini sinonimi, e non si può spiegare quando è che due termini sono sinonimi se non, in ultima analisi, dicendo che lo sono quando predicando l’uno dell’altro e viceversa si ottengono enunciati analitici. Si potrebbe anche suggerire che i significati dei termini di un linguaggio (e quindi pure la sinonimia e l’analiticità) sono quelli fissati dalle sue regole semantiche (in pratica, cioé, dalle definizioni del suo dizionario). Ma Quine osserva che così non si definirebbero più “significato”, “analiticità”e “sinonimia” in generale, ma solo per un certo linguaggio, e anzi per un certo linguaggio in un determinato tempo.

Quine contesta l’idea secondo cui vi sarebbero osservazioni sintetiche “neutrali” in base alle quali fondare il significato. Qualsiasi osservazione è per lui “infettata” dalle nostre credenze di sfondo e, se tali credenze mutano, cambia anche ciò che ognuno di noi “vede”. Se questo è vero, non vi sono enunciati che sono resi veri soltanto dall’esperienza. Consideriamo, ad esempio, “la Terra è stazionaria”. Se ci fidiamo della nostra osservazione, e quindi del senso comune, l’enunciato è vero perché i sensi ci dicono che la Terra non si muove. C’era un tempo in cui tale enunciato era considerato indubitabilmente vero dagli esseri umani, nel senso che la semplice osservazione dei fatti era in grado di dimostrare la sua verità.
Presumibilmente noi abbiamo della Terra la stessa percezione che ne avevano i nostri antenati; eppure non facciamo fatica a negare la verità dell’enunciato di cui sopra. Nel frattempo, infatti, la scienza ci ha mostrato che i nostri sensi ci ingannano. Ne consegue che l’esperienza, “da sola”, non può decidere della verità o falsità degli enunciati, né può fornire solide basi al significato come volevano i neopositivisti. Il filosofo americano sottolinea pertanto che vi sono molte assunzioni “implicite” (nel caso in questione, si tratta di assunzioni di tipo astronomico e cosmologico) che influenzano in modo decisivo la nostra interpretazione dell’esperienza e il valore di verità degli enunciati. Così stando le cose non possiamo automaticamente derivare il significato dall’esperienza perché non abbiamo a disposizione osservazioni puramente “neutrali”. Dobbiamo – Quine sostiene – concludere che nessun enunciato è immune da possibili revisioni, il che significa che il nostro rapporto con l’esperienza è sempre mediato e mai immediato.

Sulla portata di questa argomentazione i critici hanno molto discusso, e in effetti ci si potrebbe chiedere se essa dimostri che l’analiticità non esiste, o solo che non è definibile senza circolarità, oppure che è per sua natura relativa al linguaggio e al tempo. Il suo significato filosofico emerge comunque più chiaramente passando ad analizzare il secondo dei due dogmi. Quine riprende esplicitamente la tesi di Duhem secondo cui i nostri enunciati non si possono mai confrontare con l’esperienza isolatamente: a seconda di quali altri enunciati si accettano per veri, una data esperienza può smentire, confermare o risultare irrilevante. Ma allora un enunciato isolatamente preso non si può nemmeno considerare analitico o sintetico: chiamiamo infatti analitico un enunciato che nessuna esperienza potrebbe falsificare; ma se, mutando qua o là l’insieme degli altri enunciati che accettiamo, un’esperienza che prima era irrilevante diventa in grado di falsificarlo, ecco che esso diviene sintetico. E viceversa per un enunciato sintetico.

Per esempio, che la forza sia uguale al prodotto della massa per l’accelerazione (f=ma), è una verità analitica o sintetica? Saremo noi a deciderlo, a seconda che siamo disposti a riconoscere qualche possibile esperienza in grado di entrare in contraddizione con essa, oppure no. Ma ancora una volta ci si chiede: ciò significa che non esiste l’analiticità, o piuttosto che essa non è una caratteristica degli enunciati in quanto tali, ma del modo in cui decidiamo di usarli? Quine ha inoltre proposto un’altra celebre tesi: la “indeterminatezza della traduzione”. Essa afferma in sostanza che, quando traduciamo da un linguaggio in un altro, non vi è alcun “dato di fatto” che garantisca la correttezza della traduzione; ne consegue che la traduzione tra linguaggi diversi è sempre indeterminata.
In ogni caso, l’immagine della conoscenza che emerge dalla riflessione quineana risulta ben caratterizzata. Egli sostiene che il controllo empirico consiste sempre in un confronto tra l’esperienza e l’insieme globale dei nostri enunciati, paragonando quest’ultimo a una rete che tocca l’esperienza solo ai bordi. I nodi periferici di questa rete sono gli enunciati osservativi, gli unici su cui (come per Popper) può esistere un accordo generalizzato già sulla base delle sole percezioni, e dunque gli unici il cui controllo empirico può avvenire anche in isolamento e che si avvicinano all’idea tradizionale di enunciato sintetico.

I nodi interni sono invece gli enunciati “teorici”, che si confrontano con l’esperienza solo tramite la mediazione di altri enunciati. Ma più si procede verso il centro, più l’eliminazione di un enunciato costringerebbe a rivoluzionare la struttura degli altri. Al centro stanno quindi gli enunciati che, almeno in teoria, non saremmo disposti ad abbandonare in alcun caso (come quelli della matematica e della logica), e che pertanto s’avvicinano all’ideale dell’analiticità.

Tuttavia, anche l’enunciato più centrale può essere messo in dubbio in caso di necessità, ed anche quello più periferico può venir salvato – volendo – di fronte a qualsiasi esperienza. Non pochi fisici e logici, ad esempio, hanno ritenuto che il modo più semplice e coerente di riorganizzare il quadro delle nostre conoscenze tenendo conto delle sorprendenti scoperte della meccanica quantistica fosse quello di abbandonare, tra l’altro, leggi logiche fondamentali come quella del terzo escluso. Anche Quine (che pure mantiene molte idee dei neopositivisti), sostiene dunque un empirismo particolare: olistico (l’unità fondamentale da considerare è l’intero edificio del nostro sapere) e non fondazionalistico (la scienza non possiede alcuna verità ultima e indubitabile).

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1 Comment on Su Quine e i dogmi dell’empirismo

  1. Sarà il caso di dire arrivederci e grazie al Circolo di Vienna. Dal buco della serratura cerco di capire cosa succeda nel circolo di Losanna. Sembra che Pareto, il cui nome sbandiero nei miei ed altrui post, non piaccia a nessuno. E il motivo c’è, secondo il mio sommesso parere … Il liberalismo misura l’efficienza del sistema economico attraverso il profitto, trascurando il regime politico praticato, mentre, invece la misura dovrebbe essere estesa a tutti i parametri connessi alla valutazione della socialità concepita in un regime politico condiviso da tutti. D’altra parte, il socialismo pensa che solo il salario sia la prova dell’efficienza di un sistema economico e ciò si otterrebbe indipendentemente dal profitto. Invece, fermo il fatto che il regime politico sia condiviso da tutti attraverso l’educazione e la scuola, l’efficienza di un sistema sociale si realizza nel pensare che i fattori produttivi impresa e lavoro siano strettamente connessi e legati ad ogni singola persona. La pace sociale arriverà il giorno in cui, ognuno, dalla nascita diverrà imprenditore di se stesso.

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