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Fallibilismo: la sottile linea di demarcazione tra la realtà e la conoscenza

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

220px-Schlick_sittingdi Michele Marsonet. E’ possibile tracciare una linea di demarcazione netta tra la realtà e la conoscenza che ne abbiamo? Per quanto attraente tale prospettiva possa sembrare, essa si rivela assai difficile da perseguire per chiunque intenda esplicitare tale distinzione senza partire da dogmi precostituiti. Si può ad esempio ammettere che vi sia una distinzione tra il mondo naturale da un lato e quello linguistico e sociale dall’altro. Tuttavia, non dovrebbe risultare difficile comprendere che storicamente abbiamo cominciato a identificare noi stessi e gli oggetti che ci circondano solo quando il mondo linguistico e sociale è emerso da quello naturale, il che significa che gli stessi nostri criteri di identificazione sono, in larga misura, socio-linguistici. Si noti che una simile constatazione non implica affatto – come alcuni autori contemporanei sostengono – l’identità totale tra i due mondi. Più semplicemente, essa porta a concludere che nel parlare del mondo naturale in se stesso, accettandone l’esistenza indipendente dalla mente, dobbiamo essere prudenti.

          La ragione fondamentale di questo stato di cose è spiegata da un duplice fatto. Da un lato la concettualizzazione è la nostra via d’accesso al mondo, e dall’altro essa costituisce pure la caratteristica più importante della nostra evoluzione culturale (in quanto distinta dalla quella biologica). Ciò non significa sminuire l’importanza di quest’ultima, che è connessa al mondo naturale e senza dubbio precede l’evoluzione culturale dal punto di vista cronologico. Ma è pur sempre l’evoluzione culturale che ci differenzia in modo primario da tutti gli altri esseri viventi che con noi condividono l’ambiente fisico. Se sembra assurdo ipotizzare che la mente produca la realtà naturale, assai meno azzardata appare la tesi secondo cui questa stessa realtà è da noi percepita mediante il filtro di un apparato concettuale, il quale è a sua volta cresciuto in sintonia con lo sviluppo del linguaggio e dell’organizzazione sociale.

          La questione venne compresa in tutta la sua portata agli inizi del secolo scorso da William James il quale, nel corso di una celebre conferenza tenuta nel 1907 alla Columbia University di New York, affermò che è possibile (e lecito) immaginare universi alternativi a quello che conosciamo: per esempio, un universo in cui l’interazione causale potrebbe non esistere. Nella medesima occasione il pensatore pragmatista definì il “vero assoluto” (vale a dire ciò che nessuna esperienza successiva potrà modificare) come il punto di fuga ideale verso cui immaginiamo che debbano convergere un giorno tutte le nostre verità provvisorie.

E’ tuttavia ovvio che tale giorno non è specificabile, ragion per cui altro non possiamo fare che vivere nel presente, con ciò che di vero abbiamo a disposizione oggi. La conclusione è che le grandi teorie scientifiche del passato furono certamente strumenti adeguati per secoli, ma ciò non ci impedisce (o, almeno, non “dovrebbe” impedirci) di vedere che quei limiti sono stati oltrepassati dalla nostra esperienza. Le cose che in passato si ritenevano assolutamente vere si sono poi dimostrate vere soltanto in riferimento ai limiti di cui sopra, lasciandoci in balia dell’inquietante sensazione che verità e relativismo, lungi dall’essere incompatibili, costituiscano in realtà due facce della stessa medaglia. Ma i limiti stessi sono, in fondo, casuali e contingenti, e nessun elemento aprioristico impediva ai nostri antenati di superarli.

          Accettando queste premesse, dobbiamo anche ammettere che chiunque abbia un’esperienza della realtà sostanzialmente differente dalla nostra è, per forza di cose, portato a concepirla in modo diverso. Possiamo quindi immaginare esseri intelligenti la cui cornice concettuale e categoriale conduce a una visione del mondo che ha ben poco a che fare con la nostra. Gli oggetti e gli eventi presenti nel loro modo di esperire il mondo circostante potrebbero differire da quelli per noi usuali in misura tale che le loro parole avrebbero significati non paragonabili ai nostri.

