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Antisemitismo e cultura popolare tedesca

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Kanzleramt, Brandt gibt Sommerfest, G. Grassdi Michele Marsonet. L’anno scorso destarono scalpore alcune uscite anti-israeliane di Günter Grass, lo scrittore e poeta tedesco premio Nobel per la letteratura nel 1999. Si trattava di una delle tante critiche alla politica dello Stato di Israele, oppure di una vera manifestazione di antisemitismo? Le opinioni al riguardo divergono. Se è corretta la prima ipotesi lo scandalo non sarebbe poi così grave, dal momento che Israele in molti ambienti gode di cattiva stampa. Una critica in più, anche se espressa da un intellettuale di fama mondiale, non cambia il quadro in modo significativo.

Nel caso invece fosse vera la seconda ipotesi, come ritengono le autorità israeliane che dichiararono subito Grass “persona non gradita”, il caso acquista ben altre dimensioni. Diciamo allora che i sospetti non sono del tutto ingiustificati. E’ noto che Grass ha ammesso molto tardi, nel 2006, di essersi arruolato all’età di 17 anni nelle Waffen SS e di aver combattutto nell’ultima parte del secondo conflitto mondiale in una divisione corazzata del corpo di élite dell’esercito nazista. Tralasciando le ovvie dichiarazioni di pentimento, è opportuno notare che l’indottrinamento cui le SS venivano sottoposte era realmente completo e tale da lasciare il segno per tutta la vita. Un segno magari inconscio e seppellito nel profondo della mente, ma sempre incline a riaffiorare in momenti particolari.

In realtà, come nota George L. Mosse nella sua celebre opera “Le origini culturali del Terzo Reich”, il nazismo affonda le sua radici in una cultura popolare già fiorente in Germania nell’800. In tale cultura il “popolo” (Volk) rappresenta il veicolo di una forza vitale che s’irradia dal cosmo. L’animo umano è in grado di porsi in rapporto con la natura, poiché anche questa è dotata di un’anima, e ogni individuo può istituire con la natura un’intima corrispondenza condivisa con tutto il suo “Volk”. Quest’ultimo, però, non ha dimensioni universali, essendo limitato a una particolare entità nazionale.

Ne consegue, pertanto, che a conferirgli il suo carattere e le sue potenzialità non sono “tutte” le manifestazioni naturali, bensì soltanto quelle regionali. La natura viene definita in termini di paesaggio, cioé quei tratti dell’ambiente circostante peculiari e familiari ai membri di un popolo ed estranei a tutti gli altri. Non nell’ambito della città, ma nel paesaggio, nella campagna indigena, gli esseri umani sono destinati a fondersi e a radicarsi nella natura e nel “Volk”. Ma non è tutto. Soltanto mediante questo processo, che ha luogo nell’ambiente natio, ognuno è in grado di esprimere se stesso e di trovare la propria individualità.

Notiamo dunque l’identificazione di un popolo, e di un individuo in quanto parte di esso, con un ben preciso territorio. Ogni territorio, a sua volta, diventa un “unicum”, dotato di una sua ben precisa anima. Il paesaggio, i fiumi, le montagne di un certo contesto territoriale danno forma all’anima dell’individuo e del popolo, in un inestricabile legame di terra e di sangue. Chi non ne fa parte, chi non è inserito sin dalla nascita in quel paesaggio, non può partecipare all’afflato che da esso emana. Il legame tra terra e sangue costituisce un legame indissolubile, cui gli estranei, gli “stranieri”, non possono partecipare. Dal momento che l’elemento essenziale è il legame dell’animo umano con il suo ambiente naturale, con la “essenza” della natura, le verità fondamentali sono ritenute reperibili al di là delle apparenze. L’anima di un “Volk” è determinata dal paesaggio natio.

E gli ebrei? Anche donne e uomini ebrei nascono in un ben preciso contesto territoriale. Anch’essi crescono tra le stesse montagne e gli stessi fiumi. Anch’essi – verrebbe spontaneo pensare – partecipano allo spirito del luogo. Eppure no, secondo questo modo di vedere il mondo e di concepire i rapporti tra individuo e ambiente circostante, gli ebrei sono irrimediabilmente “diversi”. Da gente del deserto, sono superficiali, aridi, “secchi”, incapaci di profondità e del tutto mancanti di creatività. Proprio a causa della nudità del paesaggio desertico, gli ebrei sarebbero quindi un popolo spiritualmente arido, in netta antitesi con i tedeschi i quali, figli delle cupe foreste ammantate di nebbie, sono invece profondi e misteriosi. Aspirano al sole e sono creature della luce.

Tutti sappiamo che si tratta di speculazioni teoriche senza fondamento. Tuttavia sono proprio queste speculazioni, come dimostra la precedente citazione di Mosse, ad aver fornito il sostrato culturale della situazione che poi condusse all’Olocausto. Naturalmente l’antisemitismo ha radici assai più antiche. C’è per esempio l’accusa di stampo economico, usura e poi monopolizzazione delle risorse finanziarie. Ma i ghetti, perfino i pogrom nella Russia zarista e nell’Europa orientale, non sono paragonabili all’Olocausto.

Il fatto che Günter Grass, in una delle sue repliche, abbia poi equiparato Israele alla DDR (l’ex Germania comunista), paragonando per di più la Shoah al trattamento dei prigionieri di guerra tedeschi nell’Unione Sovietica, aumenta i sospetti di cui prima dicevo. Il nazismo è stato il più serio tentativo di reintrodurre il paganesimo in Europa. L’antisemitismo è senza dubbio una delle sue componenti  principali, ma è errato ridurlo a questo. L’esaltazione di una natura divinizzata e dello “spirito dei luoghi” ha giocato un ruolo molto rilevante. Di qui la tendenza a vedere i non tedeschi come “altri” da eliminare.

Come escludere che il giovane Grass, quando vestiva la divisa delle SS, sia rimasto come tanti altri marchiato a fuoco da questo neopaganesimo che non attribuiva valore alcuno alla vita delle cosiddette razze inferiori? Il Male riaffiora spesso nei momenti più impensati.

Featured image, Günter Grass discute col Cancelliere Willy Brandt nel 1970.

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