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Sulla resistenza di Taiwan allo strapotere cinese

di Michele Marsonet. Se vi capita di andare a Pechino è consigliabile visitare gli “hutong”, vicoli della vecchia città sfuggiti al delirio urbanistico che il Partito comunista praticò negli anni successivi alla conquista del potere. Ben poco è sopravvissuto all’ansia di demolizione che ha in pratica ridisegnato la struttura della capitale cinese, ora formata da una serie concentrica di anelli in cui i grattacieli spadroneggiano indisturbati.

In questi vicoli, conservatisi miracolosamente intatti, è ancora possibile vedere la Pechino di una volta. Gli edifici sono spesso fatiscenti, ma in molti casi cooperative di giovani li hanno restaurati facendo risorgere le antiche attività artigianali, affiancandole con la vendita di souvenir per incrementare i guadagni.

Frequenti sono i reperti originali dell’epoca maoista che i turisti acquistano volentieri considerati i prezzi assai bassi. Ma altrettanto comuni sono le riproduzioni fedeli di oggetti un tempo d’uso quotidiano. Tra questi, oltre ai manifesti di propaganda, troverete confezioni di fiammiferi in cui soldati e marinai inneggiano – in inglese – alla riconquista di Taiwan, la grande isola diventata rifugio dei nazionalisti di Chiang Kai-shek dopo la loro sconfitta da parte dei comunisti di Mao.

Taiwan – o Formosa, come un tempo si diceva da noi – è riuscita a mantenere l’indipendenza per tutti questi anni grazie alla protezione militare americana, anche se la realpolitik delle potenze occidentali ha poi condotto al suo isolamento diplomatico. L’isola “ribelle”, come tuttora viene definita nella Repubblica Popolare, ha dapprima perduto il suo seggio all’ONU a favore della Cina continentale, e poi ha dovuto chiudere gran parte delle sue rappresentanze diplomatiche all’estero diventando una sorta di “paese fantasma”, che esiste ma non è riconosciuto ufficialmente negli organismi internazionali.

Questo non ha impedito una crescita impetuosa della sua economia in larga parte basata, proprio come accade nella madre patria rinnegata, sulle esportazioni. Per quanto ignorata sul piano diplomatico, Taiwan è insomma diventata una delle celebri “tigri asiatiche” il cui esempio più noto è la Corea del Sud.

Naturalmente la sproporzione tra le “due Cine” è enorme: appena 23 milioni di abitanti a fronte del miliardo e 300 milioni della Repubblica Popolare. E la distanza geografica è minima, poiché soltanto 120 km di mare separano le due entità.
Nei decenni passati la Cina Popolare ha esercitato una forte pressione militare sull’isola senza mai nascondere il proposito di reintegrarla nel proprio territorio metropolitano. Solo lo scudo fornito dagli USA ha impedito che ciò avvenisse, e Taiwan è un Paese fortemente occidentalizzato. Tuttavia il governo di Pechino ha da tempo cambiato tattica. Rinunciando all’opzione della forza, ha invece puntato su collaborazione economica e accordi commerciali trovando nell’isola interlocutori interessati.

Con il declino dei vecchi eredi del Kuomintang, il partito nazionalista che condusse (perdendola) la guerra civile con i comunisti, l’attuale presidente filocinese Ma Ying-jeou ha inaugurato una politica di stretti rapporti economici con gli ex nemici dicendosi pronto a sottoscrivere un trattato di collaborazione con la Repubblica Popolare. Senza però fare i conti con il movimento studentesco che non intende far diventare il Paese un satellite cinese; rischio piuttosto concreto considerando la strapotere economico e finanziario del colosso asiatico.

Ricorrendo allo slogan “impedire la svendita alla Cina”, i giovani hanno addirittura occupato il parlamento di Taipei e non sembrano affatto disposti ad accettare compromessi. Agli studenti si sono inoltre affiancati intellettuali, contadini, operai e imprenditori.
Come nel caso di Hong Kong, larga parte della popolazione è restia all’integrazione più o meno mascherata, desiderando mantenere tutti gli organi della democrazia rappresentativa. Naturalmente per quanto riguarda l’ex colonia britannica è tutto più difficile, vista la contiguità territoriale e la fine del dominio inglese. Ma Taiwan è in fondo separata e può contare su alleati esterni, anche se è difficile capire fino a che punto intendano esporsi gli Stati Uniti per continuare a proteggerla.

Resta comunque il fatto che il movimento di protesta, autodefinitosi “rivolta dei Girasoli”, non intende perdere democrazia, pluralismo e i valori dell’Occidente in genere. Anche in questo caso – come a Hong Kong – non si riesce ancora a indovinare quale sarà la reazione finale di Pechino. A differenza di tibetani e uiguri, tuttavia, gli abitanti di Taiwan (e di Hong Kong) sono in grandissima maggioranza chiaramente cinesi, il che rende qualsiasi opzione militare difficilmente giustificabile di fronte all’opinione pubblica interna.