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Premio Nobel per la Letteratura 2013: omaggio a Alice Munro, l’artista della scrittura che diventa nenia pittorica trascinante e poesia. Un’analisi di “Walker Brothers Cowboy”.

di Rina Brundu. “After supper my father says, “Want to go down and see if the Lake’s still there?” We leave my mother sewing under the dining-room light, making clothes for me against the opening of school. She has ripped up for this purpose an old suit and an old plaid wool dress of hers, and she has to cut and match very cleverly and also make me stand and turn for endless fittings. We leave my brother in bed in the little screened porch at the end of the front veranda…” (1), inizia così, con questo straordinario, trascinante incipit in medias-res Walker Brothers Cowboy, ovvero una delle prime, acclamate short-stories di Alice Munro l’ottantenne scrittrice canadese vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2013.

Un incipit, questo della Munro, quasi violento nella sua possibilità di imporsi, di generare catarsi, di continuare per diverse pagine, laddove la voce narrante pare incapace di tacere un qualsiasi istante della sua passeggiata col padre fino al Lake Huron di Tuppertown, antica cittadina dell’Ontario, popolosa provincia del Canada; un’ordinaria esperienza d’infanzia dunque – quale può essere appunto la camminata di una bimba con il genitore – che mercé la cornice pittorica creata con poche, sapienti, pennellate-scritturali, diventa momento artistico condiviso, importante; capace di farci scoprire un’intera famiglia e la sua modesta quotidianità, ma anche di descrivere, con rara maestrìa, un luogo caro al cuore, rifugio dell’anima, un luogo che per l’autrice futuro Premio Nobel sarà il luogo-dei luoghi, il centro del personalissimo universo da raccontare: “This is in Tuppertown, an old town, on Lake Huron, an old grain port. The street is shaded, in some places, by maple trees whose roots have cracked and heaved the sidewalk and spread out like crocodiles into the bare yards. People are sitting out, men in shirtsleeves and undershirts and women in aprons…”.

Muovendo oltre, nel testo, sorprende come questa scrittura straordinariamente concisa, fresca, moderna riesca comunque a fare uso di una imagery e di una retorica variegata e sostanziale. Così, dalle figure minime delle arterie stradali che si incuneano nei vicoli e nei cortili come coccodrilli, l’autrice muove verso una sorta di stupefacente alliterazione di tutto il tessuto narrativo senza scadere mai e riesce a produrre, in dati momenti, vera e propria poesia estrinsecata in rima baciata. E poi di nuovo la prosa s’impone in maniera importante, sorprendente, matter-of-fact: “My father has a job, selling for Walker Brothers. This is firm that sells almost entirely in the country, the back country… (….)… he sells cough medicine, iron tonic, corn plasters, laxatives, pills for female disorders, mouthwash, shampoo, liniment, salves, lemon and orange and raspberry concentrate…”. Ne deriva che questa appena citata non è solo un’altra descrizione forte, lucida, tesa a presentare il character paterno e il suo lavoro di venditore porta a porta. No! Questo è anche il settaggio del “mood” di una storia che diviene…ed inesorabilmente acquista sostanza, capacità di procedere dalla descrizione del mondo-recreato al racconto delle vicissitudini degli eroi che lo abitano.

Delle loro rare gioie e dei loro molti dolori. “My mother has headaches” ci informa la voce narrante e tanto basta per capire che quei mal di testa riguardano il fisico ma non solo. Ecco spiegata quindi anche l’indisponibilità della madre a seguire il marito in un’altra gita per visitare qualche cliente. Ecco spiegato perché a fargli compagnia in viaggio saranno solo i due figli: “My father brings from the house his two heavy brown suitcases, full of bottles, and sets them on the back seat (nda dell’auto). He wears a white shirt, brilliant in the sunlight, a tie, light trousers belonging to his summer suit (his other suit is black, for funerals and belonged to my uncle before he died)….”. Ecco spiegato perché questa sorta di viaggio d’affari tra le fattorie, diventa subito una esperienza emozionalmente diversa, specialmente quando il padre, dopo avere bussato a numerose porte che rimarranno chiuse, decide di fare una deviazione e di fare un salto ad una fattoria molto speciale, la fattoria di Nora Cronin e dell’anziana madre cieca.

Chi è Nora Cronin? Nessuno lo sa per certo. Ma a suo modo è un altro personaggio della Munro che si farà ricordare; è una donna che farà trascorrere alla bizzarra famigliola una giornata insolita, una donna che non disdegna un goccio di quello buono e un ballo un po’ imbranato sul pavimento di linoleum. Una donna della quale il padre preferisce non parlare, ma la cui presenza-assenza sulla via del ritorno a casa, sollecita molte domande sulle vite degli uni e degli altri personaggi, sui loro shipwrecking esistenziali solamente intuiti; ma non solo, perché dentro quella specie di silenzio cosmico, la giovanissima figlia suo malgrado comprende già che nella vita ci sono cose di cui è meglio non parlare: “My father does not say anything to me about not mentioning things at home, but I know, just from the thoughtfulness, the pause when he passes the licorice, that there are things not to be mentioned”.

Per questa breve storia insostenibilmente modernista e per infiniti altri momenti scritturali sublimi e magistrali, che a dispetto dello stile letterario brillante e assolutamente unico, si portano seco echi dell’arte dei più grandi scrittori di racconti da Liam O’Flaherty a James Joyce passando, seppure in contesti culturali completamente diversi, per il genio intramontabile di Zora Neale Hurston, il Premio Nobel per la Letteratura a questa grande contemporanea canadese non è solo cosa buona e giusta ma era… dovuto: long live Alice Munro!

(1)    Brani tratti da Walker Brothers Cowboy, prima short-story della prima antologia Dance of the Happy Shades (1968) di Alice Munro.