Qualcuno potrebbe obiettare che in questo contesto ci stiamo muovendo a livello di esperimenti mentali, la cui importanza non dovrebbe essere sopravvalutata. Tuttavia, è un dato di fatto che gli esperimenti mentali giocano un ruolo fondamentale tanto in filosofia quanto nella scienza. Senza dubbio essi si situano su un piano puramente ipotetico, ma sono anche in grado di proiettarci nella dimensione della “possibilità” (consentendoci di gettare lo sguardo su come il mondo potrebbe essere stato, potrebbe essere oggi, o potrà essere in futuro). Ed è questa una delle caratteristiche più specifiche del nostro rapporto con la realtà, la quale è strettamente associata all’evoluzione che in precedenza ho definito “culturale”.

          La razionalità umana è – anche se non soltanto – capacità di idealizzare, di trascendere i meri dati empirici. Occorre senz’altro riconoscere le nostre origini naturali e la componente biologica del nostro percorso evolutivo ma, nel far questo, non si deve trascurare la necessità di spiegare l’unicità degli esseri umani. Soltanto essi sono in grado di costruire una dimensione ideale della realtà e di staccarsi dal mondo così com’è percepito dai sensi. La razionalità è dunque caratterizzabile come capacità di vedere non solo come le cose attualmente sono, ma anche come potrebbero essere state e come potrebbero essere in futuro se decidessimo di agire in un modo piuttosto che in un altro. La dimensione del possibile svolge una funzione essenziale anche nelle decisioni concernenti le alternative che abbiamo di fronte e nella pianificazione delle azioni in quanto, a ben vedere, siamo sempre impegnati a prevenire delle possibilità oppure a realizzarne altre.

          Si noti che la contingenza dei nostri schemi concettuali investe anche, e in modo diretto, il cosiddetto “senso comune”. In filosofia, notò ancora una volta James, usare il senso comune significa adoperare certe “forme intellettuali” o “categorie di pensiero”. Tuttavia – aggiungeva subito dopo il filosofo americano – “Se fossimo stati aragoste o api, potrebbe darsi che la nostra organizzazione ci avrebbe condotto a impiegare metodi alquanto differenti per capire le nostre esperienze. Potrebbe anche darsi (non si può negarlo in modo dogmatico) che tali categorie, inimmaginabili per noi oggi, si sarebbero dimostrate utili, tanto quanto quelle che usiamo attualmente. Tutte le nostre concezioni sono ciò che i tedeschi chiamano strumenti di pensiero (Denkmittel) intendendo con questo che possiamo operare sui fatti pensandoli”.

          Considerazioni come queste anticipano le tesi sostenute da un altro epistemologo americano, Willard V. Quine quando, negli anni ’50 del secolo scorso, sostenne che non vi sono proposizioni immuni dalle revisioni suggerite dall’esperienza. A lui dobbiamo i seguenti rilievi che rivestono grande importanza ai fini del mio discorso: “Tutte le nostre cosiddette conoscenze o convinzioni, dalle più fortuite questioni di geografia e di storia alle leggi più profonde della fisica atomica o perfino della matematica pura e della logica, tutto è un edificio fatto dall’uomo che tocca l’esperienza solo lungo i suoi margini. O, per mutare immagine, la scienza nella sua globalità è come un campo di forza i cui punti limite sono l’esperienza. Un disaccordo con l’esperienza alla periferia provoca un riordinamento all’interno del campo; si devono riassegnare certi valori di verità ad alcune nostre proposizioni. L’intero campo è determinato dai suoi punti limite, cioè l’esperienza, in modo così vago che rimane sempre una notevole libertà di scelta per decidere quali siano le proposizioni di cui si debba dare una nuova valutazione alla luce di una certa particolare esperienza”.

          Secondo Quine, dunque, ogni proposizione fa parte di una sorta di “rete”; quelle della logica e della matematica si collocano al centro, ma questo non significa che esse siano immuni da qualsiasi revisione: “Si è perfino proposto di modificare la legge logica del terzo escluso come un mezzo per semplificare la meccanica quantistica; e che differenza c’è in linea di principio fra una modifica del genere e quella per cui Keplero ha preso il posto di Tolomeo o Einstein quello di Newton o Darwin quello di Aristotele?”.

          Giunti a questo punto, uno scientista può essere indotto a sostenere la superiorità incondizionata dell’immagine scientifica del mondo, che è appunto quella fornita dalla scienza dei nostri giorni. Ma è davvero possibile affermare che alla scienza spetta il compito di valutare ogni tipo di schema concettuale mediante il quale la realtà viene categorizzata? Quali sono le garanzie che essa è in grado di fornirci se abbandoniamo lo scientismo positivista per abbracciare una visione essenzialmente fallibilista della conoscenza scientifica? Indubbiamente il mondo reale contiene quelle entità che verrebbero ammesse dalla scienza in uno stato di “completezza ideale” simile a quello ipotizzato da Charles S. Peirce. In assenza di un simile stato ideale, tuttavia, altro non possiamo fare se non prendere in considerazione l’attuale visione scientifica del mondo, e cioè quella offertaci dalla scienza dei nostri giorni. Siamo insomma, ancora una volta, posti di fronte ad una nozione di verità che è essenzialmente “relativa”.

          Il relativismo diventa un inevitabile capolinea non appena si rammenti che la scienza è sempre il risultato dell’interazione tra il mondo e il soggetto che vuole conoscerlo. Ogni volta che chiediamo quali siano le caratteristiche della realtà che possono essere scoperte, occorre sempre rammentare di aggiungere la domanda “scoperte da chi?”. Si può senz’altro sostenere che la natura presenti delle regolarità indipendenti dal soggetto che desidera indagarla. Tuttavia l’evoluzione ci ha dotato di certe caratteristiche e non di altre, e ciò significa che siamo sensibili a certi parametri fisici e non ad altri.

          E’, questo, un dato di fatto su cui l’epistemologia non ha certamente riflettuto a sufficienza. La scienza fornisce informazioni attendibili circa il mondo circostante, ma si tratta pur sempre di informazioni relative a una certa cornice concettuale che è la nostra. Non si deve tuttavia commettere l’errore di pensare che i limiti delle nostre capacità cognitive siano – o siano soltanto – limiti di tipo aprioristico. Siamo invece vincolati da limiti empirici assai evidenti, determinati dal fatto che noi indaghiamo la natura mediante un apparato sensoriale che risponde a certi stimoli, ma non ad altri. Siamo stati in grado di costruire valide teorie concernenti il fenomeno dell’elettromagnetismo perché, sul nostro pianeta, esso riveste grande importanza. Abbiamo un’avanzata cristallografia perché i cristalli fanno parte del nostro ambiente naturale, e il fatto che la luce sia così essenziale per noi spiega lo sviluppo dell’ottica.

          Tuttavia, in altri mondi lo sviluppo della scienza potrebbe aver assunto caratteristiche diverse, ed è importante rammentare altresì che è proprio la scienza ad averci rivelato l’esistenza di corpi celesti in cui le caratteristiche naturali non sono paragonabili – o lo sono soltanto in misura limitata – a quelle riscontrabili sul nostro pianeta. A fronte di questi dati, non occorre essere degli appassionati di fantascienza per giungere alla conclusione che delle ipotetiche civiltà extraterrestri potrebbero aver sviluppato una conoscenza scientifica scarsamente – o per nulla – paragonabile alla nostra. Certo, in quest’ultimo caso abbiamo di nuovo fatto ricorso a un esperimento mentale. Ma esso ci consente di concludere che parlare di scienza tout court può risultare fuorviante. La nostra scienza è indubbiamente, oggi, l’unica che conosciamo, ma questo non dovrebbe indurci a scartare a cuor leggero la possibilità che vi siano altri modi di conoscere il mondo. Dopo tutto, è ancora una volta la scienza a rivelarci che esistono aspetti della realtà che noi non siamo in grado di esperire mediante il nostro apparato sensoriale (che è frutto di un’evoluzione avvenuta in un particolare settore dell’universo, a sua volta caratterizzato da particolari condizioni ambientali).

          Un realismo scientifico di tipo assoluto non è quindi sostenibile. Se affermiamo che la scienza attuale ci fornisce la visione fedele di come il mondo è, corriamo il rischio (inevitabile, considerate le circostanze in cui concretamente operiamo) di ipostatizzare qualcosa che è soltanto un prodotto contingente e storicamente determinato. Un approccio fallibilista ci impedisce di sostenere, anche alla luce dell’esperienza passata, che l’ontologia propostaci dalla scienza dei nostri giorni sia quella assoluta che la metafisica si è sforzata per tanti secoli di costruire.

Featured image Moritz Schlick fondatore del positivismo logico (o neopositivismo) e del Circolo di Vienna.

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